martedì 20 dicembre 2011

IL SECOLO DELLE BANCHE

André Gandillon, Rivarol 9.12.2001

Quando vogliamo comprendere la crisi finanziaria e, quindi, economica, appare insufficiente attenersi agli aspetti tecnici e teorici del problema. E' indispensabile conoscerne le sfaccettature storiche e politiche.

LA CRISI DEL 1908 NEGLI STATI UNITI E LE SUE CONSEGUENZE

Dobbiamo allora tornare un secolo indietro negli Stati Uniti. Dal 19º secolo, e nei manuali d'economia, si distinguono nella teoria le "banche d'affari" (o "Alte banche") che conducono delle operazioni finanziarie col loro danaro e le "banche di deposito" che fanno lavorare il danaro della loro clientela. Tuttavia, dal 1913, colla creazione del sistema di Riserva Federale degli Stati Uniti (o Fed), questa distinzione ha avuto sempre meno ragion d'essere poichè le banche d'affari hanno progressivamente dominato le banche di deposito e, oltre alla loro attività speculatrice, si sono autoconcesse il privilegio quasi esclusivo della creazione monetaria, spossessandone gli Stati (soprattutto dopo la soppressione del Glass Steagall Act nel 1980 che, dal 1933, separava banche di deposito e banche d'affari) e, conseguentemente, disputando loro la sovranità politica.
Che è successo allora negli Stati Uniti? Le crisi finanziarie degli anni 1873, 1893 e 1907, provocate dalle trame d'avventurieri della finanza, anzi di banchieri internazionali che a quel tempo operavano da Londra, avevano fatto sorgere la necessità di creare una banca centrale di riserva negli Stati Uniti che ne erano privi da quando nel 1836 il loro presidente Andrew Jackson non aveva rinnovato l'autorizzazione alla - così si chiamava - "Second Bank of United States" che riceveva in deposito i fondi federali.
Durante la crisi del 1893-1895, il fallimento statunitense era stato evitato da John Pierpont Morgan, il più importante banchiere ed industriale degli Stati Uniti appoggiato ad un gruppo di banchieri europei, operazione che aveva portato nelle loro casse 16 milioni di dollari d'interessi a fronte d'un prestito di 65 milioni di dollari. Nel 1907, Morgan, più potente che mai fu di nuovo chiamato al soccorso e per la seconda volta ristabilì la situazione con l'aiuto di John D.Rockfeller e di Lord Rothschild. J.P.Morgan era l'erede di Junius Morgan che aveva ripreso in mano la banca Peabody creata negli anni 1820-1830 da George Peabody col concorso del barone Nathan Mayer Rothschild di Londra.
La necessità d'una banca centrale si fece dunque più pressante che mai.

LA CREAZIONE DELLA FED

I banchieri privati, in posizione di potenza, fecero in modo che l'indispensabile riforma bancaria di cui avevano bisogno gli Stati Uniti si realizzasse a proprio vantaggio.
Una "Commissione monetaria nazionale" (CMN) presieduta da Nelson Aldrich, capo della maggioranza repubblicana al Senato, fu costituita per redigere un progetto di banca di riserva nazionale. Orbene, nel novembre 1910, Aldrich convocò al club di Jekyll Island, sulla costa della Georgia, una conferenza che fu tenuta segreta radunando i più eminenti finanzieri americani in vista di elaborare quel progetto. La testa pensante, data la sua competenza tecnica, fu Paul Warburg (rappresentante della Kuhn, Loeb & Co.) proveniente dalla Germania e da poco naturalizzato americano.
Il progetto fu strutturato in maniera tale che la banca di riserva fosse anche una banca d'emissione i cui amministratori dovevano essere designati dal presidente americano e sottoposti all'approvazione del Congresso (camera dei rappresentanti e Senato).
Tutto ciò era però anticostituzionale poiché secondo l'articolo 1, sezione 8 par.5 della Costituzione, solo il Congresso possiede il "potere di battere moneta e regolarne il valore", ciò che vale ad escludere ogni istituzione bancaria indipendente.
Non soltanto la futura banca poteva battere moneta ma il potere legislativo - dunque lo Stato federale - era spossessato di fatto del proprio potere sovrano monetario.
Fu inoltre prevista la costituzione d'un sistema di banche di riserva regionali (dodici nel progetto definitivo) che formassero la Riserva federale, allo scopo di mascherare il potere di fatto che deteneva la Riserva federale di New York, dove erano accentrati i principali banchieri degli Stati Uniti.
Le azioni di ciascuna delle dodici banche di riserva - che si dividevano senza limiti territoriali i 48, e poi 50, stati federati - erano in possesso delle banche locali che ne erano divenute socie ma in pratica, dato il peso della sua capitalizzazione e quello dei suoi azionisti, contava in misura preponderante la sola banca di riserva federale di New York.
Inoltre, gli amministratori della banca sfuggivano sostanzialmente al controllo del potere politico attraverso un'ingegnosa organizzazione che ne manteneva però le apparenze. Per esempio il mandato dei membri del "board" poteva durare fino a 14 anni, ossia quanto tre mandati presidenziali.
Il rapporto finale della CMN apparve l'11 gennaio 1911. Dopo lunghe discussioni ed i ritardi dovuti all'elezioni presidenziali del 1911 che videro la vittoria di Woodrow Wilson, il 22 dicembre 1913 fu votata la legge Glass che creava il sistema di Riserva federale (Federal Reserve Act), firmato con una eccezionale celerità il 24 dicembre 1913 da Wilson. Ciò era stato reso possibile, nonostante le resistenze di qualche parlamentare che aveva visto giusto, per le discrete e capaci influenze dei circoli finanziari newyorkesi, l'apparente complessità della questione e l'indifferenza del popolo americano.
Nell'occasione, il deputato Charles Lindbergh riassunse lo spirito della legge (New York Times del 21 dicembre 1913) dichiarando alla Camera dei rappresentanti che "questa legge stabilisce il trust più potente della terra".
Tra gli azionisti vi erano: Goldman Sachs, City Bank, National Bank of North America (filiale della Westminster Bank), Kuhn & Loeb e Lehman Brothers (fatta a pezzi dai suoi concorrenti nel 2008), il gruppo Chemical Bank Morgan Chase Bank (nato dalla fusione Morgan GT e Chase Manhattan Bank.
Nel luglio del 1914, nell' Indipendent, Nelson Aldrich confermò le parole di Lindbergh: "Prima del voto di questa legge, i banchieri newyorkesi non potevano dominare che le riserve di New York. Ora, noi possiamo dominare le riserve bancarie di tutti gli Stati Uniti".
In effetti, gli Stati Uniti disponevano d'una banca centrale, però detenuta da azionisti privati che assicuravano in ultima battuta il finanziamento dell'Unione. A quell'epoca anche la banca di Francia aveva azionisti privati - le duecento famiglie fondatrici del Primo Impero - ma era però sottomessa al controllo dello Stato.
Inoltre, tra gli azionisti della Riserva federale di New York figuravano delle banche estere, filiali di banche europee, principalmente londinesi, come la banca Rothschild. La Fed rappresentava dunque - e rappresenta oggi - degli interessi che superano largamente quelli degli Stati Uniti, tanto importante è il legame tra Wall Street e la City.
Così gli Stati Uniti dispongono ancora oggi d'una banca centrale i cui azionisti sono privati, percepiscono una rendita dai crediti accordati con interessi agli agenti economici, ne controllano le risorse finanziarie ed il loro impiego per concedere crediti agli stati esteri.
L'emendamento Edge del 24 dicembre 1919 rafforzerà quest'ultima facoltà autorizzando le banche nazionali a creare delle società in vista di eventuali iniziative creditizie internazionali, in oro o in titoli.

IL DEBITO, FONTE DI POTENZA

Ormai il debito diveniva la base della creazione monetaria: è questo sistema che si è generalizzato a tutto l'Occidente a partire dagli anni 1970-1980, gli Stati affossando la propria sovranità monetaria e inibendosi l'autofinanziamento per non ricorrere che al prestito sui mercati finanziari. Coloro che detengono questo potere di creazione monetaria ex nihilo possono controllare il mondo specialmente se, non contenti di finanziare il settore privato, agiscono in tal modo anche in quello pubblico.
Disponendo d'un tale potere, appoggiato ad una economia divenuta la più potente del mondo (a dispetto del suo attuale declino), era naturale che questo gruppo di qualche decina di persone cercasse di estenderlo ai limiti del mondo economico planetario; ciò che noi cerchiamo di ritracciare a grandi linee attraverso l'esposizione di alcuni fatti salienti.
La Grande Guerra permise a questi banchieri d'estendere la loro potenza attraverso il finanziamento dei belligeranti, essenzialmente gli Stati dell'Intesa ma anche il Reich e la Russia bolscevica. Wilson stesso inviò in Russia Elihu Roth con 100 milioni di dollari tratti dal Fondo Speciale d'Urgenza di Guerra al fine di evitare lo scacco del regime leninista. D'altronde, a partire dal 1917, durante la guerra egli consegnò il governo di fatto degli Stati Uniti ai suoi finanzieri: Bernard Baruch, che presiedette il Consiglio delle industrie di guerra, Eugene Mayer, che diresse la Società di finanziamento della guerra, mentre Paul Warburg organizzava questo finanziamento.
La guerra 1914-1918 diede agli Stati Uniti lo statuto di nazione creditrice del mondo, soppiantando allora la Gran Bretagna e facendo del dollaro il riferimento mondiale.
Dopo la guerra, nel 1920, i banchieri newyorkesi precipitarono l'agricoltura nella crisi, contraendo bruscamente il credito, allora in imprudente espansione, accordato agli agricoltori che avevano sviluppato la loro prosperità durante la guerra, creando milioni di disoccupati, e ciò allo scopo di colpire le banche locali degli Stati, i cui attivi riposavano sul capitale fondiario della "provincia profonda", che avevano rifiutato sino ad allora di cedere. Era stato sufficiente al riguardo rialzare rapidamente il tasso di sconto della riserva federale, mentre gli industriali beneficiavano di crediti agevolati che consentirono loro d'evitare gli effetti di questa misura.

LA CRISI DEL 1929

Lo stesso accadde per la crisi del '29. Certamente una bolla speculativa s'era sviluppata nel corso degli anni 1926-1929, favorita da un rapido sviluppo economico, mentre le rendite distribuite dalla produzione crescevano meno velocemente che questa, alimentando la richiesta di credito necessaria a smaltirla.
Già l'economia agli inizi del 1929 dava segni di stanchezza, in particolare perché i capitali disponibili erano investiti nella speculazione piuttosto che nell'economia produttiva, questa offrendo maggior redditività: tra maggio ed ottobre 1927, la produzione industriale s'era abbassata del 7%.
Tuttavia i banchieri centrali furono la causa della gravità della crisi. Negli anni 1926-1928, i tassi d'interesse ufficiali, quelli della FED - e ciò in accordo con la Banca d'Inghilterra diretta da Sir Montagu Norman stabilitosi allora a Washington, -erano rimasti bassi ed i prestiti concessi in abbondanza, coll'approvazione del governo, questo mentre l'economia cominciava ad accelerare in maniera forsennata e le dichiarazioni governative incoraggiavano la popolazione a piazzare i propri risparmi nel sistema borsistico. Era divenuto certamente necessario rallentare la corsa ma i banchieri centrali fecero in modo che ciò non li svantaggiasse. Ed è così che a partire dalla primavera del 1929, la FED aumentò rapidamente i suoi tassi, che già aveva iniziato a far risalire lentamente dal 1928.
Ciò non poteva avere che l'effetto di strangolare senza pietà un'economia surriscaldata. Tuttavia questa politica fu lanciata in maniera discreta, mentre le banche, parti essenziali della FED, avevano delle liste preferenziali di persone informate in anticipo delle manovre speculative e tra le quali figuravano banchieri, amici, industriali, parlamentari, dirigenti, società straniere etc etc.
Pratiche correnti, si obietterà: ma che mostrano chiaramente che la politica economica di certuni non corrisponde a quella di tutti e, soprattutto, all'interesse nazionale dei popoli.
Al di fuori delle cause puramente tecniche, vi sono cause di natura particolare complicate dall'imprevedibilità degli avvenimenti che neppure i cervelli meglio organizzati potrebbero gestire.
La crisi del'29, come quella scatenatasi nel 2008, vi trova le sue cause profonde. Così, tra altri fattori, è facile interrogarsi sulla riunione dei dirigenti della FED del 20 aprile 1929, il cui contenuto non è stato reso pubblico, nel momento in cui a partire da essa si mette in marcia la politica di penuria monetaria sul mercato a breve termine di New York e nello stesso momento in cui gli "iniziati" convertono le loro azioni sopravvalutate in titoli di Stato all'evidente scopo di tutelarsi.
Nell'agosto del 1929 il tasso era già salito al 6%. Ma quando il tasso d'interesse passa brutalmente al 20% si arriva alla catastrofe: è ciò che si produsse in occasione del celebre "giovedì nero" del 24 ottobre 1929 .
Nel suo numero del 25 maggio 1929 il London Statist aveva scritto. "Negli Stati Uniti, le autorità bancarie vogliono visibilmente un panico economico per bloccare la speculazione". Di fatto, i dirigenti finanziari degli Usa e dei circoli economici mondiali agirono senza remore per porre un freno ad un gioco pericoloso, al tempo stesso però preservando i propri interessi. D'altronde la "grande depressione" fu l'occasione di rafforzare la concentrazione economica come fece JP Morgan Company, costituendo un immenso trust alimentare, Standard Brands (poi divenuto Nabisco Brands).
La crisi degli anni trenta si concluse con la seconda guerra mondiale che fu l'occasione per la finanza anglosassone di rafforzare la propria dominazione sul mondo e in particolare sull'Europa occidentale, grazie anche al successivo aiuto della guerra fredda.

GLI ULTIMI DECENNI

Veniamo agli ultimi decenni. Lo sviluppo delle relazioni economiche internazionali legate all'industrializzazione degli Stati ch'erano rimasti fino ad allora al di fuori della rivoluzione industriale ha favorito l'estensione di reti finanziarie internazionali accentrate su New York e Londra, le quali servono di supporto all'espansione del progetto mondialista che mira ad abolire le frontiere facendo saltare il "catenaccio della nazione". come l'aveva definito il barone di Rothschild nel 1971, e facendo decadere il mondo bianco attraverso il meticciato e la multiculturalità.
Già dagli anni settanta, lo spossessamento degli Stati della loro sovranità monetaria, messo in moto negli Stati Uniti prima del 1914, è entrato in una nuova fase. Rinunciando alla loro sovranità monetaria, gli Stati d'Europa hanno deciso di non rifinanziarsi più per loro conto, come facevano per una gran parte fino ad allora, ma di ricorrere al prestito sui mercati finanziari, così indebitandosi al prezzo del pagamento di tassi d'interesse che accumulano così via via un debito sempre più considerevole. Da qualche tempo, però tardivamente, l'opinione pubblica comincia a scoprire per esempio la legge Giscard-Pompidou del 1973 che instaura questo sistema di incatenamento della Francia. ma alla stessa epoca delle simili leggi furono adottate negli altri stati europei ed esse sono state iscritte nel marmo dei trattati dell'Unione Europea, da una parte con l'articolo 104 del trattato di Maastricht, dall'altra coll'art.123 del trattato di Lisbona, alias "mini-trattato"- voluto da Sarkozy per fare accettare le principali disposizioni del Trattato dell'Unione Europea, bocciato nel 2005 dai francesi e dagli olandesi.
Ricordiamo così che sui circa 1600 miliardi d'euro di debiti della Francia, circa 1400 sono imputabili al servizio del debito accumulato dal 1974. Il tasso d'indebitamento della maggior parte degli stati europei passa l'80% del PIL, e oltre il 100% come l'Italia. Anche la virtuosa Germania vede il proprio tasso d'indebitamento pubblico raggiungere l'83% e le sue finanze sono meno solide di quel che appare. Detto altrimenti, tutti gli stati, compresi gli Stati Uniti, sono in qualche modo presi in trappola e la loro sorte dipende dai "mercati", ossia da alcuni circoli finanziari pronti a scatenare una crisi maggiore o magari attendendola.
Congiuntamente, questa trappola comporta un'altra partita: creare una crescita artificiale dei mercati fondata sul danaro fittizio per un montante che raggiunge oltre i 50.000 miliardi di titoli virtuali o di valore assai dubbio, mentre l'economia reale ristagna (precisiamo che solo il 3% della massa monetaria mondiale contabilizzata ha relazione con l'economia reale, ossia produttiva). Una crisi scatenata in queste condizioni permette a quelli che la producono di riscattare imprese a bassi prezzi, d'accelerare le fusioni bancarie, di rinforzare i monopoli transnazionali, spogliando stati e popoli.

LA CRISI DEL 2008

La crisi finanziaria dell'autunno del 2008 sopraggiunge dopo lo sviluppo lussureggiante di quella che si chiama "industria finanziaria" e degli speculatori d'ogni risma, le tecniche finanziarie avendo fatto oggetto di grandi innovazioni (come i mercati a termine e la titolarizzazione), con l'aiuto dell'informatica; lo sviluppo del credito ipotecario s'aggiunge alla dose. Questa crisi era già prevedibile dal 2007 per quelli che si davano pena d'essere attenti alle discrete dichiarazioni pubblicate nelle riviste finanziarie. Ritroviamo in qualche maniera il processo interno al mondo finanziario descritto precedentemente a proposito della crisi del 1929.
Tutto si svolge come se l'attuale crisi avesse per obiettivo di condurre a risipiscenza gli stati affinché si sottomettano in toto al potere della finanza mondializzata ed apatride che controlla i popoli mediante segni monetari che non hanno altra consistenza che qualche riga di scrittura su quaderni o computer ! Così, la crisi dell'euro, moneta per sua natura fragile data la disparità economica degli stati che vi hanno aderito, è stata accelerata ingigantendo la questione greca. La federalizzazione dell'Europa è proposta come la soluzione; ciò che corrisponde a quanto scriveva un secolo fa Saint Yves d'Alveydre, vicino ai mondialisti dell'epoca, ossia un programma d'accettazione dei progetti politici attraverso l'economia.
A riprova di questa "crisi voluta" citiamo Davidson Rockfeller, uno dei mentori del mondialismo, che dichiarava nel 2006: "Noi arriviamo verso l'emergenza d'una trasformazione globale. Tutto ciò di cui abbiamo bisogno è la ed il popolo accetterà il nuovo ordine mondiale".
Ma, più ancora, la politica di copertura dei debiti attualmente condotta, sotto la guardia del FMI, a colpi di ristrutturazioni e liberoscambismo, per tentare di garantire alle banche il pagamento dei crediti accumulati e meglio asservire gli stati, conduce all'impoverimento delle classi medie e alla costituzione d'una società polarizzata tra ricchi e poveri, ad un punto di massima fragilità e riportando i nostri popoli ad un'epoca di sottosviluppo.
A quest'aspetto s'aggiungono dei fattori geopolitici. Vediamo il caso di Saddam Hussein, attaccato certamente per impadronirsi del petrolio irakeno (dalla crisi petrolifera del 1973 organizzata da Kissinger e l'OPEC, il petrolio era divenuto la garanzia del dollaro in quanto moneta di riserva internazionale) ma anche per castigare un regime che si voleva sottrarre alle forche caudine del mondialismo; lo stesso vale per Gheddafi, attaccato, poi assassinato per la semplice ragione che voleva ridurre la rendita delle società petrolifere che operavano in LIbia e instituire un sistema di finanziamento dell'Africa che sfuggisse all'influenza dei banchieri di Wall Street e della City. La situazione iraniana può analizzarsi nella medesima maniera. Aggiungiamo la questione geopolitica centrale della difesa dello Stato di Israele e avremo un quadro assai completo della situazione presente, alla luce della lunga durata storica sinteticamente qui presentata sotto la luce degl'interessi finanziari.
Ciò precisato, la storia non è già stata scritta e il progetto mondialista, ultimo sopravvissuto delle grandi ideologie del ventesimo secolo, non è per nulla assicurato nella sua riuscita.
Fondandosi sull'inganno, sulla speculazione e l'assenza di morale naturale, ossia di conformità alle leggi universali che regolano il mondo e la vita delle società, il costruttivismo mondialista è più fragile di ciò che si pensi, tanto più che il mondo su cui s'appoggia, ossia il "mondo bianco" è in decadimento spirituale e in declino economico.
I popoli debbono ritrovare le loro libertà confiscate dalla moneta fittizia e un debito illegittimo, poiché non spetta alle popolazioni di pagare le mene dei bankster e dei politici mediocri e stipendiati.
Sicuramente tante difficoltà e situazioni impreviste ci attendono. ma l'avvenire è più che mai aperto e sarà ciò che noi sapremo farne.

martedì 6 dicembre 2011

QUANDO I GANGSTER SI METTONO A DARE LEZIONI

Ambienti filo atlantici hanno iniziato ad accusare le autorità russe di brogli nella conta dei voti; e subito la Clinton ci si è buttata a pesce.
Non gli è andata giù che Putin e la sua linea politica abbiano vinto le elezioni legislative, non in maniera trionfale come nella precedente occasione ma comunque in modo netto; la metà dei voti, questo significa, al di là delle patetiche minimizzazioni dei lacchè della stampa "occidentale"; al 50% dei consensi di Russia Unita va aggiunto un altro dieci per cento degli alleati di Russia Giusta; il 10% dei nazionalisti di Zirinowski ed il 20% dei comunisti non camminano certo nella direzione laico-liberale auspicata dagli Usa e dai blogger da loro stipendiati.
Gli è andata male anche stavolta.
E' da settant'anni che gli Stati Uniti vanno cercando nella Russia (fin da quando era ancora sovietica) un partner commerciale privilegiato per costituire, insieme con essa ma da loro diretto, un duopolio mondiale al fine di controllare i mercati del globo.
Sono ben noti i finanziamenti che la rivoluzione sovietica ottenne da banche "diciamo" statunitensi; è meno noto il fatto che l'alleanza di Roosevelt e Stalin, oltre che finalizzata a schiacciare una Germania destinata a diventare forza economica di prim'ordine e che aveva rifiutato i metodi speculativi del commercio internazionale, era quello della nascita di un polo che controllasse il mercato mondiale a 360 gradi.
Roosevelt e la finanza americana ci contavano; gli statunitensi consegnarono a Stalin mezza Europa che le loro forze armate avrebbero potuto riprendersi in un batter di ciglia; non lo fecero perchè più importante della libertà dei popoli dell'est era coccolare il tagliagole georgiano che contavano di portare dalla loro parte: quella che intendeva impossessarsi del controllo globale dei mercati.
Peccato però che Stalin odiasse i capitalisti non meno di quanto aveva odiato i tedeschi e il nazionalsocialismo; e non se ne fece nulla.
Liquefatto il comunismo l'occasione si ripresenta e, paradossi della storia, gli Usa riescono nell'intento col nemico del giorno prima là dove avevan mancato in precedenza coll'alleato di una guerra sanguinosa; agganciano così la nuova leadership russa portandola nell'orbita del modello liberale; ma il progetto dura poco perché Putin gliel'affossa riservando allo Stato il controllo della sua economia.
***
Nessuno è in grado di stabilire se in Russia qualcuno abbia barato nel conteggio dei voti; allo stesso modo in cui non possiamo giurare sul fatto che, nel 2004, il governatore della Florida, Jeb Bush, abbia o no manovrato per far risultare vincente nel suo stato, in maniera poi decisiva, il fratello demente e beone.
Siamo però in grado di affermare con assoluta sicurezza che gli Stati Uniti, da oltre cento anni, si comportano da gangster sul piano sociale, militare e internazionale; è assodato che per costituirsi come nazione ricorsero al massacro sistematico delle popolazioni indiane e acquistarono uomini di pelle scura strappati alle loro terre africane per farne schiavi.
Possiamo affermare con certezza che furono gli Stati Uniti, non la Russia sovietica, a praticare il massacro indiscriminato delle popolazioni tedesche e giapponesi (ma che causarono lutti tremendi anche a città italiane e francesi) con quello che Piero Buscaroli chiamò "l'olocausto dell'aria"; sicuramente erano anglo-nordamericani i gangster volanti che sparavano nelle campagne italiane uccidendo inermi contadini o pacifici ciclisti in un osceno e gratuito tiro al bersaglio; erano anglo-nordamericani i cacciabombardieri i cui piloti avevano scommesso su chi riusciva a buttar giù le due torri di Bologna; le mancarono ma rasero al suolo il vicinissimo Palazzo della Mercanzia; fuor di dubbio che fossero anglo-nordamericane le camionette militari che in Italia, per tutto il periodo dell'occupazione, travolsero, uccidendole e ferendole, migliaia di persone per la guida assassina dei loro autisti bambinoni perennemente ubriachi e ipervitaminizzati (sessant'anni prima della strage del Cermis) in una carneficina passata sotto silenzio e denunciata all'epoca da pochi (tra cui l'indimenticato Giovannino Guareschi nelle colonne del "Candido"); era sicuramente nordamericano il napalm gettato a tonnellate sulle foreste e sui villaggi vietnamiti; sono nordamericani i dollari e le armi fornite a Israele e che servono al massacro sistematico dei palestinesi.
Prima di ficcare il naso negli affari altrui ci spieghino chi ammazzò J.F.Kennedy, l'unico presidente cattolico e non massone nella storia degli Usa; smettendola di gabellarci il rapporto Warren dove si afferma che a sparare da due direzioni opposte fu lo stesso uomo e lo stesso fucile: una cosa del genere non sarebbe capace di farla neppure Rambo.
E si potrebbe continuare per altre mille pagine.

lunedì 28 novembre 2011

LIBIA. PUNTO DELLA SITUAZIONE AL 25 NOVEMBRE

di Bernard Lugan dal sito www.realpolitik.tv
traduzione e diffusione autorizzate

In Libia la guerra dei clan si svolge ormai apertamente in Tripolitania dove cinque grandi forze sono presenti à Syrte, à Misurata, à Bani Walid, nello djebel Nefusa e a Zenten e a Tripoli :

- le tribù della regione della Syrte hanno cessato il combattimento schiacciati sotto le bombe della Nato ma hanno mantenuto la loro fedeltà. Ora che l'aviazione occidentale è tornata alle sue basi, alcune di loro sono pronte a riprendere la lotta contro il CNT.

- Le milizie di Misurata, quelle che catturarono e linciarono il colonnello Gheddafi, rifiutano ogni altra autorità che non sia quella dei loro capi. Tutte le componenti della Tripolitania le odiano, compresi gl'islamisti di Tripoli.
- A sud di Misurata, attorno a Bani Walid la frazione tripolitana della tribu dei Warfalla, ossia circa 500 000 membri, è sempre fedele al vecchio regime.

- Nella regione di Tripoli, i combattimenti tra le due milizie berbere dello djebel Nefusa e di Zenten da una parte e gli islamisti del Tripoli Military Council (TMC) dall'altra, hanno visto un'accelerazione negli ultimi giorni.

Un avvenimento di grandissima importanza s'è prodotto il 25 novembre con l’arresto all’aeroporto di Tripoli d’Abelhakim Belhaj, capo del TMC mentre, sotto falsa identità, tentava di prendere il volo per la Turchia. L’arresto da parte della brigata di Zenten di questo fondamentalista, vecchio combattente d’Afghanistan sostenuto dal Qatar, marca una svolta nell'evoluzione della situazione libica. Perché mai questa partenza rocambolesca ? Si sentiva minacciato e stava prendendo la fuga ? Si stava recando in missione segreta in Turchia? Questo arresto segna l'inizio del rifiuto dell'opprimente onnipresenza delle forze e degli agenti del Qatar, (numerosi libici domandandosi se il loro paese non sia divenuto una colonia di questo emirato ricchissimo ma sottopopolato e il cui esercito è composto da mercenari) ?
Abelhakim Belhaj è stato liberato su richiesta del presidente del CNT, Mustapha Abdel Jalil.

Lo sfondo del problema che gli osservatori una volta ancora non hanno visto, e che certuni una volta ancora riprenderanno, naturalmente senza citarmi e quando avranno letto il mio comunicato, è che i berberi hanno deciso di giocare la loro carta. Grandi perdenti – come avevo annunciato - della nuova situazione politica, essi si ritrovano in effetti, come prima della caduta del regime di Gheddafi , di fronte ad un nazionalismo arabo-musulmano che nega la loro esistenza. Nessun ministro del nuovo governo è berbero allorché le loro due brigate costituirono i soli elementi militarmente operativi della ribellione. Di fronte a questa situazione, il 25 novembre, la Conferenza Libica degli Amazighs (berberi) ha sospeso le sue relazioni con il CNT.
Militarmente, i berberi sembrano aver preso il controllo d'una parte della città di Tripoli, tra cui l'aeroporto. Altra chance, essi tengono loro prigioniero Seif al-Islam Gheddafi che hanno trattato con considerazione e anche rispetto. Un tale atteggiamento non è certamente del tutto spontaneo poiché contrasta coi trattamenti ignominiosi che i miliziani di Misurata fecero patire a suo padre e che numerosi libici hanno giurato di vendicare.
Se l'attuale governo non darà soddisfazione ai berberi, i quali costituiscono circa il 10% dei 6 milioni di Libici, un'alleanza rivolta al tempo stesso contro il CNT e contro Misurata e che comprenderebbe le loro milizie, la frazione tripolitana dei Warfalla così come le tribù della regione della Syrte, potrebbe essere costituita. E senza colpo ferire potrebbe impadronirsi della Tripolitania, soltanto Misurata essendo in grado di opporre una minima resistenza. Senza contare che al Sud, i tuareg e i toubou sono anch'essi restati fedeli alle loro passate alleanze.
Quanto alla Cirenaica, che é oggi sotto il controllo diretto degl'islamisti, essa è di fatto sfuggita alle autorità di Tripoli.

giovedì 17 novembre 2011

IL TALENTO DI MR.MONTI

Ecco a noi Mario Monti, annunciato salvatore d'Italia, mandato da quell'Europa "legale" - oltraggiata dall'annuncio del referendum greco, massima espressione della democrazia - covo di quella cricca di banchieri, politici, burocrati che vivono alle spalle dell'Europa "reale".
Ma è tutto oro quel che luccica?
Questo "grande economista", definito da "Le Monde" (14 novembre) "il prussiano d'Italia", nella realtà uomo-Trilateral e uomo-Goldman Sachs, ha ricoperto nell'Unione Europea il ruolo di Commissario, incaricato del Mercato interno e poi della Concorrenza.
E nello svolgere questa funzione egli ha dimostrato tutto il proprio zelo di ideologo liberale, fautore della concorrenza dura e pura.
Innanzitutto bloccando le dinamiche di fusione di grandi gruppi europei che, in questa era post-industriale e mondializzante, dovevano far fronte ad entità industriali multi o trans-nazionali sempre più potenti, sempre più concorrenziali, soprattutto con quelle del nord America che, rispetto a quelle europee, partono da una posizione di forte finanziarizzazione; è un dato di fatto che l'ottanta per cento delle imprese statunitensi si autofinanzia mentre la stessa percentuale d'imprese europee è costretta a ricorrere al credito(1).
Non prendiamoci in giro e guardiamo le cose colle lenti della cruda realtà: la sfida della mondializzazione non la si vince se l'Europa non si dota di strumenti atti a reggere il confronto, anche sul piano geopolitico, con una concorrenza mondiale tanto più spietata quanto irrispettosa delle regole del gioco; l'alternativa è il rilancio industriale dell'Europa, anche attraverso alleanze strategiche - e la sua sopravvivenza economica quale presupposto e motore di quella culturale - o la sua deindustrializzazione e la conseguente svendita a poteri finanziari-imprenditoriali transcontinentali che se ne spartiranno le spoglie facendola definitivamente uscire dalla Storia.
Il primo veto della commissione presieduta da Monti fulmina il tentativo di fusione delle americane General Electric-Honeywell: I successivi tentativi di bloccare le iniziative di fusioni europee Airtours-First Choice (compagnie di aviazione), Schneider-Legrand e Tetra Laval-Sidel e le sanzioni inflitte alla Volkswagen per abuso di posizione dominante in materia di prezzi di vendita del modello Passat vengono però cassati dalla Corte di Giustizia Europea che in prima istanza boccia le decisioni emanate dalla commissione.
La decisione che boccia il veto alla fusione dei gruppi d'apparecchiature elettriche Schneider e Legrand arriva però troppo tardi poichè la Legrand nel frattempo è stata già svenduta.
In questa decisione i giudici europei enumerano numerosi errori manifesti, omissioni e contraddizioni nell'analisi economica elaborata dalla commissione a sostegno del proprio rifiuto.
Nell' "affaire" Tetra Laval-Sidel il veto viene annullato essendo, secondo la Corte Europea, "l'analisi economica delle conseguenze a corto termine della fusione sulla concorrenza, insufficiente sotto il profilo degli elementi probanti e viziata da errori interpretativi".
Dei veri e propri schiaffi alla pretesa competenza del dr.Monti.
Ma a parte queste vere e proprie debacles, resta il fatto che il dogmatismo liberale della concorrenza assoluta ed astratta - che dunque deve colpire le posizioni "dominanti" potenzialmente monopolistiche, indipendentemente dall'interesse del consumatore alla qualità e al prezzo del prodotto - e la conseguente reputazione d' "integrità" che il neo-premier si guadagna nell'opporsi a giganti americani come Microsoft e a General Electrics nel suo tentativo di fusione con Honeywell o a denunciare aiuti sotterranei degli stati a imprese nazionali (vietati sempre a nome del principio della "concorrenza pura e non falsata"), sembrano però dissolversi di fronte alle molteplici e durature pratiche fraudolente di certi gruppi finanziari di Londra e di New York e, in particolare, quelle condotte dalle banche Rotschild e Goldman Sachs.
Qual è la direzione che i signori del danaro vogliono imporre al mondo? Quella voluta da interessi trans-nazionali in una "governance" mondiale capitanata dagli Stati Uniti: un mercato globale da lei diretto con un'Europa virtuale e disossata sottoposta al loro controllo; è la stessa strategia che nel dopoguerra vide la potenza americana esigere la decolonizzazione (in nome della santa democrazia) per favorire l'esportazione in Africa e nel terzo mondo di prodotti made in usa in sostituzione di quelli fabbricati in Europa.
Alla de-colonizzazione dell'Africa di allora oggi si sostituisce la de-nazionalizzazione dei poteri politici europei, commissariati dai burocrati culturalmente apolidi di Bruxelles e Mario Monti ne è il più lampante esempio.


(1) E, guarda caso, le regole di 'Basilea 3' impongono agli istituti bancari sempre più limitazioni per l'accesso al credito; chi detta le regole del gioco vince.

lunedì 7 novembre 2011

NON PAGARE IL DEBITO ALLE BANCHE.

La crisi finanziaria che investe l'Europa è, appunto, una crisi finanziaria, ossia legata alla circolazione del danaro, al rapporto debito/credito tra prestatori e debitori; il mondo non scarseggia di prodotti, di servizi, di beni ma di danaro, ossia del mezzo di scambio che serve a procurarseli.
Gli squilibri che oggi devastano la nostra tranquillità - familiare, imprenditoriale e dunque - sociale sono, in gran parte, il frutto di debiti contratti dagli stati per provvedere alle esigenze legate all'esercizio della propria sovranità: scuola, sicurezza, servizi sociali etc etc; una parte di questi debiti sono stati assunti nei confronti del circuito bancario; un'altra parte nei confronti di risparmiatori.
Non bisogna negare l'evidenza: una parte non trascurabile delle uscite dello stato italiano è puro spreco, clientela, inutile e greve burocrazia, assistenzialismo gabellato come spesa sociale.
E questo è un fatto; ma è pure un fatto che lo Stato ricorre al prestito ricevendo moneta creata dal nulla, nota questione che è inutile qui ricordare.
Ed allora, se i debiti verso i cittadini bisogna pagarli, quelli verso le banche no; qualificati come soggetti di pubblico interesse dalle leggi fasciste degli anni trenta, nella loro attività di raccolta del risparmio e di erogazione del credito e poi divenute, grazie a direttive europee degli anni settanta/ottanta, mere imprese con fini speculativi, gli istituti bancari hanno da venti/trent'anni a questa parte fatto i propri porci comodi e i propri sporchi interessi; hanno fatto quello che è stato loro concesso di fare, si potrebbe obiettare. Benissimo; ora però lo Stato faccia il suo, d'interesse, che è quello che la costituzione gli assegna o gli raccomanda, ossia controllare il credito e il risparmio (articolo 47 della costituzione) e nazionalizzare la fase d'emissione dell'euro (articolo 43 della costituzione: a fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale).
Si dirà: ma i debiti vanno pagati; balle, lo Stato può fare quello che vuole: creare leggi, abrogarle, dichiarare guerre, cannoneggiare altri territori, perdonare i malfattori, svuotare le tasche dei propri cittadini e addirittura dichiarare inesigibili certi crediti; tutte cose che gli Stati hanno sempre fatto e continuano - e continueranno - a fare.
Qualche esempio? Recentissimamente l'Islanda e, nel 2008, l'Ecuador. Asfissiato dal rimborso di prestiti che rappresentavano il cinquanta per cento del proprio bilancio, l'allora presidente Raphael Correa rifiutò di pagare il 40% del debito dichiarandolo illegittimo, costringendo così i creditori a rinunciare a gran parte delle loro pretese.
L'Ecuador entrava così per la terza volta in 14 anni in default ma non come risultato di una decisione subìta ma di un legittimo - in quanto sovrano - atto politico.
Così s'espresse il presidente ecuadoregno: "Ho dato l'ordine di non pagare gli interessi. Il paese è dunque in default su questo debito coll'estero. Noi sappiamo ciò che andiamo ad affrontare, dei veri e propri mostri che non esiteranno nel tentare di schiacciare il paese ma io non potevo più permettere che si continuasse a pagare un debito immorale ed illegittimo. In quanto presidente della Repubblica me ne assumo tutta la responsabilità".
Il 12 dicembre 2008, nello stesso giorno in cui questo discorso era pronunciato, 30,6 milioni di dollari d'interessi su titoli rimborsabili nel 2012 non venivano pagati; la stessa sorte subivano i debiti per successivi interessi venuti a maturazione.
I crediti bancari contestati ammontavano a 3,8 miliardi di dollari, ossia quasi il 40% del debito pubblico coll'estero, pari a 9,9 miliardi di dollari rappresentati principalmente da buoni del Tesoro, oggetto di transazione sui mercati finanziari e in particolare su quello di Wall Street.
Davanti alla determinazione di quel governo sudamericano i detentori di quei titoli cominciarono a svenderli fino al 20% del loro valore; il governo ecuadoregno riuscì a comprarne il 91%, riscattando quindi il proprio debito ad un costo di 900 milioni di dollari, con un conseguente risparmio di circa 7 miliardi di dollari.
E da questo rifiuto di pagare il debito non è certo seguito il caos, visto che il tasso di crescita dell'Ecuador è pari al 3-4 %.
Restiamo in attesa che i governi europei - in particolare di Grecia, Italia, Spagna, Portogallo e altri - si rendano conto che l'interesse dei popoli che governano è superiore a quello dei gruppi finanziari da cui sono taglieggiati da decenni e, dunque, facciano valere i rispettivi diritti con un atto di prepotente ma legittima sovranità.

mercoledì 26 ottobre 2011

PERONISMO / PERONISMI

La vittoria di Cristina Kirchner alle elezioni presidenziali e quella del suo raggruppamento (Frente para la Victoria) per il rinnovo parziale di camera e senato erano ampiamente scontate.
La percentuale ottenuta dalla "Presidenta" (54%) è seconda solo a quella raggiunta da Juan Domingo Peron nelle elezioni del 1951 quando il generale
raggiunse oltre il 62% dei consensi.
E' un errore però ravvisare nella politica di Cristina Kirchner una sorta di continuità rispetto all'originaria dottrina "justicialista".
Sotto la sigla del peronismo si sono succedute presidenze e politiche economiche profondamente diverse se non opposte: se Peron alla fine degli anni quaranta nazionalizzò le ferrovie, allora appartenenti a compagnie private britanniche (che coi loro costi di fatto azzeravano i ricavi degli imprenditori locali), il peronista Menem (sfiorò il 50% dei consensi in occasione della sua rielezione del 1994) colla sua politica liberista fatta di privatizzazioni e "dollarizzazione" dell'economia argentina (responsabile del default del 2001) è, a sua volta, lontano anni-luce dalle scelte popolari/populiste e spesso demagogiche della vedova Kirchner.
Alla quale va riconosciuto il merito di aver aiutato le classi medie e medio-basse a sopportare la perdita di valore del peso (che soffre di una svalutazione del 20% all'anno) attraverso una politica di abbassamento dei prezzi dei prodotti di prima necessità (gas, luce, acqua e trasporti costano agli argentini un sesto di quello che pagano i brasiliani o i cileni; ma ancora per quanto?). Però a questa encomiabile volontà di garantire con prezzi politici alcuni bisogni fondamentali, ciò che spiega il recentissimo plebiscito tributatole, non corrisponde una lungimiranza in altre fondamentali scelte economiche.
L'Argentina è per sua natura destinata ad essere un paese esportatore; con quaranta milioni d'abitanti, una superficie grande undici volte l'Italia e una ricchezza di prodotti, di qualunque genere, dai metalli all'allevamento ai frutti della terra, chi potrebbe pensare ad una economia chiusa al mercato internazionale? Juan Domingo Peron sostenne l'iniziativa privata e l'agricoltura incoraggiando il consumo; il governo attuale, accecato dai pregiudizi ideologici di alcuni ministri, vede nell'imprenditore (soprattutto quello agricolo) un nemico e pone incomprensibili e assurde limitazioni al commercio estero, in entrata e in uscita.
L'ubriacatura demo-progressista dell'attuale società argentina ha provocato un'altra vittima: la Giustizia. Tralasciando le voci, insistenti e soffocate, sull'arricchimento personale della famiglia presidenziale, il cui patrimonio risulta centuplicato da quando Nestor Kirchner fu eletto presidente nel 2003, e pure trascurando il sistema clientelare dell'attuale gruppo dirigente, va sottolineato che oggi marciscono nelle galere argentine un migliaio di militari, accusati di crimini legati alla lotta contro il terrorismo nel periodo 1976-1983, quando il regime militare assunse il potere.
Il primo governo Kirchner fece infatti abrogare la legge di amnistia che Menem prima e Duhalde poi concessero, gradualmente, sia ai militari sia ai terroristi; il perdono per tutti doveva favorire la riconciliazione nazionale ma l'annullamento della legge, disposto SOLAMENTE per i delitti dei militari, ha fatto riprecipitare l'Argentina in un clima gonfio di spirito di vendetta.
Un migliaio di persone - fra cui moltissime in età avanzata - aspettano da sette anni la conclusione dei loro processi, e dunque sono innocenti fino prova contraria; nel frattempo 140 di loro sono morte di vecchiaia o di malattia dietro le sbarre. Mentre per i terroristi che dal 1970 fino all'inizio degli anni ottanta si macchiarono di omicidi di poliziotti, di ufficiali dell'esercito, di soldati, di dirigenti politici e sindacali (quasi tutti peronisti !), di cittadini inermi, di mogli e figli di ufficiali, di sequestri ed estorsioni, d'attentati dinamitardi, per loro nessun processo, nessuna condanna, anzi la riabilitazione politica.
E non solo quella; indennizzi di 200.000 dollari per ciascuna persona riconosciuta "vittima del governo militare", con criteri di giudizio simili a quelli usati nel dopoguerra italiano per i riconoscimenti della "qualità" di partigiano; nessun indennizzo invece è stato mai destinato alle vittime degli attentati e della violenza terroristica. Desaparecidos pure loro.
L'umiliazione delle Forze Armate e la rivalutazione di vecchi rottami del terrorismo ideologico (e non solo ideologico) degli anni settanta/ottanta, oggi ben saldi in posizioni di potere, si accompagnano ad evidenti derive di stampo progressista: la legalizzazione del matrimonio omosessuale e l'imminente legalizzazione dell'aborto ne costituiscono segni inequivocabili.
Resta però un dato incontestabile: il "justicialismo" è l'anima dell'Argentina; l'eredità del peronismo, in verità più romantica e nostalgica che strettamente dottrinale, rimane la memoria storica della nazione ed il voto a Cristina Kirchner più che un riconoscimento delle sue capacità, rappresenta il pegno della nazione a quell'ideale che pulsa nel sangue della stragrande maggioranza degli argentini; ed è in questo stesso solco, paradossalmente, che dovranno operare le forze nazionali (sottorappresentate elettoralmente dal modesto risultato del candidato - anch'egli peronista ma "dissidente" - Duhalde) per opporsi con successo alle derive progressiste e vendicative del "Kirchnerismo".

giovedì 6 ottobre 2011

MULTIPOLARITA' 1 — NATO 0

di Xavier Moreau
articolo apparso su www.realpolitik.tv
traduzione e diffusione autorizzate

Lo scacco della risoluzione occidentale contro la Siria rappresenta un nuovo duro colpo all’imperium americano.
Contrariamente a quanto accaduto con la Serbia nel 1999 e coll’Irak nel 2003, l'amministrazione americana non può persistere nella violazione dei limiti del diritto internazionale. L'impotente collera di Susan Rice (ambasciatrice degli Usa all'Onu) testimonia l'arretramento della posizione dell’ex-potenza mondiale sulla scena internazionale. Il ritornello moralizzatore, utilizzato dalla diplomazia americana in questi ultimi vent'anni, non commuove ormai che la stampa occidentale. Gli Stati Uniti di Barack Obama non sono più quelli di Bill Clinton, dove la pianificazione e l'esecuzione d’una epurazione etnica, come quella dei serbi di Krajina, potevano avvenire senza provocare la minima seria opposizione internazionale.
Gli Stati Uniti raccolgono oggi i frutti di vent'anni d’una politica estera cinica e controproducente. L'atteggiamento servile della stampa occidentale ha perduto la sua ragion d'essere visto che i popoli europei non le prestano più fiducia. Certamente, i regimi islamisti e islamo-mafiosi piazzati in Bosnia e in Kosovo, il sostegno ai terroristi nel Caucaso e ormai ai Fratelli Musulmani nei paesi arabi, non hanno scosso l'opinione pubblica dei paesi occidentali. Al contrario, per Cina e Russia, l’ « Islamerica» è una minaccia perfettamente tenuta in conto, non soltanto in politica estera ma ugualmente in politica interna.
La Russia, grazie a queste crisi arabe, ha fatto passare un messaggio chiaro. Che sosterrà sempre i suoi leali alleati. La Siria può oggi felicitarsi di non aver tenuto comportamenti ambigui nei confronti del suo potente alleato. Nel 2010, l’Iran aveva fatto le spese del suo avvicinamento con la Turchia e la Russia aveva lasciato allora agire il Consiglio di Sicurezza dell'ONU contro Téhéran. Per quanto riguarda Gheddafi, i suoi tentennamenti con l’Occidente ne avevano fatto un partner di dubbio affidamento agli occhi di Mosca. Proprio il Rais ha firmato la propria condanna, il giorno in cui ha voluto diventare alleato degli occidentali, come tutti quei « visionari » che furono lo Scià di Persia, il generale Noriega, Slobodan Milosevic, Saddam Hussein, Laurent Gbagbo…
I futuri potentati che saranno piazzati nei paesi conquistati dalla NATO faranno meglio ad avvicinarsi alla Russia, poichè come Moubarak o Ben Ali, sono tutti surrogabili, giudicabili e condannabili.