martedì 23 ottobre 2012
I CINQUANT'ANNI DEL CONCILIO VATICANO II: MEZZO SECOLO DI CATACLISMI
I CINQUANT’ANNI DEL CONCILIO VATICANO SECONDO: MEZZO SECOLO DI CATACLISMI
Traduzione dell’articolo apparso sul numero 3064 di Rivarol “Le cinquante ans de Vatican II: un demi siècle cataclysmique” di Jérôme Bourbon)
Cinquant’anni sono trascorsi da quel giorno di ottobre del 1962 che vide la riunione nella basilica di San Pietro a Roma di 2381 vescovi venuti dal mondo intero (eccetto che dai paesi comunisti) all’appello di Giovanni XXIII per la cerimonia d’apertura del “Secondo Concilio ecumenico” che si sarebbe poi protratto fino all’8 dicembre 1965.
Se si dovessero elencare i principali avvenimenti del XX° secolo, il Vaticano II figurerebbe in evidenza, tanto ha provocato nelle coscienze, nei costumi e nelle istituzioni dei capovolgimenti fondamentali di cui non abbiamo ancora valutato l’esatta misura. Questa assemblea di vescovi, che a differenza dei venti concili ecumenici da Nicea a Vaticano I, non ha definito né esplicitato dogmi, non ha proceduto attraverso canoni e anatemi, ha aperto la via ad una nuova religione che porta sempre ufficialmente il nome di cattolica ma la cui sostanza e le cui finalità non sono più per nulla le stesse. E’ un caso se i partigiani del Vaticano II hanno parlato, dall’inizio, come il cardinale Benelli di “chiesa conciliare” o come Paolo VI di “nuova Pentecoste”? Ugualmente, il cardinale Suenes notava che “il Vaticano II è il 1789 nella Chiesa”, mentre Padre Congar aggiungeva eloquentemente che attraverso il concilio “la Chiesa aveva compiuto pacificamente la sua rivoluzione d’Ottobre”
Espressioni che dimostrano che il Vaticano II marca una rottura radicale con quasi 2000 anni di cattolicesimo e inaugura una nuova religione, quella dell’umanità.
IL CULTO DELL’ UOMO
Il concilio ha introdotto una nuova maniera di porsi in rapporto a Dio. Pretendendo che l’uomo è cambiato, i Padri Conciliari ne deducono che occorre anche modificare il rapporto dell’uomo verso Dio passando dal teocentrismo all’antropocentrismo. Inversione radicale dei fini : la religione non è più al servizio di Dio ma al servizio dell’umanità. ”L’uomo è la sola creatura di Dio creata per lei stessa” , “l’uomo è il centro e il culmine di tutte le cose” osa affermare la costituzione Gaudium et Spes.
E Paolo VI, nel suo strabiliante discorso di chiusura del Concilio giungerà perfino a dire: “La religione di Dio che s’è fatto uomo s’è incontrata colla religione - poiché di ciò si tratta – dell’uomo che si è fatto Dio (…) Anche noi, noi più che chiunque, noi abbiamo il culto dell’uomo”. Se quest’ultimo è il fine e il culmine di tutto, occorre evidentemente ripensare tutta la teologia cattolica. La chiesa conciliare si definisce come un mezzo, una istituzione (tra molte altre), un segno al servizio dell’uomo. E’ la famosa teoria della Chiesa-Sacramento. Giovanni Paolo II potrà così dire che “la Chiesa ha rivelato l’uomo a sé stesso” o ancora che “l’uomo è il cammino della Chiesa “. Se questo è il caso, si comprende che la liturgia abbia allora per obbiettivo di celebrare l’umanità, soggetto del rito sacro e del sacerdote. Da qui gli altari girati verso l’assemblea dei fedeli di cui il prete non è che l’animatore, la nuova messa non essendo più gerarchica ma democratica. Da qui il rigetto del carattere propiziatorio del santo sacrificio della messa. La « messa di Lutero » (dixit Mons. Lefebvre) i cui studi dettagliati hanno provato le origini non soltanto protestanti ma talmudiche, si definisce come la « sinassi sacra dei fedeli », così come afferma l’articolo 7 del Novus ordo missae di Paolo VI. La celebrazione detta dell’eucarestia non è più il memoriale della croce ma quello della cena. E’ la dottrina della messa-banchetto.
LA SERVETTA DEL MONDIALISMO
Secondo questa nuova teologia non è più la chiesa cattolica ad essere il regno di Dio ma l’umanità tutta intera. La missione della chiesa conciliare sarà allora quella di preparare l’avvento di questo regno temporale verso il quale convergono tutte le religioni poiché il genere umano tende nei fatti ad una crescente unità i cui segni sono “la socializzazione di tutte le cose, la condivisione delle ricchezze, la rivendicazione dei diritti dell’uomo”. Il ruolo della nuova chiesa si riduce ad affrettare questo processo d’unificazione. E’ così che si giustificano il dialogo inter-religioso, l’ecumenismo liberale che sono al servizio d’una pace in divenire. Da qui i raduni sincretistici come Assisi o catodici come le giornate mondiali della gioventù, destinati secondo i disegni dell’ONU, a preparare l’avvento d’un mondialismo politico-religioso, vale a dire d’un governo mondiale e d’una religione ella stessa mondiale confinata nel ruolo di animatrice della democrazia universale. In questo schema, la realità sociale di Gesù Cristo appare evidentemente obsoleta. Così la chiesa conciliare si schiera con entusiasmo alla laicità dello Stato e, alla bisogna, l’impone con la forza come in Spagna – 1967 – e in Colombia – 1973 - che a espressa domanda di Paolo VI abbandonano le loro costituzioni cattoliche.
Questa unità spirituale del genere umano si declina in differenti gradi di comunione, in multipli cerchi concentrici; le coscienze sono più o meno illuminate dalla fede ma nessuno potrebbe esserne escluso poiché “in un certo modo, il Cristo s’è unito a ogni uomo” (Gaudium et Spes). Non v’è allora più bisogno d’essere battezzati e di credere per salvarsi. La questione della salvezza e della dannazione ha perduto ogni urgenza e anche ogni senso. E in effetti la pastorale conciliare evita il peccato originale e la caduta della natura umana. La salvezza non è ormai che una presa di coscienza personale, essendoci l’uomo ad affermare la propria straordinaria dignità.
E’ da dire che Vaticano II è in rottura totale non solamente con la Tradizione cattolica ma più generalmente colla religione cattolica poiché questo concilio trova la propria ragione nell’esaltare la persona umana ed assicurare l’unità del genere umano .
LA GENESI DEL CONCILIO
Qual è lo svolgimento degli avvenimenti che ha condotto a una tale rivoluzione copernicana? Di fatto tutto inizia diciannove giorni dopo la morte di Pio XII, con l’elezione a settantasette anni, all’undicesimo giorno di scrutinio, il 28 ottobre 1958, del patriarca di Venezia Angelo Giuseppe Roncalli. Questi, che in modo assai rivelatore prende il nome d’un antipapa coinvolto nel grande scisma d’occidente, Giovanni XXIII, intende rompere spettacolarmente con i grandi orientamenti definiti da Pio XII. Roncalli mette in opera una strategia che porterà a ciò ch’egli chiamerà « l’aggiornamento» ossia alla rivoluzione nella chiesa. Appena eletto, colui che sarà chiamato dai media «il papa buono» riceve significativamente i più vivi incoraggiamenti dai principali nemici della Chiesa cattolica..
Yves Marsaudon nel suo libro “L’oecuménisme vu par un franc-maçon de tradition” scrisse così : «Avemmo sùbito la grandissima gioia di ricevere nelle 48 ore un cenno di riscontro del ricevimento delle nostre rispettose felicitazioni. Per noi era una grande emozione, ma per molti dei nostri amici questo fu un segno”. Ugualmente Giovanni XXIII riceve le felicitazioni del gran rabbino d’Israele Isaac Herzog, dell’arcivescovo anglicano Geoffroy Fischer, di Paul Robinson, presidente delle Chiese Federate e infine del capo della Chiesa ortodossa russa, il patriarca Alexis.
Dal 25 gennaio 1959, ossia meno di tre mesi dalla sua elezione, Roncalli annuncia pubblicamente dalla basilica di San Paolo fuori le mura la convocazione del “secondo concilio ecumenico del Vaticano”. Anche Pio XII aveva pensato di riunire una tale assemblea ma, davanti ai pericoli dell’impresa, s’era rapidamente ravvisato: “Sento attorno a me dei novatori – diceva – che vogliono smantellare la Cappella sacra, distruggere la fiamma universale della Chiesa, rifiutare i sui ornamenti, darle il rimorso del suo passato storico…Verrà un giorno in cui il mondo civilizzato rinnegherà il suo Dio, in cui la Chiesa dubiterà come Pietro ha dubitato. Essa sarà tentata di credere che l’uomo è divenuto Dio, che suo figlio non è che un simbolo, una filosofia come tante altre, e nelle chiese i cristiani cercheranno invano la lampada rossa dove Dio li aspetta, come la peccatrice che grida davanti alla tomba vuota: dove l’hanno messo?” (Mons. Roche : “Pie XII devant l’Histoire”).
Pio XII e Giovanni XXIII erano entrambi al corrente di questa situazione prerivoluzionaria nella Chiesa, ma mentre il primo non voleva cedere alle sirene delle novità, il secondo al contrario fremeva nel voler tutto trasformare.
Chiamare alla convocazione d’un concilio il 25 gennaio 1959 non era certo, a questo riguardo, un atto innocente, poiché questa data segnava la chiusura della settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Il concilio imminente non sarebbe stato dunque ecumenico (ossia universale, come lo furono i venti concili da Nicea a Vaticano II), ma ecumenisti. Del resto, l’anno seguente, il 5 giugno 1960, Giovanni XXIII crea un Segretariato per l’unità dei cristiani di cui affida la direzione al cardinal Bea, il quale è direttamente all’origine del decreto sull’ecumenismo di Vaticano II che rompe radicalmente col magistero anteriore.
Nel suo discorso d’apertura, Giovanni XXIII tiene un discorso che fece sensazione proclamando la sua “fede” nell’avvenire e nel progresso. A cinquant’ anni di distanza, quest’ ottimismo vistoso appare totalmente fuori luogo. Che lo si giudichi : « Nell’attuale situazione della Società, certi non vedono che rovine e calunnie ; essi hanno abitudine di dire che al nostra epoca è profondamente peggiorata, in rapporto ai secoli passati… Ci sembra necessario esprimere il nostro completo disaccordo con questi profeti di sciagura che annunciano sempre delle catastrofi, come se il mondo fosse vicino alla sua fine… Occorre che la Chiesa si giri verso i tempi presenti che daranno nuove vie all’apostolato cattolico».
UNA ROTTURA RADICALE
Dunque, lo schema era messo in opera, per la più grande rivoluzione che la Chiesa abbia subito dalla sua nascita. Tra i 2381 vescovi presenti, soltanto dai tre ai quattrocento Padri conciliari (tra cui Mons.Lefebvre e Mons.de Castro Mayer) tentarono di resistere agli assalti dei modernisti raggruppandosi in seno al Coetus internationalis patrum, ma questo combattimento non fu purtroppo coronato dal successo, tanto la minoranza attivista era abile nella manipolazione delle masse, esperta nelle formule volontariamente equivoche, tanto più, ed è qui il punto essenziale, ch’ella poteva appoggiarsi su un alleato indispensabile nella persona di Giovanni XXIII e poi, a partire dal 1963, del suo successore Paolo VI.
Occorrerebbero degli studi dettagliati — e in questi ultimi decenni non ne sono mancati — per analizzare, sezionare, commentare le circa duemila pagine di documenti firmati dai Padri conciliari e “promulgati” da Paolo VI il 7 dicembre 1965 e per spiegare l’assenza d’autorità e di legittimità del Vaticano II e degli uomini in abito bianco che vi si affidano. Si può a buon diritto considerare che Vaticano II era nei fatti un conciliabolo e non un vero concilio, tanto questi decreti hanno rotto col magistero tradizionale. E’ chiaro che Vaticano II ha voluto far passare la Chiesa dal teocentrismo all’antropocentrismo.
Niente sotto questo aspetto è più eloquente del discorso di chiusura di Paolo VI : « La Chiesa del concilio s’è anche molto occupata dell’uomo, dell’uomo tale come in realtà si presenta alla nostra epoca, l’uomo vivente, l’uomo nella sua interezza occupato di sé, l’uomo che si fa non soltanto il centro di tutto ciò che l’interessa, ma che osa pretendersi il principio e la ragione ultima d’ogni realtà . L’umanismo laico e profano, alla fine, è apparso nella sua terribile statura e ha, in un certo senso, sfidato il concilio.
La religione di Dio che s’è fatto uomo s’è incontrata colla religione — poiché di ciò si tratta — dell’uomo che s’è fatto Dio. Che cosa è successo? Uno choc, una lotta, un anatema ? Questo poteva accadere , ma non ha avuto luogo. La vecchia storia del Samaritano è stata il modello della spiritualità del concilio. Una simpatia senza limiti l’ha invaso interamente. La scoperta dei bisogni umani (e sono tanto maggiori quanto il figlio della terra si è fatto più grande) ha assorbito l’attenzione del concilio. Riconoscetegli almeno questo merito, voi, umanisti moderni che rinunciate alla trascendenza delle cose supreme, e sappiate riconoscere il nostro nuovo umanesimo. Anche noi , noi più che chiunque, abbiamo il culto dell’uomo. »
“1789 NELLA CHIESA”
Nessuna espressione potrebbe meglio definire il modo in cui le gerarchie ecclesiastiche hanno rinunciato ad essere un segno di contraddizione, aprendosi totalmente al mondo vale a dire all’errore, alla menzogna e all’apostasia, girando le spalle alle ingiunzioni dell’Apostolo San Giacomo che nella sua epistola grida forte : « Adulteri, non sapete che l’amicizia del mondo, è l’inimicizia contro Dio ? Chiunque vuol essere amico del mondo si rende nemico di Dio. » Come conseguenza, la Chiesa cattolica s’eclissava, era sotterrata, cedendo il posto alla chiesa conciliare e alla sua “rivoluzione d’ottobre” .
Infatti il Vaticano II è riuscito ad applicare il motto della rivoluzione: la “libertà” si è introdotta attraverso la libertà religiosa o libertà delle religioni che mette sullo stesso piano l’errore e la verità, promuove la laicità dello Stato e nega il regno sociale di Gesù Cristo ; l’“uguaglianza” s’insinua attraverso la collegialità e il velenoso principio dell’egualitarismo democratico (in questo schema il vescovo non è più il padrone nella sua diocesi con le conferenze episcopali, il sacerdote nella sua parrocchia con i consigli parrocchiali, etc.) ; infine la “fraternità” si compie sotto forma di ecumenismo liberale che abbraccia tutti gli errori e le eresie e tende la mano a tutti i nemici della Chiesa cattolica, a cominciare dagli ebrei considerati come « fratelli maggiori ». La chiesa conciliare arriva anche fino ad insegnare che l’Antica Alleanza è sempre valida e ch’essa non è stata abrogata dalla Nuova Alleanza, ciò che è una maniera di dire, se si è logici, che la venuta di Cristo sulla terra ,la sua Passione, la sua morte e la sua Resurrezione furono alla fine inutili.
L’accademico Jean Guitton, confidente ed amico di Paolo VI, amava ripetere che Vaticano II segnava la sparizione (almeno apparente) della Chiesa cattolica e la sua sostituzione con la chiesa ecumenica romana.
Infatti , la nuova chiesa conciliare non possiede nessuna delle quattro caratteristiche che permettono di riconoscere a colpo sicuro la Chiesa Cattolica: essa non è né “una” poiché è democratica e pluralista (ad ogni prete la sua eresia), né “santa” poiché ha profondamente alterato i sacramenti creando dei nuovi riti che sollevano dubbi se non invalidi per la maggior parte (tema essenziale di cui non ci si preoccupa abbastanza) accanendosi così ad ostruire i canali della grazia santificante, né “cattolica” poiché è ecumenista e rompe radicalmente col magistero anteriore e neppure “apostolica” poiché non ha la fede degli Apostoli.
In questa gigantesca impresa di distruzione niente è lasciato intatto: né la liturgia desacralizzata, né il catechismo tradizionale interdetto e sostituito da una vaga catechesi stile “diritti dell’uomo” ed ecumenista, neppure le costituzioni religiose, ne l’abito ecclesiastico, né gli Stati, sindacati, scuole e partiti cristiani tutti chiamati a fare la loro mutazione. A una Chiesa nuova corrispondono sacerdozio nuovo, ecclesiologia nuova, messa nuova, catechismo nuovo (1968 con Pietre Viventi e 1992 con il “Catechismo della Chiesa cattolica”), sacramenti nuovi, comunità nuove, nuovo cammino della Croce (1991), nuovo Rosario (2002), nuovo codice di diritto canonico (1983), nuovo rito d’ordinazione (1968), nuovo battesimo (1969), nuova cresima (1971), nuova estrema unzione (1972), nuova confessione (1973), nuovo breviario (1970), nuovo calendario liturgico (1969), nuovi oli santi (1970), nuovo Pater Noster (1966), nuovo Credo (dove è stata sostituita l’espressione « consustanziale al Padre » con « della stessa natura del Padre »). Tutto è stato detto sulle origini talmudiche della sinassi voluta da Paolo VI, sull’abbandono del carattere propiziatorio del santo sacrificio della messa, sull’eterodossia del nuovo codice di diritto canonico del 25 gennaio 1983 che toglie la scomunica dei massoni. Non è rimasta perfino la morale a non essere corrotta dall’inversione dei fini del matrimonio, dall’abbandono del principio tradizionale dell’autorità dell’ uomo sulla donna, dai discorsi strabilianti pronunciati da numerosi sacerdoti senza ch’essi siano mai sanzionati.
In una volontà satanica di distruzione si puntano anche le congregazioni religiose le cui costituzioni sono tutte profondamente modificate, compresa quella dei Certosini che pur non era stata mai ritoccata dall’epoca del suo fondatore San Bruno. E le stesse chiese sono trasformate : all’altare maggiore girato verso Dio si sostituisce una semplice tavola orientata verso l’assemblea ; il prete (o quello che ne ha occupato il posto) è ridotto al ruolo d’animatore e di presidente d’una cerimonia secolarizzata. I confessionali sono abbandonati e fanno spesso il servizio di sgabuzzini per le scope. La sedia è soppressa o abbandonata, maniera simbolica di rinunciare al potere d’insegnamento della Chiesa, poiché nella religione conciliare non ci troviamo più nello schema della Chiesa maestra di verità che insegna al mondo la via, la verità e la vita ma in quello d’una chiesa che impara dal mondo, apprendendo al suo contatto, reagendo all’unisono.
Si tratta di mettere in opera le condizioni d’un mondialismo politico-religioso ; nel nuovo ordine mondiale le religioni poste su un piano d’uguaglianza non sono in effetti che semplici animatrici e zelanti propagandiste della democrazia universale e dei suoi idoli : la dichiarazione dei diritti dell’uomo, il filosemitismo, la tolleranza eretta all’assoluto, il laicismo, la libertà di coscienza e di culto, l’antirazzismo unilaterale ed obbligatorio, la lotta accanita contro tutte le discriminazioni, anche naturali e legittime.
NUOVI ORIENTAMENTI POLITICI
Da qui gli orientamenti politici d’una nuova chiesa, compagna di strada del comunismo, del socialismo, della frammassoneria, delle organizzazioni ebree ed antirazziste, in breve dei nemici tradizionali e secolari della Chiesa cattolica. Dunque, non vi è niente di strano nel fatto che l’episcopato francese abbia sempre preso violentemente posizione contro la destra nazionale, preferendo sostenere le forze responsabili dell’aborto legalizzato e rimborsato, dello squagliamento della famiglia, dell’instaurazione dei Pacs, della generalizzazione della pornografia e della lussuria. Nulla di sorprendente neppure se questa nuova chiesa, dopo aver favorito la decolonizzazione e mostrato molta più mansuetudine per gli assassini e i “porteurs de valise” (1) del FLN che per i rimpatriati e i sostenitori dell’Algeria francese, sia uno dei rumorosi sostegni dell’immigrazione di massa, essenzialmente maomettana, che non cessa di riversarsi nel nostro paese e nel nostro continente. Dopo aver tradito Dio e il suo Vangelo, questi gerarchi hanno logicamente tradito la loro patria. Vaticano II, che è rimasto muto sul comunismo nel momento in cui provocava ancora milioni di morti, ha messo in opera l’apertura al mondo che è nei fatti un’ apertura unilaterale alla sinistra. Da qui la teologia della liberazione in America del Sud. Da qui la simpatia incessante manifestata verso il marxismo, il progressismo (che non ci si scordi della dichiarazione dei vescovi di Francia che approvarono calorosamente il maggio 1968), il femminismo (l’episcopato modernista s’è rallegrato nel 2000 dell’adozione della parità), l’invasione straniera. Poiché la religione del Vaticano II consiste nell’ abbracciare, e se possibile ad anticipare, tutte le mode, ad adattarsi al mondo moderno e ad inginocchiarsi, meravigliata, davanti all’Umanità deificata. Debole coi forti, i delinquenti, gl’immigrati “sans-papiers”, essa è spietata verso i deboli, i perseguitati, gli abbandonati. Neanche un solo prelato ha denunciato il trattamento inflitto all’epoca al nonagenario Maurice Papon o ai revisionisti crivellati d’ammende e messi in prigione. Neanche un solo prelato ha preso le distanze dalle campagne d’ odio contro il presidente del Front national, neppure in occasione delle manifestazioni tra i due turni delle presidenziali del 2002 dove erano scanditi tra gli altri graziosi slogan « per Le Pen una pallottola, per il FN una raffica», « Crepa carogna », « Le Pen fascista, maiale, il popolo avrà la tua pelle ». Al contrario, la nuova chiesa si pretende in prima linea nella lotta antirazzista, antifascista e antirevisionista. Dato che se è assolutamente permesso nella chiesa conciliare di contestare delle verità di fede o dei precetti morali, in compenso non si scherza col dogma olocaustico, come lo testimonia il caso Williamson. Meglio allora per un seminarista negare la verginità perpetua di Maria che esprimere un dubbio sulla Shoah. Servente dell’Umanità, la contro-chiesa del Vaticano II è in effetti uno dei guardiani vigilanti della contro-religione dell’Olocausto. La chiesa che non è più cattolica è divenuta democratico- olocaustica, la natura avendo orrore del vuoto. Ebbene, la Shoah o la Croce, bisogna scegliere !
LE CAUSE DI QUESTO RIBALTAMENTO
Resta evidentemente a domandarsi come un simile rovesciamento sia stato possibile e perché abbia suscitato così poche resistenze. Non v’è una risposta semplice a queste domande. Si può a buon diritto incriminare il ruolo della potenza ebraica e del suo braccio armato, la framassoneria. Si pensi per esempio alla lettera scritta da un alto dignitario della Alta-Vendita dei Carbonari nel 1844 e che cadde provvidenzialmente nelle mani di Leone XII : « Noi dobbiamo arrivare al trionfo della rivoluzione attraverso un papa. Ora, dunque, per assicurarci un papa che faccia al caso nostro, si tratta subito di formargli una generazione degna del regno che noi sogniamo. Lasciamo da parte la vecchiaia e l’età matura; andate dalla gioventù e se possibile anche all’infanzia….E’ dalla gioventù che bisogna andare, è lei che dobbiamo addestrare, senza che le sorgano sospetti, sotto il vessillo delle società segrete. Una volta consolidata la vostra reputazione nei collegi, nei ginnasi, nelle università e nei seminari, una volta che abbiate colta la fiducia dei professori e degli studenti, fate che quelli che principalmente s’impegnano nella milizia clericale vogliano cercare il colloquio con voi…Questa reputazione darà accesso alle nostre dottrine nel seno di un clero giovane come nel più profondo dei conventi. Nel giro di qualche anno questo clero giovane avrà, per forza di cose, invaso tutte le funzioni: governerà, amministrerà, giudicherà, formerà il consiglio del Sovrano, sarà chiamato a scegliere il Pontefice che deve regnare e questo Pontefice, come la maggior parte dei suoi contemporanei, sarà più o meno imbevuto dei principi umanitari che noi stiamo iniziando a mettere in circolazione…Che il clero marci sotto il vostro stendardo credendo sempre di marciare sotto la bandiera delle Chiavi apostoliche. Tendete le reti come Simone Barjona; tendetele nel fondo delle sacrestie, dei seminari e dei conventi invece che nel fondo dei mari e se non sarete precipitosi, vi promettiamo una pesca più miracolosa che la sua…infiltrate il veleno nei cuori scelti a piccole dosi e alla sprovvista; alla fine sarete voi stessi stupiti del vostro successo. Avrete predicato una rivoluzione in tiara e piviale (ndr paramento liturgico), marciando colla croce e lo stendardo, una rivoluzione che non avrà bisogno che d’essere un po’ stimolata per accendere il fuoco ai quattro angoli del mondo…Ciò che dobbiamo domandare prima di ogni altra cosa, ciò che noi dobbiamo cercare e attendere, come i giudei che attendono il Messia, è un papa secondo i nostri bisogni. Fate scivolare negli spiriti i germi dei nostri dogmi, che preti e laici si persuadano che il Cristianesimo è una dottrina essenzialmente democratica”.
Ma la spiegazione attraverso le potenze occulte, pur pertinente che sia, non esaurisce il tema. Non si può passare sotto silenzio la situazione mondiale al momento in cui i Padri conciliari si riuniscono nel 1962. La vittoria nel 1945 delle democrazie alleate all’Unione sovietica ha incontestabilmente creato un ambiente del tutto sfavorevole al fiorire della Chiesa e dei valori cristiani. L’edonismo generalizzato, l’individualismo esacerbato, l’egualitarismo forsennato, il materialismo radicale della democrazia liberale e del comunismo ateo non potevano alla lunga che influire negativamente sugli uomini di Chiesa come sull’insieme dei cattolici. Più generalmente il fatto che le istituzioni non fossero più cristiane da lungo tempo nella quasi totalità dei paesi del globo, e singolarmente nella maggior parte dei paesi d’Europa, neppure poteva favorire la crescita dell’influenza della Chiesa. Il Vaticano II s’iscrive in un mondo già fortemente scristianizzato e abbattuto da due sanguinose guerre mondiali.
In un secolo e mezzo, la Rivoluzione francese ha avuto il tempo d’istillare il veleno delle sue idee perniciose all’Europa intera, se non a tutta la terra, veleno prolungato dalla vittoria del protestantesimo anglo-sassone e del comunismo ateo nel 1945. Infine, la dominazione ogni giorno più insolente della tecno-scienza ha creato un ambiente assai sfavorevole alla diffusione della Chiesa. Senza dubbio converrebbe risalire al Rinascimento e al suo umanesimo per spiegare la genesi delle idee che hanno trionfato al concilio. Se la Chiesa ha resistito agli assalti del protestantesimo al XVI°, del giansenismo al XVII°, del naturalismo filosofico al XVIII°, del liberalismo al XIX° e del modernismo nella prima metà del XX° secolo, è quest’ultima eresia, stigmatizzata da san Pio X nella sua magistrale enciclica Pascendi (1907), che finì per sedurre la quasi-totalità della gerarchia cattolica.
I FRUTTI VELENOSI DELL’“AGGIORNAMENTO”
I frutti di questa sovversione religiosa e politica, dottrinale e pastorale non si sono fatti attendere: affondamento delle vocazioni religiose e sacerdotali, caduta della pratica religiosa, salita vertiginosa dell’indifferentismo religioso, del relativismo morale, dello scetticismo filosofico. Dal 1960 circa le nuove generazioni sono allevate nella totale ignoranza della religione; la trasmissione non si fa più. Il deposito della fede non è stato custodito da quelli che avevano il dovere sacro di conservarla.
Quindi, nulla di sorprendente se da mezzo secolo che la Chiesa cattolica è seppellita, occupata, occultata ed eclissata dal trionfante modernismo e da che noi viviamo dunque dei tempi anticristiani, la società s’è completamente decomposta, liquefatta. In cinquant’anni, il mondo ha cambiato più che in due millenni. Abbiamo lasciato la civilizzazione edificata da secoli di sforzi, di sacrifici, di devozione per una barbarie infinitamente peggiore che quella di un tempo. Il nostro mondo ha rigettato con ostinazione la verità conosciuta. Ebbene, come profetizzava il cardinale Pie (2), « quando il Buon Dio non regna colla sua presenza, regna con tutte le calamità dovute alla sua assenza ».
Non molto tempo fa anche coloro che non erano cristiani, anche quelli che facevano professione di rigettare manifestamente Cristo e la sua legge, erano loro malgrado impregnati di valori cristiani. Sapevano ciò che voleva dire la parola data, l’onore, la fedeltà, il coraggio, l’educazione, l’eroismo, la virtù. Al giorno d’oggi tutte le parole sono fuorviate. Per un bambino di sette anni la parola “amore” è già irrimediabilmente insozzata. L’uomo moderno non è più legato a niente, se non al suo telefono portatile e ad Internet. Ogni riferimento trascendente gli è estraneo. Volendo sopprimere Dio, si è conseguentemente soppressa la morale. Da qui uno scatenarsi di odio, di violenza e di nichilismo. Da qui famiglie divise, scoppiate, decomposte, ricomposte. Da qui bambini abbandonati a sé stessi. Da qui lo scatenarsi di droga e pornografia. Da qui il trionfo satanico di tutte le inversioni : matrimonio omosessuale, teoria del gender, vomitevoli Gay Pride che riuniscono ogni anno un numero sempre maggiore di partecipanti, etc. Da qui il ricorso massiccio agli antidepressivi e agli ansiolitici, agli psichiatri e ai maghi. Da qui il contagio dei suicidi. Da qui il regno del niente, il trionfo insolente della menzogna e di Mammona. Noi viviamo in questo momento tre episodi dell’Antico Testamento : la torre di Babele, il vitello d’oro e Sodoma e Gomorra. Dobbiamo credere che se la Chiesa cattolica non fosse stata tradita da quegli stessi che avevano l’incarico sulla terra di presiedere alla sua perennità saremmo finiti così ?
TEMPI APOCALITTICI E ANTICRISTICI
Infine, ci si può domandare se il Vaticano II non segni il punto finale d’un incessante arretramento della Chiesa cattolica iniziato da molti secoli. Al XI° secolo, l’Oriente lasciava la comunione della Chiesa romana collo scisma ortodosso; al XVI° l’eresia protestante si prendeva la metà dell’Europa ; il giansenismo pervertiva il XVII° ; il naturalismo della filosofia dei Lumi sconvolgeva nel XVIII° le fondamenta stesse della società, il liberalismo politico e filosofico combattuto dal Sillabo e da tutti i papi, da Pio VI a Pio XII, marcava della sua detestabile impronta il XIX° e assai logicamente il modernismo fu e rimane l’eresia del XX° e dell’inizio di questo XXI° secolo. Tuttavia, malgrado i colpi che le erano inflitti, malgrado i suoi arretramenti e le sue sconfitte, la Chiesa non abbassava le braccia. Ciò che perdeva in Europa, lo conquistava grazie all’evangelizzazione del nuovo mondo poi grazie alle missioni in Asia e in Africa. Nuove congregazioni religiose, altri istituti d’insegnamento vedevano la luce.
La novità dopo il 1960, è che non si tratta più d’una crisi di crescita ma, incontestabilmente, d’una crisi di coscienza. Se il Vaticano II è stato possibile, e se si ebbero purtroppo così poche reazioni, è senza dubbio in fin dei conti perché il credere era divenuto superficiale, se non fittizio, meramente esteriore.
Molti avevano fretta di disfarsi d’una morale giudicata retrograda, di dogmi contrari allo spirito progressista e razionalista, d’una obbedienza a Cristo e alla sua legge vissuta come eccessivamente coercitiva. Si pone allora una ultima questione : come uscire da questa crisi ? Pare vano aspettarsi un ritorno dei modernisti alla fede cattolica, gli stessi che hanno commesso la colpa imperdonabile di combattere la verità conosciuta, peccato contro lo Spirito Santo e che rifiutano di vedere i disastri che le loro eresie e la loro apostasia non smettono d’ingenerare. Inoltre, i modernisti sono riusciti a neutralizzare quasi tutte le resistenze, i gruppi così detti tradizionalisti aderendo gli uni dopo gli altri alla Roma apostata o anelando nel trovare un accordo con quegli stessi che distruggono la fede. Prima di loro, la quasi totalità dei vescovi conservatori raggruppati nel Coetus internationalis patrum avevano finito per accettare il Vaticano II e le riforme che ne sono uscite, sottoscrivendo subito i decreti del conciliabolo nel 1965 ed applicando la rivoluzione conciliare nelle loro rispettive diocesi. La crisi spaventosa che noi viviamo ha una evidente dimensione escatologica, bisogna essere ciechi o in mala fede per ignorarlo. Se San Paolo ha predetto a Timoteo che « verranno i giorni in cui gli uomini non sopporteranno più la santa dottrina”, se il cardinal Pie ha profetizzato che « la Chiesa si sarebbe ridotta a dimensioni individuali e domestiche », se la Santa Vergine disse a Mélanie a La Salette che «Roma perderà la fede e diventerà la sede dell’Anticristo », se si dice nella versione integrale dell’Esorcismo di Leone XIII « Là dove fu istituita la sede del beato Pietro e la sedia della Verità, là hanno posto il trono del loro abominio nell’empietà, in maniera che essendo colpito il pastore, il gregge possa essere disperso », se con la sinassi di Paolo VI noi vediamo « l’abominio della desolazione nel luogo santo » (Matteo XXIV, 15), nondimeno il Cristo, capo della Chiesa, ha promesso alla istituzione che ha fondato l’indefettibilità ed è forte di questa promessa divina che malgrado le tenebre attuali, le rovine che dovunque s’accumulano, i cristiani fedeli conservano nel cuore un’ invincibile speranza sovrannaturale. Sicuri che il ritorno di Cristo che distruggerà l’Anticristo « col soffio della sua bocca » (Tessalonicesi II, 8) quando dalla Parusia renderà a ciascuno ciò che gli è dovuto e porrà un termine definitivo ai tempi apocalittici che stiamo vivendo.
(1) “Les porteurs de valise” - i portatori di valigia – così venivano chiamati quegli agenti al servizio del FLN (il fronte di liberazione nazionale che lottava per l’indipendenza algerina) che facevano uscire il danaro dalla Francia per metterlo a disposizione del FLN al Cairo, in Tunisia o in Marocco; costoro erano francesi reclutati alla causa antifrancese ed erano sovente intellettuali comunisti o cristiani progressisti.(2) Louis-Edouard Cardinal Pie (1815-1880), vescovo di Poitiers, una delle più eminenti figure della Chiesa di Francia nel XIX° secolo, è considerato uno dei maggiori difensori dell’ortodossia di fronte agli errori del razionalismo e del liberalismo.
lunedì 15 ottobre 2012
LETTERA APERTA ALLE AUTORITA’ ECCLESIASTICHE: ESIGERE I TRIBUTI SEGUENDO SAN TOMMASO O MAMMONA?
Vorrei soffermarmi sulle recenti affermazioni di alcuni alti, prestigiosi e colti prelati, il cardinal Bagnasco presidente della CEI, mons.Caffarra arcivescovo di Bologna e mons.Mazzoccato, arcivescovo di Udine, sul tema del pagamento dei tributi allo Stato.
Ha affermato il primo che chi evade commette peccato, ha detto il secondo che pagare le tasse è un obbligo morale e ha tuonato il terzo che “l’evasione fiscale è un furto” giungendo a proclamare che “chi non versa le tasse si trattiene qualcosa che in realtà non è suo”.
Ma è così, secondo la millenaria e consolidata dottrina cattolica?
San Tommaso distingueva tre ordini di giustizia, quella legale - o generale - quella commutativa e quella distributiva.
La prima è quella che orienta gli uomini al bene comune, è dettata dall’autorità e consiste nel dovere di sottomissione alle sue leggi.
La giustizia commutativa è quella che si deve realizzare nei rapporti personali, ossia quando avviene uno scambio deve realizzarsi una giusta proporzione tra le due prestazioni in modo tale che nessuno dei contraenti ne riceva danno.
Nella giustizia distributiva prevale un aspetto sociale, ossia la distribuzione dei beni comuni che deve raggiungere tutti i componenti della comunità, ma non necessariamente in maniera uguale bensì proporzionata non solo alle esigenze ma anche ai meriti, all’onore e allo status delle persone.
Ciò detto sorge la necessità di differenziare, giuridicamente, il concetto di tassa da quello di imposta.
La prima è ciò che lo Stato richiede come corrispettivo di una sua prestazione; se vuoi un certificato lo paghi, se vuoi un servizio corrispondi allo Stato l’ammontare del costo.
Qui viene in evidente considerazione la giustizia commutativa; poco importa che uno dei soggetti sia lo Stato, perché prevale l’aspetto del rapporto di scambio e conseguentemente sorge la necessità di una giusta proporzione tra il dato e l’avuto.
La seconda invece, come il nome suggerisce, rappresenta un contributo coattivo prelevato dalle attività economiche e dal lavoro per assicurare un’entrata economica al bilancio dello Stato e una copertura finanziaria dei servizi pubblici. L’ imposta non è connessa a una specifica prestazione da parte dello Stato o degli enti pubblici e la sua base imponibile è la ricchezza su cui viene applicato il prelievo.
L’istituto dell’imposta si collega dunque sia al concetto di giustizia distributiva sia a quello di giustizia legale e non deve violare i principi di quella commutativa; è giusto e doveroso che ognuno conferisca alla società, per i bisogni collettivi, una quota dei propri beni in proporzione alle sue capacità – ma va sottolineato che la dottrina cattolica respinge decisamente una concezione, quale sembra emergere dalle parole di mons.Mazzoccato, socializzata e statalista della proprietà privata che, caso mai, deve essere orientata a scopi sociali - ma l’autorità civile deve usare i beni messi in comunione attraverso una equa distribuzione tra i membri della società e un utilizzo conforme alla giustizia e alle necessità fondamentali dello Stato.
Mons. De Paolis, già Segretario del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica e oggi cardinale Delegato Pontificio per la Congregazione dei Legionari di Cristo e già Presidente della Prefettura degli Affari Economici della Santa Sede affermava: “il Legislatore ha il diritto di imporre le tasse, il cittadino ha il dovere di pagarle, ma il governo deve usare bene quei soldi: se li usa male o se la tassazione è eccessiva, viene a mancare il presupposto”.
Chi ha ragione, allora, Mons.Bagnasco o Mons. De Paolis?
Seguendo il ragionamento del secondo - e della dottrina tradizionale - il diritto dello Stato all’imposizione fiscale non si pone come assoluto ma relativo, ossia deve obbedire ad un ordine morale oggettivo e quindi il dovere fiscale dei cittadini è condizionato dall’essere l’imposta “giusta” – ossia finalizzata al bene comune – e “non eccessiva”.
Vediamo allora come funzionano tasse, imposte e quali destinazioni sono riservate al danaro prelevato.
Se ci soffermiamo ad esaminarne qualcuna tra le decine in vigore, ci piace ricordare la tassa sui cani, sull’autovettura, quella sui gradini che s’affacciano sul marciapiede e sull’ombra proiettata da un balcone o da una sporgenza sul suolo pubblico o, ancora, quella sui passi carrai; qual è la controprestazione che lo Stato offre a chi possiede autovetture, cani, gradini, proietta ombre e vuole uscire di casa senza usare l’elicottero? In che cosa consiste il beneficio somministrato dall’ente pubblico? Nel non murare il nostro cancello? Nel non mandarci a casa l’accalappiacani? Nel non abbattere a cannonate gradini e balconi? Nel non sgonfiarci le ruote dell’auto tutte le volte che la usiamo e la parcheggiamo? Nel non notificarci a casa la cartella esattoriale se chiniamo la testa e paghiamo?
E queste solo per ricordare le più ridicole e vessatorie.
Ci troviamo evidentemente di fronte ad una totale carenza di giustificazione sotto il profilo del principio commutativo; nessun beneficio, in questi casi paradigmatici e in decine di altri, sussiste per chi paga il tributo che, gabellato come “tassa”, in realtà è un vero e proprio balzello senza un pur minimo fondamento sinallagmatico che lo giustifichi.
Le imposte, che colpiscono redditi, patrimoni e transazioni suscettibili di apprezzamento economico, la fanno però da padrone.
E tra queste vorrei ricordare i tributi che gravano sulle transazioni: l’imposta di registro che colpisce spostamenti di ricchezza che però non significano necessariamente un aumento del proprio patrimonio; chi compra una casa non se la vede regalare dal vecchio proprietario ma deve pagarla e la acquista con danaro che, frutto di risparmio, non è che il residuo di un capitale già colpito da imposta e che quindi ha già “assolto” ad una pretesa ed ipotetica funzione di giustizia legale e distributiva.
Chi, in forza d’una sentenza, si vede riconoscere il diritto alla restituzione d’una somma dovuta e su cui, privato o impresa , già deve pagare o magari già ha corrisposto l’imposta sul reddito, perchè deve versare allo Stato un’ulteriore percentuale come imposta di registro? Perché questa duplicazione ingiusta e vessatoria?
E come giustificare gli altissimi tassi che gravano sugli stipendi e sulle entrate dei cittadini? Le imprese, secondo una recente analisi, sono colpite da un’imposizione che complessivamente supera il 60% del reddito prodotto. E i lavoratori, autonomi e dipendenti, che sopportano il peso dell’imposta indiretta sui propri consumi, pagati con danaro già colpito dal prelievo che grava sul reddito, vedono i loro guadagni più che dimezzati.
E, ancora, come giustificare la tassa sulla proprietà della prima casa, acquistata con danaro già gravato dalle imposte sui redditi e dalla successiva corresponsione dell’imposta di registro?
Facile rispondere che “lo Stato ha bisogno di soldi”.
Perchè a questa pretesa giustificazione morale (di morale laica e dunque ben poco oggettiva ) si può contrapporre quanto già sottolineato ossia che, secondo la dottrina tradizionale della Chiesa, non esiste il diritto assoluto alla pretesa dell’imposta ma solo un diritto che può trovare giustificazione nella sua non eccessività e, inoltre, nella necessità per l’Autorità dello stato di realizzare il bene comune; in questo ampio concetto possiamo tranquillamente ammettere il raggiungimento di una migliore distribuzione del reddito attraverso la concessione di benefici sociali alle fasce più svantaggiate della popolazione e il mantenimento di quella complessa macchina amministrativa che serve(recte, dovrebbe servire) a far funzionare sanità, giustizia, scuola, polizia ed altre funzioni che si assumono di stretta competenza dello Stato; ma sempre a condizione che queste funzioni siano assolte senza sciali, clientele, corruttele e per scopi conformi al diritto naturale.
Il prestigioso giurista cattolico Carlo Francesco D’Agostino affermava che “lo Stato che ci metta le mani sopra (la proprietà privata), all’infuori di quello che sia la giusta corresponsione dei servizi che rende - e dei soli servigi indispensabili al bene comune - è semplicemente un ladro ed un violento”
Ed allora, anche a voler benignamente sorvolare su come quelle funzioni siano concretamente realizzate e quelle condizioni concretamente rispettate, va osservato che è ormai fatto notorio che il debito pubblico in Italia comprende vere e proprie voci di spesa , sempre crescenti, che non trovano alcuna legittimazione etica e/o esulano dai compiti primari dello Stato e comprendono regalie e benefici concessi alle caste parlamentari e politiche, mantenimento d’una burocrazia inutile e parassitaria, finanziamenti buttati nella partecipazione ad “operazioni di pace” che in realtà nascondono la complicità in veri e propri immorali ed indifendibili atti di guerra e d'invasione e altri innumerevoli sprechi che favoriscono le solite clientele.
Lo Stato – lo “Stato Provvidenza” che ci viene presentato come portatore di benessere -ha invaso la nostra vita quotidiana e, come prezzo dell’invasione, getta come Brenno la propria spada sulla bilancia pretendendo che il peso del suo strumento di “occupazione” sociale, una burocrazia politica ed amministrativa che trova principalmente giustificazione solo in sé stessa, sia mantenuta dai sudditi dell’.
Ma v’è di più; il debito pubblico è in gran parte conseguenza della svendita dello Stato della propria sovranità monetaria al sistema bancario.
Lo Stato, emettendo titoli pubblici che consegna al sistema bancario che li riceve in contropartita del prestito di danaro che crea dal nulla, naturalmente s’indebita per il valore nominale corrispondente aumentato degl’interessi; alla scadenza lo Stato rimborsa il titolo al suo portatore che lo ha a sua volta acquistato dal sistema bancario che li ha venduti al pubblico; morale: il sistema bancario ha incassato, col costo tipografico delle banconote stampate, il rimborso del valore nominale dei titoli e l’ammontare degli interessi che lo Stato gli ha corrisposto drenando le necessarie risorse attraverso il sistema impositivo, in una spirale diabolica d’indebitamento e di strozzinaggio legalizzato.
Può essere allora moralmente preteso, in nome d’una giustizia legale che implica il soddisfacimento dell’esigenza del “bene comune”, che il cittadino, a causa d’una scelta suicidaria dello Stato, retto evidentemente da insipienti, traditori e vili, s’impoverisca per alimentare l’arricchimento senza giustificazione logica ed etica del sistema bancario? O che si dissangui per permettere il perpetuarsi d’una ingente spesa burocratica che non trova alcuna legittimazione se non come strumento d’occupazione e di controllo? Dove sta la moralità, la giustificazione della finalità del bene comune? Dove sta il presupposto logico della pretesa fiscale dello Stato?
Non è che gli alti prelati citati all’inizio confondano “Equità” con “Equitalia” ?
Eppure la Chiesa , fino a poco tempo fa, non si sbagliava nell’indicare i propri nemici; quanto alla spesa burocratica Pio XII – papa Pacelli - affermava che “I bisogni finanziari di ogni nazione, grande o piccola, sono formidabilmente aumentati, per colpa, non solo delle tensioni o complicazioni internazionali, ma anche soprattutto, forse, della smisurata estensione dell’attività dello Stato; attività, la quale, dettata troppo spesso da ideologie false o malsane, fa della politica finanziaria, e in modo particolare della politica fiscale, uno strumento al servizio di preoccupazioni di ordine totalmente diverso. […] Ecco perché rivolgendosi a coloro che hanno qualche parte di responsabilità nel maneggio delle questioni di finanza pubblica, [la Chiesa] li scongiura: in nome della coscienza umana, non rovinate dall’alto la morale! Astenetevi da provvedimenti che […] urtano e feriscono nel popolo il sentimento del giusto e dell’ingiusto, o ne pospongono la forza vitale, la legittima ambizione di cogliere il frutto del proprio lavoro, la sollecitudine della famiglia; considerazioni queste, che meritano di occupare il primo posto, non l’ultimo, nella mente del legislatore” (PIO XII, Allocuzione ai membri del Congresso dell’Istituto Internazionale delle Finanze pubbliche, 2 ottobre 1948).
E a proposito della concentrazione della proprietà del danaro così scriveva Pio XI – papa Ratti – nell’enciclica “Quadragesimo anno” del 1931: “E in primo luogo ciò che ferisce gli occhi è che ai nostri tempi non vi è solo concentrazione della ricchezza, ma l’accumularsi altresì di una potenza enorme, di una dispotica padronanza dell’economia in mano di pochi, e questi sovente neppure proprietari, ma solo depositari e amministratori del capitale, di cui essi però dispongono a loro grado e piacimento (…) Questo potere diviene più che mai dispotico in quelli che, tenendo in pugno il danaro, la fanno da padroni; onde sono in qualche modo i distributori del sangue stesso, di cui vive l’organismo economico, e hanno in mano, per così dire, l’anima dell’economia, sicché nessuno, contro la loro volontà, potrebbe nemmeno respirare”.
E nella medesima enciclica così si affermava in ordine ai rapporti tra Stato ed individuo: “La pubblica autorità però, come è evidente, non può usare arbitrariamente di tale suo diritto; poichè bisogna che rimanga sempre intatto e inviolato il diritto naturale di proprietà privata e di trasmissione ereditaria dei propri beni, diritto che lo Stato non può sopprimere, perché l'uomo é anteriore allo Stato (enc. Rerum novarum, n. 6), ed anche perché il domestico consorzio è logicamente e storicamente anteriore al civile (enc. Rerum novarum, n. l0). Perciò il sapientissimo Pontefice (Leone XIII) aveva già dichiarato non essere lecito allo Stato di aggravare tanto con imposte e tasse esorbitanti la proprietà privata da renderla quasi stremata. Poiché non derivando il diritto di proprietà privata da legge umana, ma da legge naturale, lo Stato non può annientarlo, ma semplicemente temperarne l'uso e armonizzarlo col bene comune (enc. Rerum novarum, n. 35)”; San Tommaso d’Aquino insegnava che «il regno non è per il re, ma il re è ordinato al buon governo». Ossia il fine dell’autorità civile è soltanto il bene comune dei cittadini.
Oggi lo Stato invade arbitrariamente la vita dell’uomo, schiacciandolo sotto il peso di una burocrazia corpulenta, cercando di porre sotto il proprio controllo ogni aspetto della sua esistenza e facendogli pagare a caro prezzo questa sua intrusione; magicamente lo Stato invece scompare là dove una sua presenza potrebbe garantire un ordinato sviluppo economico e sociale, ossia nel campo monetario e creditizio in cui ha lasciato via libera alle forze sempre più incontrollate della speculazione finanziaria e dell’usura legalizzata; e qui il prezzo che si pretende far pagare al cittadino è ancora più salato.
Deve pagarle allora lui le scelte sciagurate dello Stato, dettate da insipienza, viltà e tradimento?
Diteci, dunque: dobbiamo ubbidire alla giustizia secondo San Tommaso o secondo Mammona?
lunedì 24 settembre 2012
IMMIGRAZIONE: LE RAGIONI DI UN NO.
LA C.D. “INTEGRAZIONE”
La prima ed immediata considerazione che s’impone nell’affrontare la questione dell’immigrazione parte dalla constatazione che i suoi entusiasti partigiani utilizzano una parola, magica, che dovrebbe, come d’incanto, risolvere ogni dubbio, ricacciare ogni perplessità, vincere ogni contraria opinione: “Integrazione”; ossia divenire parte di un tutto, consolidarsi ed armonizzarsi in un insieme; immagine che naturalmente evoca uno scenario comunemente e obbiettivamente accettabile.
Ma la realtà è molto più cocciuta dei sogni degli uomini.
In Francia, Inghilterra e Germania, nazioni che ospitano (soprattutto le prime due, per motivi legati al loro passato coloniale) il più alto numero di immigrati d’origine extraeuropea e che per questo dovrebbero essere, in primis culturalmente, attrezzati ad ospitarli, importanti esponenti politici – di area sia conservatrice sia riformista – hanno riconosciuto il fallimento della società multi-razziale e la sostanziale inapplicabilità del modello “integrazionista”.
Non solo per le evidenti percentuali che legano il fenomeno dell’immigrazione alla delinquenza o all’illegalità ma, non meno significativamente, per i comportamenti che le famiglie d’immigrati – e si parla naturalmente di quelle provenienti da culture e latitudini differenti – continuano a mantenere nei territori dell’Europa; diversi rispetto a quelli normalmente praticati dalle popolazioni locali, spesso incompatibili con questi, ed impermeabili a qualsiasi esigenza di adeguamento.
L’osservazione del passato avrebbe già dovuto mettere in guardia gli apprendisti stregoni della società multirazziale; persino nei territori che aprirono le porte all’immigrazione per necessità di popolamento e sviluppo economico – paradigmatico l’esempio degli Stati Uniti tra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento – e dove – mancando un ceppo originario di consolidate generazioni – avrebbe potuto germogliare uno spirito integrazionista, si produssero fenomeni di separazione etnica e nazionale: quartieri africani, indiani, latinoamericani, cinesi ed italiani furono lì a dimostrare che gli antichi romani avevano già capito tutto quando dicevano “pares cum paribus facillime congregantur”, ossia ognuno cerca di stare coi propri simili.
E non è un caso, trattandosi di un fenomeno del tutto naturale, che anche gl’immigrati di seconda o terza generazione, diversamente da quanto pensavano o addirittura auspicavano i paladini del melting pot, tendano a creare il nucleo familiare con persone della stessa provenienza etnica.
E’ sotto gli occhi di tutti, dunque, che il fenomeno migratorio sta producendo una spaccatura nelle società europee che si manifesta apertamente come vera e propria ghettizzazione razziale. Nonostante il contatto colla realtà occidentale, gli immigrati continuano a vivere nella loro, fatta di abitudini e stili di vita completamente diversi e, caso mai, se spaccature si creano nel loro mondo, queste discendono dalla volontà di qualche esponente di nuova generazione di voler adottare o scimmiottare i peggiori esempi del modello occidentale.
La coesistenza di questi mondi distinti crea disagio e sensazione di sradicamento ed è proprio in queste ragioni che s’innestano i sempre più frequenti episodi di violenza collettiva degli immigrati di seconda e terza generazione nei quartieri popolari francesi e inglesi – per non parlare dei quotidiani esempi di teppismo individuale e collettivo in ogni città che ospita comunità afro-asiatiche; questi “nuovi europei” sanno di non far/poter far parte del mondo in cui sono stati proiettati, vorrebbero magari condividerne gli aspetti più deteriori – a partire dalla sfera consumistica e sessuale - ma la loro esclusione/autoesclusione sociale, conseguenza di fattori ineludibili, tra cui la loro stessa cultura, glielo impedisce, scatenando così rancore, frustrazione e risentimento verso la società che li ospita.
MODELLI CULTURALI.
Appare difficile, oggi come oggi, individuare qualche aspetto positivo della società europea e/o occidentale; mettendoci di buona lena a rimuovere gli strati di fango che hanno coperto le nostre torri, i nostri antichi palazzi e le nostre cattedrali potremmo rinvenire, nell’eredità alla quale sembra abbiamo rinunciato (ma che resta intatta nel nostro spirito e che prima o poi riemergerà smaltiti i fumi delle sbornie intellettuali ed ideologiche), il culto della bellezza e dell’armonia come proiezione della virtù e della pulizia interiore, una certa idea di libertà, intesa non come diritto assoluto ma in quella forma che i romani seppero forgiare ossia un giusto ed equilibrato rapporto dell’individuo con l’autorità per l’interesse superiore della patria e, last but non least, la presenza e la rilevanza dell’elemento femminile.
E’ proprio tale ultimo aspetto forse quello che più caratterizza lo “spirito” dell’Europa e lo distingue in maniera evidente da altre realtà storico-civilizzazionali; e a partire dai suoi miti fondatori: l’Iliade e l’Odissea, vere e proprie bibbie della nostra civiltà, vedono tra i principali protagonisti proprio delle donne, descritte secondo le variegate sfaccettature della femminilità: la cinica ed appassionata Elena, la dolce e disperata Andromaca, la paziente e fedele Penelope.
E la presenza della donna percorre tutti i secoli e le vicende delle civiltà europee: Grecia, Roma, il medioevo, come dimostrano le arti figurative e la letteratura, la vedono protagonista della vita sociale e degli stessi avvenimenti storici, con un ruolo differente rispetto al suo naturale interlocutore – secondo i modelli di una società organica, dunque ordinata – ma non per questo meno rilevante.
Ben diverso rispetto a quei modelli familiari e sociali dove la donna – se non addirittura mero strumento riproduttivo o di piacere – è posta in una condizione di avvilente subordinazione rispetto all’uomo.
E’ difficile dunque immaginarsi che la “integrazione” - intesa anche come “scambio culturale” - di popolazioni che adottano simili modelli possa apportare un’iniezione di positiva novità nel nostro già devastato sistema sociale.
E il giudizio prognostico appare ugualmente infausto se esaminiamo il grado di libertà, di equilibrio sociale, di tradizioni civili che la storia dell’Africa e del subcontinente asiatico hanno prodotto.
Basti pensare allo schiavismo che, grazie all’islam e alle lotte tribali, ha flagellato il continente nero dal settimo secolo dopo Cristo fino all’inizio del 1900 (e che, tutti dimenticano, fu proibito dagli stati coloniali nei territori conquistati)! E che ancora adesso continua a manifestarsi in maniera velata in Arabia e nei paesi del golfo persico dove società puritane ma moralmente corrotte sfruttano in maniera indecente immigrati che provengono dal quarto mondo.
Gli sventurati, originari di paesi colpiti da secoli di sciagure e violenze, che sbarcano sulle spiagge europee sono l’espressione e portano con sé i germi di quelle storie e di quelle culture; e solo chi è in mala fede o, peggio ancora, sciocco può pensare che essi siano in grado di trasmetterci qualcosa di utile.
Un paragone è d’obbligo: caduto l’impero romano, i barbari che da tempo s’erano installati nei suoi territori (e la cui presenza ne aveva accelerato la fine) non pensarono di introdurvi altri ordinamenti ma, al contrario, accettarono la legge romana e il cristianesimo riconoscendone la superiorità; il primo re d’Italia, il barbaro Odoacre, si fece garante di quella volontà di continuità inviando le insegne imperiali di Roma all’imperatore d’Oriente; e quell’apporto di sangue nuovo fu salutare per il destino dell’Europa.
I nuovi barbari non riconoscono – né sarebbero in grado di farlo vista la sostanziale anarchia esistente oggi – i valori che, seppur deformati, reggono la nostra civiltà; alcuni sono attratti dalle distorsioni malaticce che la nostra società produce, consumismo e libertà senza limiti, di cui però a malapena si godono le briciole, ciò che determina la loro rabbia; altri ritengono che quelle distorsioni siano l’essenza della nostra civiltà che, dunque, disprezzano e da cui si isolano; in un caso come nell’altro la distanza e, soprattutto, l’incomprensione appaiono incolmabili.
IMMIGRAZIONE E NUOVO ORDINE MONDIALE.
Non v’è dubbio che una parte consistente di immigrati svolge i lavori meno gratificanti che, alcuni sostengono, gl’italiani e gli europei non sarebbero più disposti ad eseguire.
Sarebbe facile in questo momento rispondere che la crisi economica sta spingendo i lavoratori del vecchio continente ad accettare qualsiasi tipo di occupazione e, dunque, l’esigenza sopra sottolineata si sta via via dissolvendo.
Ma ritornando alla prima considerazione occorre tener in conto che certi lavori a basso salario (si calcola che un extracomunitario percepisca in Italia il 30% di meno rispetto ad un italiano) possono ben essere accettati da chi vive, ed è disposto a vivere, in condizioni miserrime, ammassato in appartamenti fatiscenti, o contando su agevolazioni nell’assegnazione di alloggi o di altri benefici che molti pubblici amministratori generosamente riservano loro dimenticando i propri concittadini, ossia coloro che col proprio lavoro ed il proprio carico tributario per decenni hanno permesso la costruzione ed il mantenimento di scuole, strade, ospedali, mezzi pubblici e altre fondamentali strutture sociali.
Ma occorre andare al di là di questo dato e chiedersi a chi giova l’esistenza di una massa sradicata pronta per essere trasformata in mano d’opera disposta a lavorare a basso salario, non sindacalizzata e che solo sul lavoro può contare per mantenere, almeno teoricamente (ma di fatto non è così) il diritto a restare sul nostro territorio.
Rispondere che tutto ciò corre a vantaggio dei datori di lavoro, che così possono contare su una mano d’opera più remissiva e meno cara, coglierebbe solo un aspetto certo rilevante ma solo parziale del problema.
Sono da molto tempo operanti alcune centrali politico-economiche che agiscono a livello internazionale, al di sopra della normale percezione del cittadino e anche al di sopra della portata dei singoli governi statali la cui azione riescono ad influenzare; lo scopo di queste centrali è favorire la creazione di un governo-ombra mondiale che di fatto si ponga come supervisore dei più importanti settori della vita economica e politica soprattutto allo scopo di un controllo assoluto dei mercati; la più antica e potente di queste centrali internazionali è il C.F.R. Conseil on Foreign Relations (di chiara origine anglosassone) che dal 1921 è inserito ai massimi livelli dell’ establishment politico e finanziario degli Stati Uniti e utilizza i suoi governi come esecutore delle sue analisi e delle sue diagnosi.
Ecco qui un’interessante sintesi del pensiero del CFR, secondo le parole di John Foster Dulles, segretario di Stato del presidente Truman e membro influente di quell’organizzazione, che già nel 1942 evocava la creazione di “un governo mondiale; la chiara ed immediata limitazione delle sovranità nazionali; il controllo internazionale di tutti gli eserciti e forze armate; un sistema universale di moneta; la libertà mondiale di immigrazione; la eliminazione progressiva di ogni restrizione, di dazi e quote nel commercio mondiale e la creazione d’ una banca mondiale democraticamente controllata”.
Logica conseguenza di ciò é la determinazione di queste centrali internazionali di indebolire fino alle radici (senza necessariamente eliminarle formalmente) le sovranità nazionali spingendo i governanti, attraverso azioni di infiltrazione, di lobbying o di pressione politica, ad adottare misure che favoriscano l’abbattimento delle tradizionali barriere esterne od interne poste a protezione dell’autonomia nazionale, attraverso liberalizzazioni o provvedimenti antinazionali e di natura chiaramente progressista e liberale.
Tra queste misure, come emerge dalle parole di Foster Dulles, rientrano certamente tutte le leggi pro-immigrazione che, nessuno può seriamente dubitarne, costituiscono un potente congegno ad orologeria puntato contro l’identità nazionale a cui si aggiungono le leggi che concedono il diritto di abortire: venti milioni di europei non ebbero il diritto di nascere negli ultimi quindici anni; lo stesso numero (è un caso?) di extraeuropei che, ufficialmente, vivono nel vecchio continente; individui sradicati nel posto che la natura aveva riservato ai nostri figli e ai nostri fratelli: una vera e propria sostituzione di popolazione protetta dalla dottrina dei diritti dell’uomo.
L’invasione (questo termine coglie la concreta dimensione d’un fenomeno che ha portato in Italia, ufficialmente, cinque milioni di stranieri a cui va aggiunto un altro 20% di clandestini, in Germania sette milioni; un discorso diverso merita la Francia dove il principio dello ius soli, ossia il diritto di cittadinanza che acquisisce chi nasce in territorio francese, rende inutile ogni conteggio basato sulla nazionalità; possiamo dire che ci sono circa sei milioni di residenti d’origine nordafricana e subsahariana che da soli costituiscono il 10% della popolazione; chi si è recato a Parigi ha potuto constatarlo de visu) rappresenta in realtà un vero e proprio parassita del sistema socio-economico: aumenta il livello di delinquenza e fornisce mano d’opera alla criminalità organizzata; indebolisce dal punto di vista sociale il tessuto di una nazione, creando scollamento e aree di marginalizzazione; introduce nel territorio nazionale culti religiosi estranei alle tradizioni locali; permette ai grandi gruppi industriali di poter giocare al ribasso sotto il profilo dei livelli salariali, assistenziali e di sicurezza sul lavoro; provoca un aumento della spesa pubblica, per costi burocratici, sanitari, assistenziali, addirittura pensionistici (quest’ultimi andando a favorire chi abbia appena ottenuto la residenza magari per motivi di ricongiungimento familiare!); permette il progressivo dissanguamento della liquidità interna: l’ammontare delle rimesse che ogni anno partono dall’Italia dai lavoratori stranieri verso i paesi d’origine ha superato i sette miliardi di euro e in Europa i trenta miliardi e stiamo, anche qui, parlando delle cifre ufficiali, ossia i trasferimenti “tracciabili”: soldi che non saranno spesi o investiti nei paesi dove sono incassati, ma che andranno ad arricchire altri territori a discapito delle economie europee.
E soprattutto eccita il fervore umanistico dei progressisti d’ogni risma (politici, religiosi, intellettuali) che vedono nel disordine il compimento delle loro malsane utopie e che non si rendono conto che l’immigrazione è un fenomeno anormale perché non è né normale né auspicabile lo sradicamento forzato di milioni di persone dai propri paesi d’origine.
IMMIGRAZIONE CINESE.
Merita distinte considerazioni il fenomeno dell’immigrazione cinese.
Essa, da secoli, è una costante geopolitica di questo popolo che, nella sua espansione territoriale ha usato i metodi degli antichi romani, ossia l’utilizzo del soldato contadino; combatte per conquistare e poi coltiva, e con successo, la terra acquisita, impiantandosi stabilmente.
In Europa, e in Italia in particolare, questo metodo è applicato al commercio dove il cinese, a prezzo di turni di lavoro e di salari al limite dello schiavismo e di una quasi compelta indifferenza dei diritti del lavoratore e delle regole amministrative e igienico-sanitarie (ciò che sarebbe inconcepibile per un europeo) però contando su una cappa di ”omertá comunitaria” (favorita dalla circostanza che i cinesi asssumono solo compatrioti), ha acquisito settori di mercato; e lo ha fatto giovandosi di un aiuto “comunitario”, ossia i danari della criminalità organizzata che la presenza commerciale in Italia e in tutto il mondo permette di riciclare agevolmente.
E’ inoltre un dato notorio che il commercio cinese in Italia – e particolarmente quello relativo all’abbigliamento – si svolge nella quasi totale irregolarità fiscale e amministrativa; e in alcune occasioni col silenzio delle nostre autorità preposte ai relativi accertamenti ; non si spiegherebbe altrimenti l’assoluta libertà con cui la presenza cinese, fatta anche e soprattutto di laboratori illegali, è riuscita a distruggere economicamente la città di Prato, capitale del prodotto tessile in Italia e una delle più importanti d’Europa (da dove, secondo fonti ufficiali, giornalmente partono rimesse per l’estremo oriente pari a 500.000 –cinquecentomila- euro). A fronte dell’iniziativa della polizia che aveva incominciato ad intensificare i controlli per reprimere l’illegalità commerciale, intervenne addirittura l’ambasciatore cinese per assicurare i suoi buoni uffici presso le autorità municipali e affievolire la pressione sui propri connazionali.
Questo semplice episodio è il riflesso del costante interesse geopolitico che il governo cinese attribuisce alla sua emigrazione che considera come uno strumento di espansionismo economico e che si trova, paradossalmente, rafforzata dalla stessa natura ultra-identitaria del suo popolo, stretto da duemila anni attorno alla propria lingua – che ha costituito il vero collante nazionale – e alla propria etnia “han”.
Le comunità cinesi vivono per loro conto, non si mischiano con altre e proteggono caparbiamente dagli sguardi indiscreti la propria “città proibita”.
Alla faccia dei profeti della “immigrazione-integrazione”.
SOLUZIONI.
Negli ultimi anni è totalmente mancata in Europa la volontà politica di contrastare l’immigrazione; e anche governi di impostazione non progressista hanno spalancato le porte all’invasione extracomunitaria; basti pensare che fu proprio il governo Berlusconi nel 2002, un anno dopo il suo insediamento e nonostante le promesse elettorali di contenere l’immigrazione, che varò col voto favorevole della Lega Nord una sanatoria che permise la regolarizzazione di oltre 700.000 immigrati che si trovavano in condizioni di irregolarità o clandestinità; e a questi si aggiunsero altre centinaia di migliaia di nuovi arrivi grazie al diritto di ricongiungimento familiare.
E tutti i governi, di centro destra e di centro sinistra, hanno continuato la politica dell’accoglienza stabilendo , ogni anno, le quote d’immigrati per ogni paese straniero, secondo le domande di lavoro.
A ciò occorre aggiungere l’approccio completamente sbagliato che è stato adottato in Italia per combattere l’immigrazione clandestina, ossia l’utilizzo eccessivo dello strumento giudiziario; che ha portato – e tuttora porta - molti magistrati imbevuti di retorica progressista a disapplicare la normativa o a interpretarla in maniera favorevole alla libertà/impunità del clandestino; un caso su tutti, a dimostrazione del grado di criminale stupidità di certa parte della magistratura, quello avvenuto a Modena diversi anni fa, dove un giudice (appartenente alla corrente di sinistra, “magistratura democratica”) assolse alcuni nordafricani colpevoli di spaccio di droga per “stato di necessità”, ossia ritenne che la loro mancanza di mezzi di sostentamento li aveva “costretti” essi erano stati “costretti” al delitto; questo episodio, sicuramente paradossale nella sua abnormità, costituisce però la punta dell’iceberg sotto la cui superficie emergente ribolle una mentalità certamente meno rozza ma non meno pericolosa: quella della illuministica e rousseauiana incondizionata simpatia per il buon selvaggio, vittima e mai colpevole e bisognoso di comprensione e tolleranza da parte dello Stato, ma a spese dei cittadini che ne subiscono le conseguenze; il tutto in un crescente quadro di deresponsabilizzazione delle attività criminali degli “emarginati” e di colpevolizzazione dell’uomo bianco, reo di aver sfruttato il terzo mondo.
La realtà carceraria italiana, però (cocciuta come tutte le realtà) conferma le valutazioni sull’indissolubilità dell’equazione “più immigrazione = più delinquenza”; oltre la metà della popolazione carceraria, a fronte d’una percentuale di residenti pari all’8-9%, è costituita da extracomunitari; e non solo clandestini ma anche in misura rilevante persone entrate legalmente nel nostro territorio.
E’ inoltre incredibile come, nonostante il forte allarme sociale causato dall’aumento degli sbarchi di disperati sulle nostre spiagge, esponenti politici di varia provenienza si stiano facendo promotori dell’introduzione, nel nostro sistema legislativo (e la stessa cosa sta accadendo in Germania), dello “ius soli": concezione giuridica che consentirebbe, automaticamente, a chiunque nasca sul territorio italiano di acquisire la cittadinanza permettendo contemporaneamente ai suoi genitori di ottenere l’immediata residenza, primo passo per ottenere poi la cittadinanza.
In Italia - ed in tutta Europa, ad eccezione della Francia - è in vigore il principio dello "ius sanguinis", secondo cui solo nascendo da almeno un genitore italiano si è cittadini, in linea coll’idea d’appartenenza nazionale, ossia una sintesi che esprime una medesima origine etnica e una comunanza linguistica e storica; e per ottenere la nazionalità italiana, a parte casi particolari, la legge attualmente richiede un tempo non inferiore a dieci anni di residenza legale e un’istruttoria approfondita da parte del ministero dell’Interno.
Il concetto di nazione, che i partigiani (consapevoli o meno) del Nuovo Ordine Mondiale vogliono eliminare o subordinare alle regole d’un mercato globale, da esso controllato, si fonda sulla continuità generazionale e trova la propria espressione più reale in una comunanza di costumi e di leggi civili e sociali, in una comune appartenenza religiosa ed etnica, quest’ultima indicando né più né meno la medesima origine familiare, nel senso romano del termine.
Lo ius soli è invece figlio di una visione cosmopolita, astratta e dunque irrealistica e non a caso adottata dalla visione illuministica e rivoluzionaria della Francia (ma sarebbe storicamente più corretto limitare questo il centro di questo flagello a Parigi) repubblicana; la stessa che si inventò la “dea Ragione” per sostituirla alla vera fede del popolo francese.
E’ però in maniera istintiva evidente che l’essere italiani, tedeschi, francesi o spagnoli non può dipendere da un pezzo di carta e da qualche linea d’inchiostro; e il principio dello ius sanguinis deve essere mantenuto ed accompagnarsi con altre misure che riportino ordine nei nostri territori, ossia:
1) blocco immediato dell’immigrazione che appare oggi ancora più intollerabile se si pensa all’attuale momento di disoccupazione e alla grave crisi economica;
2) espulsione immediata di tutti coloro che abbiano commesso reati o siano clandestini o si trovino senza lavoro;
3) riforma della normativa in materia di espulsioni, contemplando l’accompagnamento coattivo alla frontiera in tutti i casi di permanenza illegale nel territorio; previsione di pene detentive da uno a sei mesi da scontarsi immediatamente, in caso di illegale reingresso, senza possibilità di concessione del beneficio della sospensione condizionale con espulsione e accompagnamento alla frontiera dopo l’esecuzione della pena;
4) rafforzamento dei controlli delle frontiere marittime e adozione delle necessarie misure atta a impedire, nel rispetto della Convenzione O.N.U. sul diritto del mare, l’entrata illegale di imbarcazioni nelle nostre acque territoriali;
5) coordinamento dei paesi mediterranei dell’unione europea per l’adozione d’una politica comune di controllo delle frontiere marittime;
6) censimento degli stranieri extracomunitari presenti sul territorio e concessione della residenza a coloro che, secondo una equa e umana valutazione, siano già stabilmente radicati nel nostro tessuto sociale.
A chi obbietta che l’espulsione non sarebbe una misura concretamente possibile ricordiamo che, all’inizio del XVII secolo, dopo una serie di rivolte e vani tentativi di assimilazione, Filippo III di Spagna imbarcò di forza più di trecentomila moriscos musulmani sbarcandoli a Orano, da dove poi si dispersero nell’Africa del nord e nei territori dell’impero ottomano.
Oltre alla necessità che ogni paese dell’Unione adotti una comune politica di lotta all’immigrazione, occorre aggiungere che simili misure potrebbero trovare ragion d’essere e un buon esito in presenza di due ulteriori condizioni: a) una riforma della politica familiare e di incentivo alla natalità, di cui l’Italia è totalmente priva ma che alcuni paesi europei stanno intraprendendo (soprattutto all’est), attraverso un sostegno sociale, economico ed anche culturale alla famiglia naturale e proibizione dell’aborto che, attualmente in Europa raggiunge la cifra di un milione e duecentomila ogni anno e b) una politica di intervento sociale ed economico degli stati europei nel continente africano che, attraverso concreti aiuti strutturali, consenta a quei popoli di vivere dignitosamente nelle proprie terre.
Purtroppo, quest’ultima condizione manca dei più elementari presupposti, ossia la concreta possibilità delle nazioni europee di affrontare, in maniera coordinata ed uniforme, un decisivo cambio di marcia: respingere la colpevolizzazione del passato colonialista, riprendere possesso della propria identità e del proprio ruolo, dotarsi di strumenti di autonomia decisionale (politica, economica, monetaria, militare) – che oggi mancano a causa delle azioni di quelle centrali internazionali - che permetta loro di applicare il principio per cui la difesa del territorio la si inizia al di là degli stessi confini.
In un mondo che si fa sempre più multipolare (e questo è confortante ove si pensi a quarantacinque anni di dopoguerra bipolare e di altri dieci anni di solitaria egemonia statunitense) e dove gruppi regionali si uniscono per costituire una massa critica di fronte alla realtà del globalismo, solo l’Europa rimane inerme, spettatrice muta e imbelle senza una chiara identità; alla quale in compenso non hanno rinunciato Cina, India, Russia, sud America, alcuni stati islamici che, insieme coll’asse capeggiato da Usa, Gran Bretagna, Israele , e dotati di sempre maggiori strumenti di potenza tecnologica e militare coltivano quello che alcuni hanno definito “orizzonte di guerra”, che non significa volontà di farla bensì di essere pronti a menare le mani quando questa diventa l’ultima opzione; ma neppure basta saper menare le mani perché bisogna anche possedere o darsi uno scopo, un traguardo e questo l’Europa – questa Europa - non ce l’ha proprio perché - come dicevamo prima – si vergogna del suo passato e si dimentica delle sue radici. Ed infatti le uniche missioni militari che le nazioni europee possono o sono chiamate a compiere vedono i loro governi e i loro soldati fare gli utili idioti degli interessi made in U.S.A. che, loro sì, un progetto ce l’hanno e si chiama “destino manifesto” che risale all’ottocento e da cui non si sono mai scostati.
E finché il nostro continente sarà culturalmente colonizzato da un’ideologia che non le appartiene, quella progressista-liberale, col suo carico di egualitarismo, di ripudio del passato e di culto dell’economicismo , non ci sarà nulla che potrà fermare l’altra colonizzazione che stiamo subendo, quella – più visibile – della sparizione progressiva delle nostre etnie e la loro sostituzione con altre popolazioni.
domenica 16 settembre 2012
DIETRO L'ASSASSINIO DELL'AMBASCIATORE AMERICANO A BENGASI
DIETRO L’ASSASSINIO DELL’AMBASCIATORE AMERICANO A BENGASI
Di Bernard Lugan
Attore più che attivo nel rovesciamento di Mouammar Gheddafi, Christopher Stevens, durante uno spostamento a Bengasi, è stato preso in trappola nei locali del consolato del suo paese. Al di là di questo assassinio e del suo pretesto pseudoreligioso quale analisi possiamo fare della situazione in Libia ?
Fino ad oggi, a credere ai media, la Libia era sulla strada della normalizzazione : l’economia si stava rimettendo in moto con la ripresa delle esportazioni di petrolio e di gas e le istituzioni democratiche si insediavano dopo le elezioni legislative del 7 luglio 2012. Ciechi e sordi, gli osservatori hanno belato di gioia nel vedere la sconfitta dei fondamentalisti e la vittoria dell’ “Alleanza delle forze nazionali” (AFN) presto battezzata come “liberale” .
Ora, come ci si doveva aspettare, questo calendario democratico assai « eurocentrico » non ha evidentemente permesso di rimettere il paese in piedi e questo per una semplice ragione, ossia che la Libia non esiste più.
Il colonello Gheddafi era riuscito, a prezzo d’una severa dittatura, a imporre la stabilità interiore in un paese oggi minacciato da una frammentazione regionale (Tripolitania-Cirenaica-Fezzan) a cui s’aggiungono delle fratture interregionali e religiose.
In Tripolitania due grandi coalizioni regionali s’oppongono :
1.All’ovest, l’AFN di Mahmoud Jibril ha per cuore la frazione tripolitana dei Warfalla, la sua tribù che, da sola, costituisce il 30% della popolazione. I suoi alleati e soci sono reclutati à Zenten [1] e tra le tribù dell’ovest, tra cui i Berberi del jebel Néfusa e di Gahryan.
2.All’est, la coalizione islamo-Misurata è, quanto a lei, potentemente sostenuta dal Qatar. Il porto di Misurata è oggi in mano a quelle milizie gangsgter-fondamentaliste che linciarono il colonnello Gheddafi, tranciarono le mani del suo figlio secondogenito prima di cavargli gli occhi e sgozzarlo. Furono questi «combattenti della libertà », questi «democratici» cari a Bernard Henry Levi, che il presidente Sarkozy ordinò ai commando francesi di salvare quando le forze del colonnello Gheddafi erano sul punto di prendere la città… Bel colpo !
In Cirenaica, dove il 6 marzo 2012, Ahmed Zubaïr al-Senoussi è stato eletto emiro dai capi delle tribù, due grandi forze s’oppongono, i federalisti e gli islamisti.
L’irredentismo della Cirenaica è un dato storico. Negli anni 1945-1950, quando l’ONU forzò Gran Bretagna , Italia e Francia ad accelerare il processo d’indipendenza della Libia, le tribù di Cirenaica, reticenti all’idea della creazione d’uno Stato libico, accettarono l’unione a due condizioni:
1.Che il capo della confraternita senussa, Idriss ne divenisse il capo. Egli regnò col nome d’Idriss primo dal 1951 al 1969.
2.Che una ampia autonomia fosse riconosciuta alla Cirenaica.
Nel 1969, dalla sua presa del potere, Mouammar Gheddafi abolì la monarchia e impose il dominio della Tripolitania, ciò che la Cirenaica non accettò mai. Ecco perché la guerra civile che andava a rovesciarla vi cominciò.
Gli islamisti che hanno sostenuto la ribellione della Cirenaica vogliono ora comandare i federalisti, ma si trovano di fronte altri musulmani. Un feroce combattimento oppone infatti i fondamentalisti che non hanno tradizione locale ai membri delle confraternite sufi il cui peso regionale è importante. Il feudo degli islamisti radicali è Derna dove hanno costituito un Emirato. Da molte settimane, essi tentano di prendere il controllo di Bengasi. L’attacco contro il consolato americano fa parte della loro strategia.
Chi andrà ad imporsi? E’ impossibile dirlo. Attualmente i fondamentalisti di Cirenaica cercano d’appoggiarsi alle milizie di Misurata le quali a loro volta cercano il loro sostegno contro quelle dell’ovest. Furioso per la sconfitta dei suoi protetti a Tripoli, il Qatar pare particolarmente attivo in questa operazione.
La questione che si pone ormai è di sapere se la Libia può sopravvivere come Stato. Si sta lentamente profilando infatti una situazione di guerre regionali, tribali, di clan, religiose ; come in Somalia. Che potrebbero essere seguite da un’esplosione territoriale, il paese trovandosi allora ritagliato come « tasti di pianoforte » con un porto a prolungamento dei giacimenti d’idrocarburi dell’interno.
Ormai, l’alternativa è semplice : o le nuove autorità mettono un termine al caos – ma come ? – e ricostruiscono lo Stato in una qualche forma, o la Libia rimane ingovernabile. In questo caso, gli islamisti potranno allora giocare una carta maestra, quella del modello religioso che trascenda le divisioni al fine di coagularle in un tutto comune, l’Oumma.
Coloro che hanno permesso questo disastro coi suoi strascichi in tutta la fascia del Sahel (v. i numeri de l’Afrique Réelle consacrati alla questione ), sono quelli che hanno deciso d’immischiarsi nella guerra civile libica, il primo posto dei quali spetta all’ex presidente della Repubblica francese. Quanto allo sventurato ambasciatore americano, il meno che si possa dire è che i suoi vecchi protetti si sono dimostrati piuttosto ingrati verso di lui…
Bernard Lugan – 12/09/12
Retrouvez l’Afrique Réelle sur www.bernard-lugan.com
[1] I miliziani di Zenten tengono prigioniero Seif al Islam, il figlio del colonnello Gheddafi
venerdì 14 settembre 2012
GLI ARGENTINI SANNO REAGIRE
Milioni di argentini sono scesi in piazza questa notte, in tutte le città, per manifestare contro il governo di Cristina Kirchner Fernandez Wilhelm.
Ho visto gente normale, non politicizzata, chiamata a raccolta da solo una settimana e che spontaneamente s’è riversata sulle larghissime avenidas di Buenos Aires.
Un fiume di persone che non s’arrestava mai e proseguiva per ore, diretto verso Plaza de Mayo, dove si trova la Casa Rosada, il palazzo presidenziale per sfogare – in maniera pacifica – la sua rabbia, la sua indignazione, la sua frustrazione contro il governo ma anche la sua insofferenza personale e fisica nei confronti della Kirchner, del suo modo di parlare, di atteggiarsi.
Qualche giorno prima costei aveva dichiarato che gli argentini dovevano prima di tutto temere Dio ma anche un po’ lei; brutto sintomo, che manifesta arroganza ed ignoranza ma soprattutto debolezza.
L’occasione delle manifestazione è stato il no alla riforma costituzionale che avrebbe ammesso la possibilità d’una ulteriore rielezione del presidente in carica; e questa proposta, paradossalmente, era avanzata dal governo negli stessi giorni in cui sondaggi attendibili indicavano un fortissimo calo di popolarità della Kirchner; altro sintomo di disperata debolezza.
Chi l’ha sentita parlare – ed io ho avuto questa sventura – e possiede qualche briciolo di senso dell’orrore non può che rimanerne disgustato; la sua cadenza piagnucolosa, lacerante e singhiozzante, i suoi discorsi infarciti di becera demagogia e di penosi riferimenti personali, tipici di chi soffre d’ipertrofia dell’ego danno l’idea di quello che è: una lavandaia; al suo confronto la Floriani-Mussolini appare la duchessa di Kent, la Santanchè Madame de Stael e Di Pietro un fine dicitore.
Sono classista? Si, ma questo mio personale difetto non sposta di un millimetro la naturale e ovvia constatazione che non tutti possono fare tutto e una lavandaia non può certo aspirare a governare decentemente una nazione, tanto più se questa è grande undici volte l’Italia.
Ho letto in giro ispirate ed entusiastiche considerazioni su questa donna e sul suo operato, espresse da chi si trova a diecimila chilometri di distanza e scopiazza quello che qualche blogger filogovernativo butta nella rete; ogni riferimento a “Rinascita” è puramente casuale.
Questa lavandaia, avvocaticchio simpatizzante montoneros (quelli che in nome d’un peronismo socialisteggiante assassinavano i peronisti veri)che insieme col defunto marito difendeva le banche nelle cause di recupero crediti contro i poveracci e che per una serie di irripetibili casualità è ascesa alla massima carica della nazione (il marito, Nestor Kirchner – a cui lei succedette - nel 2003 vinse col 20% perché Menem anch’egli arrivato al ballottaggio si ritirò) ha avuto la ventura di veder coincidere il proprio mandato con un incredibile rialzo dei prezzi internazionali dei cereali e della soja – che l’Argentina produce in grande quantità – e quindi con un discreto benessere generalizzato; e dopo il crac del 2001-2002 non poteva che seguire una ripresa; che il dio delle borsa dei cereali di Chicago ha favorito abbondantemente, e quindi senza nessun merito della Kirchner che al massimo ha approfittato della favorevole congiuntura per applicare tasse altissime agli esportatori di granaglie e riempire così le casse dello Stato.
La santificazione di questa donna, operata ahimè anche in ambienti “nostri” si fonda su falsi miracoli: tra le leggende metropolitane più popolari quella secondo cui “l’argentina non avrebbe pagato il debito al Fondo Monetario!!!”; balle; richiese ed ottenne alcuni aggiustamenti ma ha pagato e sta ancora pagando fino all’ultimo peso; altro finto miracolo: “ha nazionalizzato il petrolio!!!”; balle, ierballe; ha espropriato solo la quota della Repsol spagnola (lasciando intatta in mani private la quota del 31% della famiglia Eskenazi e un altro 12% di fondi d’investimento statunitensi) e, guarda caso, lo ha fatto rientrando in tutta fretta ed in anticipo dal vertice dei paesi americani di Cartagena, dopo un colloquio privato con Obama; Repsol era in trattative per vendere la propria quota alle imprese petrolifere cinesi Sinopec Group e Cnooc , due industrie di Stato; potevano gli Stati Uniti, che stanno accerchiando la Cina per strozzarne le possibilità di accesso alle fonti di energia, permetterle di impossessarsi di risorse così vitali nel suo giardino di casa? In cambio Obama le ha promesso appoggio diplomatico nella questione “Malvinas”.
***
La gente che ha riempito le strade di tutta l’Argentina era l’espressione degli strati sociali medi; quelli che non fanno politica, che lavorano e vogliono godere delle loro piccole libertà; non sono scesi in piazza per reclamare diritti umani, per protestare in nome di principi ideologici o politici; sono la maggioranza silenziosa che non può più sopportare un’inflazione del 25% all’anno; che non ne può più della corruzione spaventosa di questo governo e del modo in cui questo insabbia le relative inchieste, che non ne può più della crescente insicurezza, motivata da un’immigrazione di ceppi non europei, accolti con bonaria soddisfazione dai progressisti kirchneristi (in nome della “inclusione sociale”); che non può più tollerare le estorsioni che deve subire chi vuole comprare dollari per andare all’estero (il governo, quando concede il diritto all’acquisto addebita il 15% sui dollari spesi oltre una ridicola soglia massima; quando non lo concede l’argentino è costretto a comprare il dollaro al mercato nero ad un 35% in più del cambio ufficiale); che non ne può più di pagare conti salati al dentista che gli fa l’anestesia perché il governo blocca medicamenti e altre forniture mediche (in nome della produzione nazionale che però non realizza) facendo così schizzare il prezzo delle fialette di anestetico; che sono stufi di vedere frotte di favoriti ed assistiti che non lavorano e che fanno figli per ottenere i sussidi che permettono loro di continuare a non lavorare (uno stato serio offre impiego, non beneficenza e gli aiuti ai figli li si dà a chi già lavora e necessita d’un sostegno per mandarli a scuola, crescerli e garantirne l’istruzione).
E che sono stanchi di questa ciarlatana e del suo grottesco mascherone di smorfie e della sua claque di professorini marxisti-leninisti che pontificano sull’economia senza aver mai condotto una impresa in vita loro; e lo si vede perché le aziende di Stato a loro affidate dopo la nazionalizzazione (Areolinas Argentinas ne è l’esempio più lampante) perdono milioni di dollari al giorno.
Bravi argentini, la capacità di reagire non vi manca.
venerdì 13 luglio 2012
Europa – Europæ
"EUROPA, NAZIONE, RIVOLUZIONE!". Así clamaban en los años sesenta y setenta los jóvenes nacionalistas de Italia y de Francia; y este slogan resonaba por las calles en toda Europa.
Un grito de esperanza, de ilusión, posiblemente de búsqueda de una dimensión política y espiritual allende su Patria, afectada por señales de decadencia y representada por gobiernos ya dispuestos a la rendición ante el avance cultural del progresismo, favorecido por democracias que sufrían de un complejo de inferioridad hacia el comunismo internacional, del cual eran tributarias por la derrota del fascismo. Tal vez el deseo de absoluto que animaba a los nacionalistas, los empujaba más allá de las fronteras, más allá de un nacionalismo que sentían como angosto y también mezquino; y, sobre todo, ¿qué sentido podía tener para ellos la esforzada defensa de los intereses nacionales en una Europa constreñida a ser campo de enfrentamiento geopolítico entre los Estados Unidos y la Rusia soviética, justamente (o al menos en parte) por las divisiones entre europeos y por las miras, egoístas e inspiradas por un designio de potencia territorial de las políticas ultranacionalistas? El tiempo de las guerras fratricidas tenía que terminar.
Sin embargo, ¿qué Europa soñaban, qué Europa hacía latir sus corazones? ¿Cuál Europa se representaban ? ¿Existió en la realidad este sueño de una Europa unida, fuerte y capaz de resistir a las tentaciones de sus seculares reivindicaciones nacionales?
La respuesta es no, incluso si esta constatación no quita razón a la fuerza de aquel grito; una fuerza subterránea, ancestral, hecha de una historia bimilenaria, a menudo sangrienta, empero compartida, de un destino que dividió hermanos que no obstante no dejaron de serlo.
De todas maneras una Europa "Una", nunca existió. ¿Fue Roma, acaso, la primera expresión de una Europa unida? Una unión de algunos pueblos europeos, sí, mas sin olvidar que Roma fue, en primer lugar, un imperio mediterráneo que tenía justamente en el "Mare Nostrum" su centro geográfico-geopolítico y en que África del Norte constituía el granero de todas las provincias. Roma nunca fue más allá -sino en pocas oportunidades y por pocos años- de las orillas de los ríos Reno y Danubio.
Más allá del vado, en los mapas militares los generales romanos anotaban: "Hic sunt leones".
Roma fue, sí, la expresión de un Occidente que siglos antes Atenas y Esparta representaron contra el Oriente persa y la lucha victoriosa contra Cartago fue la manifestación de este secular enfrentamiento; mas no de una Europa que geopolíticamente todavía no había nacido; una parte importante de Europa pero no una Europa unida.
Más bien, paradójicamente, fue el alistamiento de mercenarios godos -"europeos" entonces- que debilitaron la fibra del ejército romano que, hasta el inicio de la era imperial, podía disfrutar la "fides" de sus familias, de sus soldados campesinos, de sus ciudadanos mucho más motivados que los mercenarios bárbaros a defender su patria.
* * *
La primera manifestación de Europa -así como la vemos hoy- fue el imperio carolingio; la conquista de la costa sur del Mediterráneo por los árabes musulmanes, empujó el baricentro de lo que quedaba del mundo latino hacia el norte; el nuevo baricentro se situó en las orillas del río Reno, en el punto de encuentro entre los galos-romanos y los francos alemanes, atrás "limes" romano.
Fue, otra paradoja de la historia, el propio Islamismo y su voluptuosidad de conquista y de sumisión de los pueblos linderos, lo que contribuyó a forjar el núcleo de esa Europa que nosotros conocemos.
Como dijo el historiador belga Henry Pirenne en su obra "Mahomet et Charle Magne", el segundo habría sido inconcebible sin el primero: intuición clara e intencionadamente extremada, que muy bien sintetiza una realidad histórica.
Así como las concepciones políticas y jurídicas de Roma sobrevivieron a su caída, llegando a fundamentar las sociedades del occidente, asimismo el sentido del espacio geopolítico carolingio -por entonces constituido por los territorios que ahora abarcan a Francia, Bélgica, Países Bajos, Alemania, Austria e Italia centro-septentrional- se proyectó a través de los siglos: estos territorios nunca fueron violados por Asia, el Islam o el comunismo y, lo que es igualmente significativo, esas naciones constituyeron el primer núcleo territorial de la actual Unión Europea.
La historia de los grandes imperios, y no sólo de los europeos, tiene una constante: la necesidad de no detenerse en la política de expansión; sólo así en las naciones que los componen puede mantenerse el interés por la unión imperial y por la renuncia a su soberanía. En cuanto el impulso a la conquista y a los beneficios de la expansión se detengan, volverán a emerger los empujes centrífugos de los intereses nacionales y no habrá nada que pueda frenarlos.
Sin una fuerte razón común, un imperio no puede conformarse y cada tentativa de construcción fundada sobre la fuerza y el engaño, no puede durar; la Europa napoleónica francocéntrica y el proyecto hitleriano de una Europa alemanocéntrica se destacan como últimos ejemplos de utopías imperiales finalmente rechazadas por los deseos de independencia nacional. Tampoco el proyecto de la Unión Europea se sustrae al razonamiento anterior: esta estructura fundada sobre el engaño y el equívoco, pues está desarrollada sin un verdadero consentimiento popular y se está revelando mortífera para las economías de los países menos industrializados, y totalitaria en su voluptuosidad de aplastar toda diferencia nacional -tratando de imponer reglas abstractas y disociadas de cualquier tradición cultural, social y religiosa- está destinada, una vez acabado el interés por un recorrido común, a estrellarse contra los escollos de los intereses nacionales.
Bien se puede notar, además, que fue justamente la expansión de la Unión a nuevos países, sobre todo en las áreas culturales y geopolíticas más lejanas, la que provocó las primeras grietas en el edificio. Exactamente como el alistamiento de los godos en el ejército de Roma.
* * *
El primer verdadero ejemplo de una Europa unida está volviendo al fracaso; los teóricos burócratas de una Europa fundada sobre ideas abstractas e ideas de hombres abstractos y sin raíces no conocen a De Maistre: "Todos me hablan del hombre; nunca lo conocí; al contrario conocí a rusos, italianos, franceses, alemanes ...".
Europa como continente-nación es una utopía sin sentido y no una realidad histórica o geo-estratégica. Es suficiente observar, como bien lo hace Aymeric Chauprade, profesor de geopolítica en el "Collège des Interarmées de Défense" (la vieja Escuela de guerra francesa), que los intereses del actual espacio "carolingio" no son los mismos del grupo de naciones situadas en el espacio balcánico o en el espacio báltico. El primero se encuentra destinado -a despecho de la resistencia de gobernantes que tergiversan la natural predisposición de sus naciones- a enfocar su propio interés hacia el "Heartland" del Este, es decir a Rusia, en una perspectiva de estrategia común frente a la talasocracia (británica antes y estadounidense después). El segundo, al contrario, linda con la potencia rusa –de cuyo talón por mucho tiempo soportaron el peso- y, por eso, tienden a buscar auxilio en un protector lejano: no es una casualidad que los países del ex bloque soviético no tuvieron dudas en adherir sin reservas a la NATO.
Tampoco es posible buscar una estrategia común con los países vueltos hacia el Atlántico como Gran Bretaña y Portugal; geográficamente marginados en el espacio europeo, buscaron su desahogo geopolítico fuera del contexto continental. Brasil y Estados Unidos, las naciones más extensas (con excepción del Canadá) y más pobladas de América, constituyen el fruto de esas vocaciones transoceánicas. Ni se puede olvidar el constante papel de Gran Bretaña para contrarrestar cualquier fuerte crecimiento de una potencia europea, capaz de lograr una supremacía continental. Y, finalmente, hay un espacio a la vocación mediterránea, con Grecia, Italia del sur y una España que supo incluso encontrar más allá del Océano Atlántico el desarrollo de su cosmovisión cristiana.
* * *
Tales diferenciaciones tienen, naturalmente, un sentido general y necesitarían de muchas precisiones. Por ejemplo, tener en cuenta que incluso en el interior de estos bloques se dieron enfrentamientos y luchas por la supremacía. Sin embargo, no hay duda que Europa no representa, ni nunca constituyó, un bloque compacto portador de un único interés compartido. Hasta en los momentos más decisivos de su bimilenaria historia, cuando la amenaza fue un enemigo externo, el intento de unidad estuvo bien lejos de lograrse. Cuando los francos luchaban contra los musulmanes de España para contener su avance, los aquitanos de Francia, a raíz de su enemistad hacia los carolingios, apoyaron al califato de Córdoba. De la misma manera, el imperio francés se apartó de la lucha de las naciones cristianas contra el imperio otomano con el cual tenía estrechas relaciones. En las aguas de Lepanto en 1571, la flota turca fue derrotada por una liga conformada por buques y marineros venecianos, toscanos, españoles y pontificios; paradójicamente, estuvo ausente la "Fille ainée de l'Église", la hija primogénita de la Iglesia.
La lucha de la monarquía francesa contra el imperio de los Habsburgos por el predominio europeo, motivó a la primera a no contestar a la presión del imperio otomano en el corazón de Europa.
En la batalla de Viena, sitiada por el ejército conducido por Kara Mustafá y el sultán Maometto IV, intervinieron, movilizadas por el llamado del papa Inocencio XI para la defensa de la Cristiandad, tropas de Alemania, de Baviera, polonesas y húngaras, encabezadas por el príncipe Eugenio de Savoya y por el general polaco Sobieski. Europeos en una Europa dividida.
La complejidad del recorrido europeo, directamente proporcional a su abigarrada composición étnica, territorial y geográfica, impide una lectura unitaria y coherente de su historia y, aún más, la posibilidad de una visión unitaria del fenómeno continental.
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Hoy en día estas diferencias se destacan, si es posible, mucho más, porque la crisis exaspera la desconfianza de los pueblos hacia esta estructura mastodóntica que es la Unión Europea; su aceptación fue a cambio de una promesa de bienestar y tranquilidad social y económica de todos los europeos; la impostura se descubrió a sus expensas. Por una ley natural, los intereses particulares de las naciones van a despertarse y la Unión, así como ahora la conocemos, se encuentra destinada, a breve plazo, a un profundo cambio de rumbo.
Empero hay algo, lamentablemente, que une las sociedades europeas -y hablamos de las del occidente continental- o sea la caída, la decadencia, la inconsciencia de su pasado y, por consiguiente, la falta de visión de su futuro.
Los tratados que hoy rigen las estructuras jurídicas y políticas de la Unión - más veces rechazados, en ocasión de referéndums celebrados en Holanda, Francia e Irlanda, no obstante vueltos a proponer sin vergüenza porque "debían“ adquirir vigencia- representan una Europa sin alma. Allí se citan genéricamente "las tradiciones religiosas de Europa" sin especificar al Cristianismo y a las raíces helénicas y romanas, que siempre acompañaron, indicando la dirección, la historia del continente.
Abstracciones igualitarias y filosofía de los derechos humanos, he aquí la nueva brújula del nuevo rumbo: lo que lleva al matrimonio homosexual, al derecho de paternidad y maternidad a toda costa, al aborto y a la crisis demográfica (y a la progresiva substitución de los pueblos), a la creación de nuevos géneros no naturales, al permitir el desahogo de cualquier manifestación de pensamiento, hasta la más desquiciada, al deber de acoger a toda la miseria del mundo, a la represión de cualquier reacción identitaria.
Sin embargo estos tratados no son la causa sino el punto de llegada de un recorrido de locura de una civilización y de una desviada concepción de "libertad"; que por los romanos coincidía con la "libertad de la Patria" mientras que los liberales de todos colores ven al hombre como sujeto único de este supuesto, inalienable derecho.
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Empero existe otra Europa, "periférica" podríamos decir, que parece haber tomado una ruta completamente diferente. Wladimir Putin después de rechazar la tentativa de Gorbachov y Eltsin de hacer de la Rusia una nación, una más en una ya numerosa compañia, sometida a las reglas de las oligarquías internacionales y apátridas, ha apostado, de manera ganadora, por un destino de independencia económica y de reconstrucción social; ha sostenido a la familia, alentando el crecimiento demográfico -en un país donde la disminución de la población había alcanzado niveles impresionantes- con ayudas concretas y rehusando la fórmula inmigratoria elegida por las naciones occidentales: ha mantenido el control sobre las fuentes de energía, que la política post-comunista había entregado a mafias oligárquicas; ha reanudado las relaciones con la Iglesia ortodoxa, reconociendo el valor de la religión como elemento insubstituible de la sociedad humana; ha vedado cualquier forma de propaganda desviada en tema de matrimonio y sexualidad; en este asunto la provincia de San Petersburgo (donde la influencia del grupo dirigente atado a Putin es muy fuerte) elaboró un proyecto de ley donde se prevén sanciones penales contra la propaganda de homosexualidad y, naturalmente, de pedofilia, calificadas como atentado a la juventud; en esta misma nación los jueces, hace poco tiempo, han emitido una orden de captura contra el financista Soros, acusado de maniobras especulativas dirigidas a la devaluación del rublo. La misma república de Bielorusia, no hace mucho, había prohibido a este parásito internacional la entrada al país, calificándolo de "persona non grata".
También en el interior de Europa hay quien trata de no dejarse seducir por las utopías: Hungría, cuyo gobierno conservador, está contestando las directivas del FMI, y apoyado por el partido nacionalista Jobbik, ha decidido poner el banco central bajo el control del Estado.
Una verdadera herejía para la Europlutocracia y para su proyecto de aniquilación de toda real soberanía nacional que no puede ser disociada del control sobre la emisión monetaria.
Si a esta valiente elección -que se mueve en una dirección totalmente opuesta respecto a la política de forzada privatización del sector financiero y crediticio implementada por las instituciones de Bruselas - añadimos la invocación, contenida en el preámbulo de la nueva constitución (que sustituye la comunista del 1949), a la protección del Señor sobre la patria («Isten, álddmeg a Magyart" -Dios bendiga a los húngaros- y la afirmación del derecho a la vida desde la concepción (en una Europa donde el aborto es un "derecho") entonces podemos comprender los gritos histéricos de quienes claman la adopción de sanciones contra el gobierno de Viktor Orban.
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Si una Europa ideal existe y existió, entonces no la debemos buscar en la ucronía, sino en los rasgos de dignidad, de grandeza, de belleza, de cultura, de virtudes espirituales y militares que, a lo largo de su historia, las aristocracias de sus territorios supieron entregar; tal vez en no muchas oportunidades, si las comparamos a los periodos de decadencia y de vileza, pero seguramente más que suficientes para forjar el carácter y el estilo de vida de generaciones y generaciones de hombres y mujeres.
No sólo "Europa, Nazione, Rivoluzione! ", solían aclamar los jóvenes nacionalistas; en recuerdo de la heroica resistencia de los patriotas húngaros contra los carros armados soviéticos, que aplastaron las esperanzas de un pueblo que se batía hasta la muerte, un grupo musical italiano compuso una canción que se intitulaba: "Avanti ragazzi di Buda! Avanti ragazzi di Pest !” ¡Ha retornado el momento de cantarla de nuevo!
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