di Bernard Lugan dal sito www.realpolitik.tv
traduzione e diffusione autorizzate
In Libia la guerra dei clan si svolge ormai apertamente in Tripolitania dove cinque grandi forze sono presenti à Syrte, à Misurata, à Bani Walid, nello djebel Nefusa e a Zenten e a Tripoli :
- le tribù della regione della Syrte hanno cessato il combattimento schiacciati sotto le bombe della Nato ma hanno mantenuto la loro fedeltà. Ora che l'aviazione occidentale è tornata alle sue basi, alcune di loro sono pronte a riprendere la lotta contro il CNT.
- Le milizie di Misurata, quelle che catturarono e linciarono il colonnello Gheddafi, rifiutano ogni altra autorità che non sia quella dei loro capi. Tutte le componenti della Tripolitania le odiano, compresi gl'islamisti di Tripoli.
- A sud di Misurata, attorno a Bani Walid la frazione tripolitana della tribu dei Warfalla, ossia circa 500 000 membri, è sempre fedele al vecchio regime.
- Nella regione di Tripoli, i combattimenti tra le due milizie berbere dello djebel Nefusa e di Zenten da una parte e gli islamisti del Tripoli Military Council (TMC) dall'altra, hanno visto un'accelerazione negli ultimi giorni.
Un avvenimento di grandissima importanza s'è prodotto il 25 novembre con l’arresto all’aeroporto di Tripoli d’Abelhakim Belhaj, capo del TMC mentre, sotto falsa identità, tentava di prendere il volo per la Turchia. L’arresto da parte della brigata di Zenten di questo fondamentalista, vecchio combattente d’Afghanistan sostenuto dal Qatar, marca una svolta nell'evoluzione della situazione libica. Perché mai questa partenza rocambolesca ? Si sentiva minacciato e stava prendendo la fuga ? Si stava recando in missione segreta in Turchia? Questo arresto segna l'inizio del rifiuto dell'opprimente onnipresenza delle forze e degli agenti del Qatar, (numerosi libici domandandosi se il loro paese non sia divenuto una colonia di questo emirato ricchissimo ma sottopopolato e il cui esercito è composto da mercenari) ?
Abelhakim Belhaj è stato liberato su richiesta del presidente del CNT, Mustapha Abdel Jalil.
Lo sfondo del problema che gli osservatori una volta ancora non hanno visto, e che certuni una volta ancora riprenderanno, naturalmente senza citarmi e quando avranno letto il mio comunicato, è che i berberi hanno deciso di giocare la loro carta. Grandi perdenti – come avevo annunciato - della nuova situazione politica, essi si ritrovano in effetti, come prima della caduta del regime di Gheddafi , di fronte ad un nazionalismo arabo-musulmano che nega la loro esistenza. Nessun ministro del nuovo governo è berbero allorché le loro due brigate costituirono i soli elementi militarmente operativi della ribellione. Di fronte a questa situazione, il 25 novembre, la Conferenza Libica degli Amazighs (berberi) ha sospeso le sue relazioni con il CNT.
Militarmente, i berberi sembrano aver preso il controllo d'una parte della città di Tripoli, tra cui l'aeroporto. Altra chance, essi tengono loro prigioniero Seif al-Islam Gheddafi che hanno trattato con considerazione e anche rispetto. Un tale atteggiamento non è certamente del tutto spontaneo poiché contrasta coi trattamenti ignominiosi che i miliziani di Misurata fecero patire a suo padre e che numerosi libici hanno giurato di vendicare.
Se l'attuale governo non darà soddisfazione ai berberi, i quali costituiscono circa il 10% dei 6 milioni di Libici, un'alleanza rivolta al tempo stesso contro il CNT e contro Misurata e che comprenderebbe le loro milizie, la frazione tripolitana dei Warfalla così come le tribù della regione della Syrte, potrebbe essere costituita. E senza colpo ferire potrebbe impadronirsi della Tripolitania, soltanto Misurata essendo in grado di opporre una minima resistenza. Senza contare che al Sud, i tuareg e i toubou sono anch'essi restati fedeli alle loro passate alleanze.
Quanto alla Cirenaica, che é oggi sotto il controllo diretto degl'islamisti, essa è di fatto sfuggita alle autorità di Tripoli.
lunedì 28 novembre 2011
giovedì 17 novembre 2011
IL TALENTO DI MR.MONTI
Ecco a noi Mario Monti, annunciato salvatore d'Italia, mandato da quell'Europa "legale" - oltraggiata dall'annuncio del referendum greco, massima espressione della democrazia - covo di quella cricca di banchieri, politici, burocrati che vivono alle spalle dell'Europa "reale".
Ma è tutto oro quel che luccica?
Questo "grande economista", definito da "Le Monde" (14 novembre) "il prussiano d'Italia", nella realtà uomo-Trilateral e uomo-Goldman Sachs, ha ricoperto nell'Unione Europea il ruolo di Commissario, incaricato del Mercato interno e poi della Concorrenza.
E nello svolgere questa funzione egli ha dimostrato tutto il proprio zelo di ideologo liberale, fautore della concorrenza dura e pura.
Innanzitutto bloccando le dinamiche di fusione di grandi gruppi europei che, in questa era post-industriale e mondializzante, dovevano far fronte ad entità industriali multi o trans-nazionali sempre più potenti, sempre più concorrenziali, soprattutto con quelle del nord America che, rispetto a quelle europee, partono da una posizione di forte finanziarizzazione; è un dato di fatto che l'ottanta per cento delle imprese statunitensi si autofinanzia mentre la stessa percentuale d'imprese europee è costretta a ricorrere al credito(1).
Non prendiamoci in giro e guardiamo le cose colle lenti della cruda realtà: la sfida della mondializzazione non la si vince se l'Europa non si dota di strumenti atti a reggere il confronto, anche sul piano geopolitico, con una concorrenza mondiale tanto più spietata quanto irrispettosa delle regole del gioco; l'alternativa è il rilancio industriale dell'Europa, anche attraverso alleanze strategiche - e la sua sopravvivenza economica quale presupposto e motore di quella culturale - o la sua deindustrializzazione e la conseguente svendita a poteri finanziari-imprenditoriali transcontinentali che se ne spartiranno le spoglie facendola definitivamente uscire dalla Storia.
Il primo veto della commissione presieduta da Monti fulmina il tentativo di fusione delle americane General Electric-Honeywell: I successivi tentativi di bloccare le iniziative di fusioni europee Airtours-First Choice (compagnie di aviazione), Schneider-Legrand e Tetra Laval-Sidel e le sanzioni inflitte alla Volkswagen per abuso di posizione dominante in materia di prezzi di vendita del modello Passat vengono però cassati dalla Corte di Giustizia Europea che in prima istanza boccia le decisioni emanate dalla commissione.
La decisione che boccia il veto alla fusione dei gruppi d'apparecchiature elettriche Schneider e Legrand arriva però troppo tardi poichè la Legrand nel frattempo è stata già svenduta.
In questa decisione i giudici europei enumerano numerosi errori manifesti, omissioni e contraddizioni nell'analisi economica elaborata dalla commissione a sostegno del proprio rifiuto.
Nell' "affaire" Tetra Laval-Sidel il veto viene annullato essendo, secondo la Corte Europea, "l'analisi economica delle conseguenze a corto termine della fusione sulla concorrenza, insufficiente sotto il profilo degli elementi probanti e viziata da errori interpretativi".
Dei veri e propri schiaffi alla pretesa competenza del dr.Monti.
Ma a parte queste vere e proprie debacles, resta il fatto che il dogmatismo liberale della concorrenza assoluta ed astratta - che dunque deve colpire le posizioni "dominanti" potenzialmente monopolistiche, indipendentemente dall'interesse del consumatore alla qualità e al prezzo del prodotto - e la conseguente reputazione d' "integrità" che il neo-premier si guadagna nell'opporsi a giganti americani come Microsoft e a General Electrics nel suo tentativo di fusione con Honeywell o a denunciare aiuti sotterranei degli stati a imprese nazionali (vietati sempre a nome del principio della "concorrenza pura e non falsata"), sembrano però dissolversi di fronte alle molteplici e durature pratiche fraudolente di certi gruppi finanziari di Londra e di New York e, in particolare, quelle condotte dalle banche Rotschild e Goldman Sachs.
Qual è la direzione che i signori del danaro vogliono imporre al mondo? Quella voluta da interessi trans-nazionali in una "governance" mondiale capitanata dagli Stati Uniti: un mercato globale da lei diretto con un'Europa virtuale e disossata sottoposta al loro controllo; è la stessa strategia che nel dopoguerra vide la potenza americana esigere la decolonizzazione (in nome della santa democrazia) per favorire l'esportazione in Africa e nel terzo mondo di prodotti made in usa in sostituzione di quelli fabbricati in Europa.
Alla de-colonizzazione dell'Africa di allora oggi si sostituisce la de-nazionalizzazione dei poteri politici europei, commissariati dai burocrati culturalmente apolidi di Bruxelles e Mario Monti ne è il più lampante esempio.
(1) E, guarda caso, le regole di 'Basilea 3' impongono agli istituti bancari sempre più limitazioni per l'accesso al credito; chi detta le regole del gioco vince.
Ma è tutto oro quel che luccica?
Questo "grande economista", definito da "Le Monde" (14 novembre) "il prussiano d'Italia", nella realtà uomo-Trilateral e uomo-Goldman Sachs, ha ricoperto nell'Unione Europea il ruolo di Commissario, incaricato del Mercato interno e poi della Concorrenza.
E nello svolgere questa funzione egli ha dimostrato tutto il proprio zelo di ideologo liberale, fautore della concorrenza dura e pura.
Innanzitutto bloccando le dinamiche di fusione di grandi gruppi europei che, in questa era post-industriale e mondializzante, dovevano far fronte ad entità industriali multi o trans-nazionali sempre più potenti, sempre più concorrenziali, soprattutto con quelle del nord America che, rispetto a quelle europee, partono da una posizione di forte finanziarizzazione; è un dato di fatto che l'ottanta per cento delle imprese statunitensi si autofinanzia mentre la stessa percentuale d'imprese europee è costretta a ricorrere al credito(1).
Non prendiamoci in giro e guardiamo le cose colle lenti della cruda realtà: la sfida della mondializzazione non la si vince se l'Europa non si dota di strumenti atti a reggere il confronto, anche sul piano geopolitico, con una concorrenza mondiale tanto più spietata quanto irrispettosa delle regole del gioco; l'alternativa è il rilancio industriale dell'Europa, anche attraverso alleanze strategiche - e la sua sopravvivenza economica quale presupposto e motore di quella culturale - o la sua deindustrializzazione e la conseguente svendita a poteri finanziari-imprenditoriali transcontinentali che se ne spartiranno le spoglie facendola definitivamente uscire dalla Storia.
Il primo veto della commissione presieduta da Monti fulmina il tentativo di fusione delle americane General Electric-Honeywell: I successivi tentativi di bloccare le iniziative di fusioni europee Airtours-First Choice (compagnie di aviazione), Schneider-Legrand e Tetra Laval-Sidel e le sanzioni inflitte alla Volkswagen per abuso di posizione dominante in materia di prezzi di vendita del modello Passat vengono però cassati dalla Corte di Giustizia Europea che in prima istanza boccia le decisioni emanate dalla commissione.
La decisione che boccia il veto alla fusione dei gruppi d'apparecchiature elettriche Schneider e Legrand arriva però troppo tardi poichè la Legrand nel frattempo è stata già svenduta.
In questa decisione i giudici europei enumerano numerosi errori manifesti, omissioni e contraddizioni nell'analisi economica elaborata dalla commissione a sostegno del proprio rifiuto.
Nell' "affaire" Tetra Laval-Sidel il veto viene annullato essendo, secondo la Corte Europea, "l'analisi economica delle conseguenze a corto termine della fusione sulla concorrenza, insufficiente sotto il profilo degli elementi probanti e viziata da errori interpretativi".
Dei veri e propri schiaffi alla pretesa competenza del dr.Monti.
Ma a parte queste vere e proprie debacles, resta il fatto che il dogmatismo liberale della concorrenza assoluta ed astratta - che dunque deve colpire le posizioni "dominanti" potenzialmente monopolistiche, indipendentemente dall'interesse del consumatore alla qualità e al prezzo del prodotto - e la conseguente reputazione d' "integrità" che il neo-premier si guadagna nell'opporsi a giganti americani come Microsoft e a General Electrics nel suo tentativo di fusione con Honeywell o a denunciare aiuti sotterranei degli stati a imprese nazionali (vietati sempre a nome del principio della "concorrenza pura e non falsata"), sembrano però dissolversi di fronte alle molteplici e durature pratiche fraudolente di certi gruppi finanziari di Londra e di New York e, in particolare, quelle condotte dalle banche Rotschild e Goldman Sachs.
Qual è la direzione che i signori del danaro vogliono imporre al mondo? Quella voluta da interessi trans-nazionali in una "governance" mondiale capitanata dagli Stati Uniti: un mercato globale da lei diretto con un'Europa virtuale e disossata sottoposta al loro controllo; è la stessa strategia che nel dopoguerra vide la potenza americana esigere la decolonizzazione (in nome della santa democrazia) per favorire l'esportazione in Africa e nel terzo mondo di prodotti made in usa in sostituzione di quelli fabbricati in Europa.
Alla de-colonizzazione dell'Africa di allora oggi si sostituisce la de-nazionalizzazione dei poteri politici europei, commissariati dai burocrati culturalmente apolidi di Bruxelles e Mario Monti ne è il più lampante esempio.
(1) E, guarda caso, le regole di 'Basilea 3' impongono agli istituti bancari sempre più limitazioni per l'accesso al credito; chi detta le regole del gioco vince.
lunedì 7 novembre 2011
NON PAGARE IL DEBITO ALLE BANCHE.
La crisi finanziaria che investe l'Europa è, appunto, una crisi finanziaria, ossia legata alla circolazione del danaro, al rapporto debito/credito tra prestatori e debitori; il mondo non scarseggia di prodotti, di servizi, di beni ma di danaro, ossia del mezzo di scambio che serve a procurarseli.
Gli squilibri che oggi devastano la nostra tranquillità - familiare, imprenditoriale e dunque - sociale sono, in gran parte, il frutto di debiti contratti dagli stati per provvedere alle esigenze legate all'esercizio della propria sovranità: scuola, sicurezza, servizi sociali etc etc; una parte di questi debiti sono stati assunti nei confronti del circuito bancario; un'altra parte nei confronti di risparmiatori.
Non bisogna negare l'evidenza: una parte non trascurabile delle uscite dello stato italiano è puro spreco, clientela, inutile e greve burocrazia, assistenzialismo gabellato come spesa sociale.
E questo è un fatto; ma è pure un fatto che lo Stato ricorre al prestito ricevendo moneta creata dal nulla, nota questione che è inutile qui ricordare.
Ed allora, se i debiti verso i cittadini bisogna pagarli, quelli verso le banche no; qualificati come soggetti di pubblico interesse dalle leggi fasciste degli anni trenta, nella loro attività di raccolta del risparmio e di erogazione del credito e poi divenute, grazie a direttive europee degli anni settanta/ottanta, mere imprese con fini speculativi, gli istituti bancari hanno da venti/trent'anni a questa parte fatto i propri porci comodi e i propri sporchi interessi; hanno fatto quello che è stato loro concesso di fare, si potrebbe obiettare. Benissimo; ora però lo Stato faccia il suo, d'interesse, che è quello che la costituzione gli assegna o gli raccomanda, ossia controllare il credito e il risparmio (articolo 47 della costituzione) e nazionalizzare la fase d'emissione dell'euro (articolo 43 della costituzione: a fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale).
Si dirà: ma i debiti vanno pagati; balle, lo Stato può fare quello che vuole: creare leggi, abrogarle, dichiarare guerre, cannoneggiare altri territori, perdonare i malfattori, svuotare le tasche dei propri cittadini e addirittura dichiarare inesigibili certi crediti; tutte cose che gli Stati hanno sempre fatto e continuano - e continueranno - a fare.
Qualche esempio? Recentissimamente l'Islanda e, nel 2008, l'Ecuador. Asfissiato dal rimborso di prestiti che rappresentavano il cinquanta per cento del proprio bilancio, l'allora presidente Raphael Correa rifiutò di pagare il 40% del debito dichiarandolo illegittimo, costringendo così i creditori a rinunciare a gran parte delle loro pretese.
L'Ecuador entrava così per la terza volta in 14 anni in default ma non come risultato di una decisione subìta ma di un legittimo - in quanto sovrano - atto politico.
Così s'espresse il presidente ecuadoregno: "Ho dato l'ordine di non pagare gli interessi. Il paese è dunque in default su questo debito coll'estero. Noi sappiamo ciò che andiamo ad affrontare, dei veri e propri mostri che non esiteranno nel tentare di schiacciare il paese ma io non potevo più permettere che si continuasse a pagare un debito immorale ed illegittimo. In quanto presidente della Repubblica me ne assumo tutta la responsabilità".
Il 12 dicembre 2008, nello stesso giorno in cui questo discorso era pronunciato, 30,6 milioni di dollari d'interessi su titoli rimborsabili nel 2012 non venivano pagati; la stessa sorte subivano i debiti per successivi interessi venuti a maturazione.
I crediti bancari contestati ammontavano a 3,8 miliardi di dollari, ossia quasi il 40% del debito pubblico coll'estero, pari a 9,9 miliardi di dollari rappresentati principalmente da buoni del Tesoro, oggetto di transazione sui mercati finanziari e in particolare su quello di Wall Street.
Davanti alla determinazione di quel governo sudamericano i detentori di quei titoli cominciarono a svenderli fino al 20% del loro valore; il governo ecuadoregno riuscì a comprarne il 91%, riscattando quindi il proprio debito ad un costo di 900 milioni di dollari, con un conseguente risparmio di circa 7 miliardi di dollari.
E da questo rifiuto di pagare il debito non è certo seguito il caos, visto che il tasso di crescita dell'Ecuador è pari al 3-4 %.
Restiamo in attesa che i governi europei - in particolare di Grecia, Italia, Spagna, Portogallo e altri - si rendano conto che l'interesse dei popoli che governano è superiore a quello dei gruppi finanziari da cui sono taglieggiati da decenni e, dunque, facciano valere i rispettivi diritti con un atto di prepotente ma legittima sovranità.
Gli squilibri che oggi devastano la nostra tranquillità - familiare, imprenditoriale e dunque - sociale sono, in gran parte, il frutto di debiti contratti dagli stati per provvedere alle esigenze legate all'esercizio della propria sovranità: scuola, sicurezza, servizi sociali etc etc; una parte di questi debiti sono stati assunti nei confronti del circuito bancario; un'altra parte nei confronti di risparmiatori.
Non bisogna negare l'evidenza: una parte non trascurabile delle uscite dello stato italiano è puro spreco, clientela, inutile e greve burocrazia, assistenzialismo gabellato come spesa sociale.
E questo è un fatto; ma è pure un fatto che lo Stato ricorre al prestito ricevendo moneta creata dal nulla, nota questione che è inutile qui ricordare.
Ed allora, se i debiti verso i cittadini bisogna pagarli, quelli verso le banche no; qualificati come soggetti di pubblico interesse dalle leggi fasciste degli anni trenta, nella loro attività di raccolta del risparmio e di erogazione del credito e poi divenute, grazie a direttive europee degli anni settanta/ottanta, mere imprese con fini speculativi, gli istituti bancari hanno da venti/trent'anni a questa parte fatto i propri porci comodi e i propri sporchi interessi; hanno fatto quello che è stato loro concesso di fare, si potrebbe obiettare. Benissimo; ora però lo Stato faccia il suo, d'interesse, che è quello che la costituzione gli assegna o gli raccomanda, ossia controllare il credito e il risparmio (articolo 47 della costituzione) e nazionalizzare la fase d'emissione dell'euro (articolo 43 della costituzione: a fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale).
Si dirà: ma i debiti vanno pagati; balle, lo Stato può fare quello che vuole: creare leggi, abrogarle, dichiarare guerre, cannoneggiare altri territori, perdonare i malfattori, svuotare le tasche dei propri cittadini e addirittura dichiarare inesigibili certi crediti; tutte cose che gli Stati hanno sempre fatto e continuano - e continueranno - a fare.
Qualche esempio? Recentissimamente l'Islanda e, nel 2008, l'Ecuador. Asfissiato dal rimborso di prestiti che rappresentavano il cinquanta per cento del proprio bilancio, l'allora presidente Raphael Correa rifiutò di pagare il 40% del debito dichiarandolo illegittimo, costringendo così i creditori a rinunciare a gran parte delle loro pretese.
L'Ecuador entrava così per la terza volta in 14 anni in default ma non come risultato di una decisione subìta ma di un legittimo - in quanto sovrano - atto politico.
Così s'espresse il presidente ecuadoregno: "Ho dato l'ordine di non pagare gli interessi. Il paese è dunque in default su questo debito coll'estero. Noi sappiamo ciò che andiamo ad affrontare, dei veri e propri mostri che non esiteranno nel tentare di schiacciare il paese ma io non potevo più permettere che si continuasse a pagare un debito immorale ed illegittimo. In quanto presidente della Repubblica me ne assumo tutta la responsabilità".
Il 12 dicembre 2008, nello stesso giorno in cui questo discorso era pronunciato, 30,6 milioni di dollari d'interessi su titoli rimborsabili nel 2012 non venivano pagati; la stessa sorte subivano i debiti per successivi interessi venuti a maturazione.
I crediti bancari contestati ammontavano a 3,8 miliardi di dollari, ossia quasi il 40% del debito pubblico coll'estero, pari a 9,9 miliardi di dollari rappresentati principalmente da buoni del Tesoro, oggetto di transazione sui mercati finanziari e in particolare su quello di Wall Street.
Davanti alla determinazione di quel governo sudamericano i detentori di quei titoli cominciarono a svenderli fino al 20% del loro valore; il governo ecuadoregno riuscì a comprarne il 91%, riscattando quindi il proprio debito ad un costo di 900 milioni di dollari, con un conseguente risparmio di circa 7 miliardi di dollari.
E da questo rifiuto di pagare il debito non è certo seguito il caos, visto che il tasso di crescita dell'Ecuador è pari al 3-4 %.
Restiamo in attesa che i governi europei - in particolare di Grecia, Italia, Spagna, Portogallo e altri - si rendano conto che l'interesse dei popoli che governano è superiore a quello dei gruppi finanziari da cui sono taglieggiati da decenni e, dunque, facciano valere i rispettivi diritti con un atto di prepotente ma legittima sovranità.
mercoledì 26 ottobre 2011
PERONISMO / PERONISMI
La vittoria di Cristina Kirchner alle elezioni presidenziali e quella del suo raggruppamento (Frente para la Victoria) per il rinnovo parziale di camera e senato erano ampiamente scontate.
La percentuale ottenuta dalla "Presidenta" (54%) è seconda solo a quella raggiunta da Juan Domingo Peron nelle elezioni del 1951 quando il generale
raggiunse oltre il 62% dei consensi.
E' un errore però ravvisare nella politica di Cristina Kirchner una sorta di continuità rispetto all'originaria dottrina "justicialista".
Sotto la sigla del peronismo si sono succedute presidenze e politiche economiche profondamente diverse se non opposte: se Peron alla fine degli anni quaranta nazionalizzò le ferrovie, allora appartenenti a compagnie private britanniche (che coi loro costi di fatto azzeravano i ricavi degli imprenditori locali), il peronista Menem (sfiorò il 50% dei consensi in occasione della sua rielezione del 1994) colla sua politica liberista fatta di privatizzazioni e "dollarizzazione" dell'economia argentina (responsabile del default del 2001) è, a sua volta, lontano anni-luce dalle scelte popolari/populiste e spesso demagogiche della vedova Kirchner.
Alla quale va riconosciuto il merito di aver aiutato le classi medie e medio-basse a sopportare la perdita di valore del peso (che soffre di una svalutazione del 20% all'anno) attraverso una politica di abbassamento dei prezzi dei prodotti di prima necessità (gas, luce, acqua e trasporti costano agli argentini un sesto di quello che pagano i brasiliani o i cileni; ma ancora per quanto?). Però a questa encomiabile volontà di garantire con prezzi politici alcuni bisogni fondamentali, ciò che spiega il recentissimo plebiscito tributatole, non corrisponde una lungimiranza in altre fondamentali scelte economiche.
L'Argentina è per sua natura destinata ad essere un paese esportatore; con quaranta milioni d'abitanti, una superficie grande undici volte l'Italia e una ricchezza di prodotti, di qualunque genere, dai metalli all'allevamento ai frutti della terra, chi potrebbe pensare ad una economia chiusa al mercato internazionale? Juan Domingo Peron sostenne l'iniziativa privata e l'agricoltura incoraggiando il consumo; il governo attuale, accecato dai pregiudizi ideologici di alcuni ministri, vede nell'imprenditore (soprattutto quello agricolo) un nemico e pone incomprensibili e assurde limitazioni al commercio estero, in entrata e in uscita.
L'ubriacatura demo-progressista dell'attuale società argentina ha provocato un'altra vittima: la Giustizia. Tralasciando le voci, insistenti e soffocate, sull'arricchimento personale della famiglia presidenziale, il cui patrimonio risulta centuplicato da quando Nestor Kirchner fu eletto presidente nel 2003, e pure trascurando il sistema clientelare dell'attuale gruppo dirigente, va sottolineato che oggi marciscono nelle galere argentine un migliaio di militari, accusati di crimini legati alla lotta contro il terrorismo nel periodo 1976-1983, quando il regime militare assunse il potere.
Il primo governo Kirchner fece infatti abrogare la legge di amnistia che Menem prima e Duhalde poi concessero, gradualmente, sia ai militari sia ai terroristi; il perdono per tutti doveva favorire la riconciliazione nazionale ma l'annullamento della legge, disposto SOLAMENTE per i delitti dei militari, ha fatto riprecipitare l'Argentina in un clima gonfio di spirito di vendetta.
Un migliaio di persone - fra cui moltissime in età avanzata - aspettano da sette anni la conclusione dei loro processi, e dunque sono innocenti fino prova contraria; nel frattempo 140 di loro sono morte di vecchiaia o di malattia dietro le sbarre. Mentre per i terroristi che dal 1970 fino all'inizio degli anni ottanta si macchiarono di omicidi di poliziotti, di ufficiali dell'esercito, di soldati, di dirigenti politici e sindacali (quasi tutti peronisti !), di cittadini inermi, di mogli e figli di ufficiali, di sequestri ed estorsioni, d'attentati dinamitardi, per loro nessun processo, nessuna condanna, anzi la riabilitazione politica.
E non solo quella; indennizzi di 200.000 dollari per ciascuna persona riconosciuta "vittima del governo militare", con criteri di giudizio simili a quelli usati nel dopoguerra italiano per i riconoscimenti della "qualità" di partigiano; nessun indennizzo invece è stato mai destinato alle vittime degli attentati e della violenza terroristica. Desaparecidos pure loro.
L'umiliazione delle Forze Armate e la rivalutazione di vecchi rottami del terrorismo ideologico (e non solo ideologico) degli anni settanta/ottanta, oggi ben saldi in posizioni di potere, si accompagnano ad evidenti derive di stampo progressista: la legalizzazione del matrimonio omosessuale e l'imminente legalizzazione dell'aborto ne costituiscono segni inequivocabili.
Resta però un dato incontestabile: il "justicialismo" è l'anima dell'Argentina; l'eredità del peronismo, in verità più romantica e nostalgica che strettamente dottrinale, rimane la memoria storica della nazione ed il voto a Cristina Kirchner più che un riconoscimento delle sue capacità, rappresenta il pegno della nazione a quell'ideale che pulsa nel sangue della stragrande maggioranza degli argentini; ed è in questo stesso solco, paradossalmente, che dovranno operare le forze nazionali (sottorappresentate elettoralmente dal modesto risultato del candidato - anch'egli peronista ma "dissidente" - Duhalde) per opporsi con successo alle derive progressiste e vendicative del "Kirchnerismo".
La percentuale ottenuta dalla "Presidenta" (54%) è seconda solo a quella raggiunta da Juan Domingo Peron nelle elezioni del 1951 quando il generale
raggiunse oltre il 62% dei consensi.
E' un errore però ravvisare nella politica di Cristina Kirchner una sorta di continuità rispetto all'originaria dottrina "justicialista".
Sotto la sigla del peronismo si sono succedute presidenze e politiche economiche profondamente diverse se non opposte: se Peron alla fine degli anni quaranta nazionalizzò le ferrovie, allora appartenenti a compagnie private britanniche (che coi loro costi di fatto azzeravano i ricavi degli imprenditori locali), il peronista Menem (sfiorò il 50% dei consensi in occasione della sua rielezione del 1994) colla sua politica liberista fatta di privatizzazioni e "dollarizzazione" dell'economia argentina (responsabile del default del 2001) è, a sua volta, lontano anni-luce dalle scelte popolari/populiste e spesso demagogiche della vedova Kirchner.
Alla quale va riconosciuto il merito di aver aiutato le classi medie e medio-basse a sopportare la perdita di valore del peso (che soffre di una svalutazione del 20% all'anno) attraverso una politica di abbassamento dei prezzi dei prodotti di prima necessità (gas, luce, acqua e trasporti costano agli argentini un sesto di quello che pagano i brasiliani o i cileni; ma ancora per quanto?). Però a questa encomiabile volontà di garantire con prezzi politici alcuni bisogni fondamentali, ciò che spiega il recentissimo plebiscito tributatole, non corrisponde una lungimiranza in altre fondamentali scelte economiche.
L'Argentina è per sua natura destinata ad essere un paese esportatore; con quaranta milioni d'abitanti, una superficie grande undici volte l'Italia e una ricchezza di prodotti, di qualunque genere, dai metalli all'allevamento ai frutti della terra, chi potrebbe pensare ad una economia chiusa al mercato internazionale? Juan Domingo Peron sostenne l'iniziativa privata e l'agricoltura incoraggiando il consumo; il governo attuale, accecato dai pregiudizi ideologici di alcuni ministri, vede nell'imprenditore (soprattutto quello agricolo) un nemico e pone incomprensibili e assurde limitazioni al commercio estero, in entrata e in uscita.
L'ubriacatura demo-progressista dell'attuale società argentina ha provocato un'altra vittima: la Giustizia. Tralasciando le voci, insistenti e soffocate, sull'arricchimento personale della famiglia presidenziale, il cui patrimonio risulta centuplicato da quando Nestor Kirchner fu eletto presidente nel 2003, e pure trascurando il sistema clientelare dell'attuale gruppo dirigente, va sottolineato che oggi marciscono nelle galere argentine un migliaio di militari, accusati di crimini legati alla lotta contro il terrorismo nel periodo 1976-1983, quando il regime militare assunse il potere.
Il primo governo Kirchner fece infatti abrogare la legge di amnistia che Menem prima e Duhalde poi concessero, gradualmente, sia ai militari sia ai terroristi; il perdono per tutti doveva favorire la riconciliazione nazionale ma l'annullamento della legge, disposto SOLAMENTE per i delitti dei militari, ha fatto riprecipitare l'Argentina in un clima gonfio di spirito di vendetta.
Un migliaio di persone - fra cui moltissime in età avanzata - aspettano da sette anni la conclusione dei loro processi, e dunque sono innocenti fino prova contraria; nel frattempo 140 di loro sono morte di vecchiaia o di malattia dietro le sbarre. Mentre per i terroristi che dal 1970 fino all'inizio degli anni ottanta si macchiarono di omicidi di poliziotti, di ufficiali dell'esercito, di soldati, di dirigenti politici e sindacali (quasi tutti peronisti !), di cittadini inermi, di mogli e figli di ufficiali, di sequestri ed estorsioni, d'attentati dinamitardi, per loro nessun processo, nessuna condanna, anzi la riabilitazione politica.
E non solo quella; indennizzi di 200.000 dollari per ciascuna persona riconosciuta "vittima del governo militare", con criteri di giudizio simili a quelli usati nel dopoguerra italiano per i riconoscimenti della "qualità" di partigiano; nessun indennizzo invece è stato mai destinato alle vittime degli attentati e della violenza terroristica. Desaparecidos pure loro.
L'umiliazione delle Forze Armate e la rivalutazione di vecchi rottami del terrorismo ideologico (e non solo ideologico) degli anni settanta/ottanta, oggi ben saldi in posizioni di potere, si accompagnano ad evidenti derive di stampo progressista: la legalizzazione del matrimonio omosessuale e l'imminente legalizzazione dell'aborto ne costituiscono segni inequivocabili.
Resta però un dato incontestabile: il "justicialismo" è l'anima dell'Argentina; l'eredità del peronismo, in verità più romantica e nostalgica che strettamente dottrinale, rimane la memoria storica della nazione ed il voto a Cristina Kirchner più che un riconoscimento delle sue capacità, rappresenta il pegno della nazione a quell'ideale che pulsa nel sangue della stragrande maggioranza degli argentini; ed è in questo stesso solco, paradossalmente, che dovranno operare le forze nazionali (sottorappresentate elettoralmente dal modesto risultato del candidato - anch'egli peronista ma "dissidente" - Duhalde) per opporsi con successo alle derive progressiste e vendicative del "Kirchnerismo".
giovedì 6 ottobre 2011
MULTIPOLARITA' 1 — NATO 0
di Xavier Moreau
articolo apparso su www.realpolitik.tv
traduzione e diffusione autorizzate
Lo scacco della risoluzione occidentale contro la Siria rappresenta un nuovo duro colpo all’imperium americano.
Contrariamente a quanto accaduto con la Serbia nel 1999 e coll’Irak nel 2003, l'amministrazione americana non può persistere nella violazione dei limiti del diritto internazionale. L'impotente collera di Susan Rice (ambasciatrice degli Usa all'Onu) testimonia l'arretramento della posizione dell’ex-potenza mondiale sulla scena internazionale. Il ritornello moralizzatore, utilizzato dalla diplomazia americana in questi ultimi vent'anni, non commuove ormai che la stampa occidentale. Gli Stati Uniti di Barack Obama non sono più quelli di Bill Clinton, dove la pianificazione e l'esecuzione d’una epurazione etnica, come quella dei serbi di Krajina, potevano avvenire senza provocare la minima seria opposizione internazionale.
Gli Stati Uniti raccolgono oggi i frutti di vent'anni d’una politica estera cinica e controproducente. L'atteggiamento servile della stampa occidentale ha perduto la sua ragion d'essere visto che i popoli europei non le prestano più fiducia. Certamente, i regimi islamisti e islamo-mafiosi piazzati in Bosnia e in Kosovo, il sostegno ai terroristi nel Caucaso e ormai ai Fratelli Musulmani nei paesi arabi, non hanno scosso l'opinione pubblica dei paesi occidentali. Al contrario, per Cina e Russia, l’ « Islamerica» è una minaccia perfettamente tenuta in conto, non soltanto in politica estera ma ugualmente in politica interna.
La Russia, grazie a queste crisi arabe, ha fatto passare un messaggio chiaro. Che sosterrà sempre i suoi leali alleati. La Siria può oggi felicitarsi di non aver tenuto comportamenti ambigui nei confronti del suo potente alleato. Nel 2010, l’Iran aveva fatto le spese del suo avvicinamento con la Turchia e la Russia aveva lasciato allora agire il Consiglio di Sicurezza dell'ONU contro Téhéran. Per quanto riguarda Gheddafi, i suoi tentennamenti con l’Occidente ne avevano fatto un partner di dubbio affidamento agli occhi di Mosca. Proprio il Rais ha firmato la propria condanna, il giorno in cui ha voluto diventare alleato degli occidentali, come tutti quei « visionari » che furono lo Scià di Persia, il generale Noriega, Slobodan Milosevic, Saddam Hussein, Laurent Gbagbo…
I futuri potentati che saranno piazzati nei paesi conquistati dalla NATO faranno meglio ad avvicinarsi alla Russia, poichè come Moubarak o Ben Ali, sono tutti surrogabili, giudicabili e condannabili.
articolo apparso su www.realpolitik.tv
traduzione e diffusione autorizzate
Lo scacco della risoluzione occidentale contro la Siria rappresenta un nuovo duro colpo all’imperium americano.
Contrariamente a quanto accaduto con la Serbia nel 1999 e coll’Irak nel 2003, l'amministrazione americana non può persistere nella violazione dei limiti del diritto internazionale. L'impotente collera di Susan Rice (ambasciatrice degli Usa all'Onu) testimonia l'arretramento della posizione dell’ex-potenza mondiale sulla scena internazionale. Il ritornello moralizzatore, utilizzato dalla diplomazia americana in questi ultimi vent'anni, non commuove ormai che la stampa occidentale. Gli Stati Uniti di Barack Obama non sono più quelli di Bill Clinton, dove la pianificazione e l'esecuzione d’una epurazione etnica, come quella dei serbi di Krajina, potevano avvenire senza provocare la minima seria opposizione internazionale.
Gli Stati Uniti raccolgono oggi i frutti di vent'anni d’una politica estera cinica e controproducente. L'atteggiamento servile della stampa occidentale ha perduto la sua ragion d'essere visto che i popoli europei non le prestano più fiducia. Certamente, i regimi islamisti e islamo-mafiosi piazzati in Bosnia e in Kosovo, il sostegno ai terroristi nel Caucaso e ormai ai Fratelli Musulmani nei paesi arabi, non hanno scosso l'opinione pubblica dei paesi occidentali. Al contrario, per Cina e Russia, l’ « Islamerica» è una minaccia perfettamente tenuta in conto, non soltanto in politica estera ma ugualmente in politica interna.
La Russia, grazie a queste crisi arabe, ha fatto passare un messaggio chiaro. Che sosterrà sempre i suoi leali alleati. La Siria può oggi felicitarsi di non aver tenuto comportamenti ambigui nei confronti del suo potente alleato. Nel 2010, l’Iran aveva fatto le spese del suo avvicinamento con la Turchia e la Russia aveva lasciato allora agire il Consiglio di Sicurezza dell'ONU contro Téhéran. Per quanto riguarda Gheddafi, i suoi tentennamenti con l’Occidente ne avevano fatto un partner di dubbio affidamento agli occhi di Mosca. Proprio il Rais ha firmato la propria condanna, il giorno in cui ha voluto diventare alleato degli occidentali, come tutti quei « visionari » che furono lo Scià di Persia, il generale Noriega, Slobodan Milosevic, Saddam Hussein, Laurent Gbagbo…
I futuri potentati che saranno piazzati nei paesi conquistati dalla NATO faranno meglio ad avvicinarsi alla Russia, poichè come Moubarak o Ben Ali, sono tutti surrogabili, giudicabili e condannabili.
sabato 3 settembre 2011
LA LIBIA DI GHEDDAFI SOTTO LE BOMBE DELLA NATO
LA LIBIA DI GHEDDAFI SOTTO LE BOMBE DELLA NATO
(tratto da "Chronique du choc des civilisations" di Aymeric Chauprade, IIº edizione, Parigi 2011, traduzione e diffusione autorizzate)
IL REGIME DEL COLONNELLO GHEDDAFI ERA RIUSCITO A MANTENERE UNA CERTA UNITA' IN UN PAESE DI FATTO PROFONDAMENTE FRAMMENTATO. LA SOLLEVAZIONE DEI TERRITORI DELL'EST, NELLA PRIMAVERA DEL 2011, HA INIZIALMENTE UN CARATTERE TRIBALE. QUANTO ALL'INTERVENTO ARMATO DELLA NATO, NON E' SENZA RELAZIONE COLLE RICCHEZZE IN PETROLIO E IN GAS PRESENTI NEL SOTTOSUOLO E NELLE PROFONDITA' MARINE DELLA LIBIA.
Il 1º settembre 2009, il regime del colonnello Muhammar Gheddafi festeggia in grande pompa il suo 40º anniversario. Riabilitato dal 2007 da Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, il regime ha ufficialmente girato le spalle al terrorismo (esplosione di due aerei commerciali occidentali, sopra Lockerbie e sopra il deserto del Teneré, ma anche sostegno all'IRA e all'ETA basco negli anni settanta-ottanta) e alle armi di distruzione di massa.
Quel giorno a Tripoli, tra i numerosissimi invitati d'onore venuti dal mondo intero si ritrovano i presidenti dello Zimbabwe Mugabe e del Sudan Omar Hassan al Bashir, il capo più noto della pirateria somala, Mohammed Abdi Hasan Hayr, il premier italiano Silvio Berlusconi....
A metà febbraio 2011, l'onda d'urto conseguente all'affondamento dei regimi di Ben Ali in Tunisia e di Moubarak in Egitto provoca una nuova sollevazione delle province ribelli al governo di Tripoli.
La LIbia sprofonda rapidissimamente nella guerra civile e degli aspri combattimenti s'accendono tra le forze lealiste (Tripolitania all'ovest) e i ribelli di Bengasi (Cirenaica all'est).
Il 19 marzo 2011, mentre in Bahrein la polizia spara sui manifestanti sciiti già da più d'un mese, una coalizione condotta da Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna (che ha ottenuto un limitato mandato ad agire dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite - risoluzione 1973), lancia la sua offensiva in Libia.
L'intervento della NATO ha luogo in uno Stato la cui unità è fragile. La LIbia non è uno Stato-nazione; essa è costituita dalla somma di tre province (Tripolitania, Cirenaica, Fezzan) che si sono sempre opposte le une alle altre. L'unità del paese s'è costituita attraverso l'ideologia della rivoluzione di Gheddafi nel 1969 (la Jamahiriya), ma questa non ha mai annullato le logiche tribali e solo l'abilità del leader della rivoluzione ha saputo calmare gli antagonismi.
La geopolitica della Libia è innanzitutto quella delle 140 tribù (di fatto una trentina soltanto hanno un peso reale) che popolano le due province costiere tradizionalmente antagoniste, la Tripolitania e la Cirenaica (ossia l'essenziale della massa demografica del paese) e l'immensa provincia desertica del Fezzan.
La Cirenaica guarda verso l'Egitto (dove i ribelli hanno trovato dei sostegni) ed il Medioriente, mentre la Tripolitania è rivolta verso il Maghreb (ciò che spiega, oltre alla paura del contagio rivoluzionario, il discreto sostegno dell'Algeria al regime di Gheddafi). La Cirenaica è la culla dello Stato moderno della Libia, fondato da una monarchia uscita dall'ordine dei Senussi, una corrente sufi fondata nel 1842 ad Al-Baida, che pratica un islam rigorista e conservatore; questa corrente ha sempre rappresentato una forza politica sotterranea opposta agli aspetti modernizzatori e laicizzanti della rivoluzione gheddafiana. Ospita al suo interno le correnti dijhadiste più radicali del paese.
Gheddafi, membro della tribù tripolitana dei Kadhafa, rovescia il re Idris Iº nel 1969. Favorisce la sua tribù e tuttavia, questa non essendo numerosa, forma un'alleanza con le due altre grandi tribù dell'ovest del paese, i Warfallah (Tripolitania, un sesto della popolazione, ossia più d'un milione di libici) e i Magariha (Fezzan). Le altre tribù di Tripolitania, meno numerose e più distanti della confederazione tribale pro-Gheddafi, saranno regolarmente contaminate dallo spirito di sedizione.
Ma sono le tribù di Cirenaica che hanno costituito da sempre - e ben prima del 2011 - i bastioni della ribellione contro Tripoli; a cominciare dagli Zumaya, la più importante delle tribù libiche, protettrice d'importanti campi petroliferi (Sarir, Messla, Aquila). Alcune di queste tribù sono nel campo dell'islamismo radicale: i Misurata (all'est, assai presenti a Bengasi e a Darnah), gli Al-Awiqir (Al-Baida, città dei Senussi).
ARMI RIVENDUTE AI TERRORISTI
Il 20 febbraio 2011, quando Seif Al-Islam, uno dei figli di Gheddafi, paventa la prospettiva d'un bagno di sangue in un suo discorso trasmesso per televisione (e la cui presentazione, deformata dai media occidentali, servirà da pretesto all'asse Washington-Londra-Parigi per intervenire militarmente), egli prende di mira in realtà "l'emirato islamico di Al-Baida". Il potere libico non fa che agire esattamente come fa, nello stesso momento, il potere yemenita di Alì Abdallah Saleh, il quale pratica ugualmente la punizione collettiva delle tribù ribelli - una tradizione tribale e beduina.
Una spiegazione che i poteri occidentali si guardano bene dal mettere in luce, poiché essa vale ugualmente per l'insieme dei loro alleati del golfo arabo-persico !
La stessa disinformazione occidentale si diffonde a proposito dei pretesi mercenari neri di Gheddafi. Si tratta in effetti dei Toubous, una delle tribù turbolente della Libia che, come i Tuareg, vive in piccoli gruppi nelle difficili condizioni del deserto, vicino alle montagne del Tibesti. Si tratta dunque di libici e non di stranieri. Ed essi sono pagati, come quasi tutte le tribù che entrano nell'uno o nell'altro dei campi, poiché nella tradizione araba beduina la fedeltà la si compra coll'oro. Del pari, la geopolitica libica deve prendere in conto i Tuareg, berberi puri che non si sono mescolati alle popolazioni arabizzate delle coste e che praticano il nomadismo vicino alla frontiera algerina. I Tuareg hanno recuperato una parte delle armi razziate nei depositi di munizioni dell'esercito regolare e le rivendono a trafficanti e a terroristi (AQMI - Al Qaeda Maghreb Islamico) di ogni risma.
La realtà libica è dunque quella dello scoppio dell'equilibrio tribale che Gheddafi aveva saputo mantenere grazie alla manna petrolifera. Sono d'altronde gli interessi petroliferi, dissimulati (come in Afghanistan, in Iraq, nel Darfour...) dietro la maschera del dovere d'ingerenza democratica ed umanitaria, che spiegano ampiamente l'interventismo occidentale.
La rimozione dell'embargo nel 2003 e la corsa alle risorse energetiche del paese avevano fatto dimenticare al grande pubblico (ma non alle grandi compagnie petrolifere) il ruolo centrale di Gheddafi nel primo choc petrolifero del 1973 e le nazionalizzazioni ch'egli decise nel suo paese.
I nazionalismi petroliferi della Russia, dell'Iran, del Venezuela, dell'Ecuador e della Libia costituiscono effettivamente il nemico assoluto delle "majors" occidentali, oscurate sempre di più dalle grandi compagnie nazionali dei paesi produttori (Petrobras in Brasile, PDVSA in Venezuela, Rosneft e Gazprom in Russia...).
UN' ALTERNATIVA AL GAS RUSSO
Il petrolio libico è di ottima qualità e il suo costo d'estrazione è basso. E', così come il suo gas, geograficamente vicino all'Europa. La Libia rappresenta il 40% delle riserve di petrolio in Africa, il 3% delle riserve mondiali ed è il secondo produttore d'oro nero del continente, dietro la Nigeria e davanti all'Algeria.
Petrolio e gas costituiscono il 95% dei ricavi delle esportazioni della Libia, ossia, nel 2009, 30 miliardi di dollari derivati dal petrolio e 3.8 miliardi dal gas: al tempo stesso, lo Stato libico importa il 75% dei propri bisogni alimentari, ciò che costituisce una debolezza ancora maggiore.
Quanto al gas, esso è in ritardo sul petrolio in termini di sfruttamento. La Libia rappresenta un potenziale assai importante per l'Europa e, come l'Algeria, un serbatoio alternativo al gas russo (un terzo delle riserve mondiali). In questi ultimi tempi la Libia, come l'Algeria, si stava avvicinando a Mosca. L'Europa (gli Stati Uniti essendo autonomi quanto al gas) temeva forse una "Opec" del gas capace di strangolarla? Lo sfruttamento del gas costituisce una posta in gioco importantissima nei decenni a venire, poichè la metà delle riserve petrolifere continentali contengono del gas associato.
Il più grande progetto concernente il gas, nel mondo, è offshore, situato al largo di Ghadames, nel nord-ovest del paese (con un obiettivo di produzione di 10 giga metri cubi di gas all'anno; ndt 1 gm = 1 miliardo di metri cubi).
Ad ognuno degli elementi geopolitici antagonisti che sono la Tripolitania e la Cirenaica, corrisponde una zona di produzione d'idrocarburi (petrolio e gas). La Tripolitania estrae il petrolio dal campo Elefante, situato nel deserto dell'ovest (Fezzan) e l'invia a Tripoli ma vi è anche il campo gasifero di Wafa che utilizza il gasdotto Greenstream dalla frontiera algerina fino in Italia; una parte costituita da gas liquefatto alimenta la Spagna. Dai campi petroliferi della Cirenaica il grosso del petrolio libico parte verso la raffineria strategica di Ras Lanuf.
Sotto il regime di Gheddafi l' ENI (presente dal 1959, ossia dieci anni prima della presa del potere del rais) è divenuto l'attore straniero maggiore nel settore petrolifero e gasifero libico. L'Italia dipende d'altronde dalla sua ex colonia per il 24% del petrolio importato e per il 15% del gas importato, percentuali certamente considerevoli.
Una Libia governata dall'est (Bengasi) e non più dall'ovest (Tripoli) avvantaggerebbe gli inglesi del British Petrolium - BP ; questa compagnia nutre delle ambizioni fortissime in Libia, particolarmente nello sfruttamento delle profondità dell'offshore marino situato nel golfo della Sirte.
Dopo la catastrofe del golfo del Messico dell'aprile del 2010 che ha seriamente colpito le sue finanze, BP deve trovare urgentemente delle nuove riserve da sfruttare. Gheddafi, dopo quella catastrofe, aveva alzato le sue pretese per l'autorizzazione al trivellamento nel golfo della Sirte. BP e Total s'attendono molto da un nuovo regime costituito da uomini di fiducia di Londra e Parigi. Gli italiani, in compenso, avranno senza dubbio delle difficoltà a mantenere i propri interessi allo stesso livello del periodo del vecchio regime.
La Libia del dopo-Gheddafi è entrata in un clima di permanente guerra civile. Le potenze occidentali, che intendono riorganizzare il dato petrolifero e gasifero, si scontreranno a molti ostacoli per ritrovare la stabilità: in primo luogo, come in Iraq nel 2003, i depositi d'armi dell'esercito regolare sono stati razziati; la popolazione è armata ed è prevedibile un utilizzo massiccio ed indiscriminato di "IED" (ordigni esplosivi improvvisati). In secondo luogo l'equilibrio tribale è saltato e senza l'emergenza d'un uomo forte capace di ricostruirlo, appare prevedibile una guerra intertribale paragonabile a quella comunitaria dell'Iraq post Saddam Hussein .
In terzo luogo l'Algeria e l'Egitto, in maniera tra loro contrastante, cercheranno di giocare un ruolo nel dopo-Gheddafi.
UN BASTIONE DELL'ISLAMISMO RADICALE
Della caduta di Gheddafi e della divisione duratura del paese rischia di approfittare l'islam radicale. I djihadisti libici hanno partecipato per lungo tempo alle operazioni in Afghanistan (contro i russi), in Bosnia, in Cecenia, in Iraq. Dopo aver lasciato l'Afghanistan all'inizio degli anni novanta, molti djihadisti sono rientrati in patria creando un gruppo divenuto nel 1995 il "Gruppo libico di combattimento islamico" che conduce una guerriglia contro Gheddafi. Il 3 novembre 2007 un messaggio audio del numero 2 di Al-Qaeda, Ayman Al-Zawahiri, indicava che il gruppo s'era ufficialmente unito alla rete islamista. Al-Qaeda ha sempre potuto contare su un numero importante di libici al più alto livello, quali Abu Yahya Al-Libi, Anas Al-Libi, Abu Faraj Al-Libi (detenuto a Guantanamo) e Abu Laith Al-Libi, ucciso nel gennaio 2008 da un drone in Pakistan. Il peso della partecipazione libica nella lotta djihadista in Iraq è poi divenuto evidente quando, nel settembre 2007, gli americani hanno sequestrato degli schedari di Al-Qaeda in una casa della città irachena di Sinjar. Questi "Sinjar files" hanno rivelato, in primo luogo, che i libici costituivano la prima nazionalità tra i djihadisti stranieri in Iraq e, in secondo luogo, ch'essi venivano tutti da Darnah e da Bengasi (Libia orientale). Dopo l'Afghanistan (durante la guerra fredda), poi le guerre di Bosnia, del Kossovo e dell'Iraq, dopo il sostegno all'AKP in Turchia e ai Fratelli Musulmani nel mondo arabo, gli USA offrono in Libia un nuovo episodio della loro alleanza sotterranea con l'islam radicale.
(tratto da "Chronique du choc des civilisations" di Aymeric Chauprade, IIº edizione, Parigi 2011, traduzione e diffusione autorizzate)
IL REGIME DEL COLONNELLO GHEDDAFI ERA RIUSCITO A MANTENERE UNA CERTA UNITA' IN UN PAESE DI FATTO PROFONDAMENTE FRAMMENTATO. LA SOLLEVAZIONE DEI TERRITORI DELL'EST, NELLA PRIMAVERA DEL 2011, HA INIZIALMENTE UN CARATTERE TRIBALE. QUANTO ALL'INTERVENTO ARMATO DELLA NATO, NON E' SENZA RELAZIONE COLLE RICCHEZZE IN PETROLIO E IN GAS PRESENTI NEL SOTTOSUOLO E NELLE PROFONDITA' MARINE DELLA LIBIA.
Il 1º settembre 2009, il regime del colonnello Muhammar Gheddafi festeggia in grande pompa il suo 40º anniversario. Riabilitato dal 2007 da Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, il regime ha ufficialmente girato le spalle al terrorismo (esplosione di due aerei commerciali occidentali, sopra Lockerbie e sopra il deserto del Teneré, ma anche sostegno all'IRA e all'ETA basco negli anni settanta-ottanta) e alle armi di distruzione di massa.
Quel giorno a Tripoli, tra i numerosissimi invitati d'onore venuti dal mondo intero si ritrovano i presidenti dello Zimbabwe Mugabe e del Sudan Omar Hassan al Bashir, il capo più noto della pirateria somala, Mohammed Abdi Hasan Hayr, il premier italiano Silvio Berlusconi....
A metà febbraio 2011, l'onda d'urto conseguente all'affondamento dei regimi di Ben Ali in Tunisia e di Moubarak in Egitto provoca una nuova sollevazione delle province ribelli al governo di Tripoli.
La LIbia sprofonda rapidissimamente nella guerra civile e degli aspri combattimenti s'accendono tra le forze lealiste (Tripolitania all'ovest) e i ribelli di Bengasi (Cirenaica all'est).
Il 19 marzo 2011, mentre in Bahrein la polizia spara sui manifestanti sciiti già da più d'un mese, una coalizione condotta da Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna (che ha ottenuto un limitato mandato ad agire dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite - risoluzione 1973), lancia la sua offensiva in Libia.
L'intervento della NATO ha luogo in uno Stato la cui unità è fragile. La LIbia non è uno Stato-nazione; essa è costituita dalla somma di tre province (Tripolitania, Cirenaica, Fezzan) che si sono sempre opposte le une alle altre. L'unità del paese s'è costituita attraverso l'ideologia della rivoluzione di Gheddafi nel 1969 (la Jamahiriya), ma questa non ha mai annullato le logiche tribali e solo l'abilità del leader della rivoluzione ha saputo calmare gli antagonismi.
La geopolitica della Libia è innanzitutto quella delle 140 tribù (di fatto una trentina soltanto hanno un peso reale) che popolano le due province costiere tradizionalmente antagoniste, la Tripolitania e la Cirenaica (ossia l'essenziale della massa demografica del paese) e l'immensa provincia desertica del Fezzan.
La Cirenaica guarda verso l'Egitto (dove i ribelli hanno trovato dei sostegni) ed il Medioriente, mentre la Tripolitania è rivolta verso il Maghreb (ciò che spiega, oltre alla paura del contagio rivoluzionario, il discreto sostegno dell'Algeria al regime di Gheddafi). La Cirenaica è la culla dello Stato moderno della Libia, fondato da una monarchia uscita dall'ordine dei Senussi, una corrente sufi fondata nel 1842 ad Al-Baida, che pratica un islam rigorista e conservatore; questa corrente ha sempre rappresentato una forza politica sotterranea opposta agli aspetti modernizzatori e laicizzanti della rivoluzione gheddafiana. Ospita al suo interno le correnti dijhadiste più radicali del paese.
Gheddafi, membro della tribù tripolitana dei Kadhafa, rovescia il re Idris Iº nel 1969. Favorisce la sua tribù e tuttavia, questa non essendo numerosa, forma un'alleanza con le due altre grandi tribù dell'ovest del paese, i Warfallah (Tripolitania, un sesto della popolazione, ossia più d'un milione di libici) e i Magariha (Fezzan). Le altre tribù di Tripolitania, meno numerose e più distanti della confederazione tribale pro-Gheddafi, saranno regolarmente contaminate dallo spirito di sedizione.
Ma sono le tribù di Cirenaica che hanno costituito da sempre - e ben prima del 2011 - i bastioni della ribellione contro Tripoli; a cominciare dagli Zumaya, la più importante delle tribù libiche, protettrice d'importanti campi petroliferi (Sarir, Messla, Aquila). Alcune di queste tribù sono nel campo dell'islamismo radicale: i Misurata (all'est, assai presenti a Bengasi e a Darnah), gli Al-Awiqir (Al-Baida, città dei Senussi).
ARMI RIVENDUTE AI TERRORISTI
Il 20 febbraio 2011, quando Seif Al-Islam, uno dei figli di Gheddafi, paventa la prospettiva d'un bagno di sangue in un suo discorso trasmesso per televisione (e la cui presentazione, deformata dai media occidentali, servirà da pretesto all'asse Washington-Londra-Parigi per intervenire militarmente), egli prende di mira in realtà "l'emirato islamico di Al-Baida". Il potere libico non fa che agire esattamente come fa, nello stesso momento, il potere yemenita di Alì Abdallah Saleh, il quale pratica ugualmente la punizione collettiva delle tribù ribelli - una tradizione tribale e beduina.
Una spiegazione che i poteri occidentali si guardano bene dal mettere in luce, poiché essa vale ugualmente per l'insieme dei loro alleati del golfo arabo-persico !
La stessa disinformazione occidentale si diffonde a proposito dei pretesi mercenari neri di Gheddafi. Si tratta in effetti dei Toubous, una delle tribù turbolente della Libia che, come i Tuareg, vive in piccoli gruppi nelle difficili condizioni del deserto, vicino alle montagne del Tibesti. Si tratta dunque di libici e non di stranieri. Ed essi sono pagati, come quasi tutte le tribù che entrano nell'uno o nell'altro dei campi, poiché nella tradizione araba beduina la fedeltà la si compra coll'oro. Del pari, la geopolitica libica deve prendere in conto i Tuareg, berberi puri che non si sono mescolati alle popolazioni arabizzate delle coste e che praticano il nomadismo vicino alla frontiera algerina. I Tuareg hanno recuperato una parte delle armi razziate nei depositi di munizioni dell'esercito regolare e le rivendono a trafficanti e a terroristi (AQMI - Al Qaeda Maghreb Islamico) di ogni risma.
La realtà libica è dunque quella dello scoppio dell'equilibrio tribale che Gheddafi aveva saputo mantenere grazie alla manna petrolifera. Sono d'altronde gli interessi petroliferi, dissimulati (come in Afghanistan, in Iraq, nel Darfour...) dietro la maschera del dovere d'ingerenza democratica ed umanitaria, che spiegano ampiamente l'interventismo occidentale.
La rimozione dell'embargo nel 2003 e la corsa alle risorse energetiche del paese avevano fatto dimenticare al grande pubblico (ma non alle grandi compagnie petrolifere) il ruolo centrale di Gheddafi nel primo choc petrolifero del 1973 e le nazionalizzazioni ch'egli decise nel suo paese.
I nazionalismi petroliferi della Russia, dell'Iran, del Venezuela, dell'Ecuador e della Libia costituiscono effettivamente il nemico assoluto delle "majors" occidentali, oscurate sempre di più dalle grandi compagnie nazionali dei paesi produttori (Petrobras in Brasile, PDVSA in Venezuela, Rosneft e Gazprom in Russia...).
UN' ALTERNATIVA AL GAS RUSSO
Il petrolio libico è di ottima qualità e il suo costo d'estrazione è basso. E', così come il suo gas, geograficamente vicino all'Europa. La Libia rappresenta il 40% delle riserve di petrolio in Africa, il 3% delle riserve mondiali ed è il secondo produttore d'oro nero del continente, dietro la Nigeria e davanti all'Algeria.
Petrolio e gas costituiscono il 95% dei ricavi delle esportazioni della Libia, ossia, nel 2009, 30 miliardi di dollari derivati dal petrolio e 3.8 miliardi dal gas: al tempo stesso, lo Stato libico importa il 75% dei propri bisogni alimentari, ciò che costituisce una debolezza ancora maggiore.
Quanto al gas, esso è in ritardo sul petrolio in termini di sfruttamento. La Libia rappresenta un potenziale assai importante per l'Europa e, come l'Algeria, un serbatoio alternativo al gas russo (un terzo delle riserve mondiali). In questi ultimi tempi la Libia, come l'Algeria, si stava avvicinando a Mosca. L'Europa (gli Stati Uniti essendo autonomi quanto al gas) temeva forse una "Opec" del gas capace di strangolarla? Lo sfruttamento del gas costituisce una posta in gioco importantissima nei decenni a venire, poichè la metà delle riserve petrolifere continentali contengono del gas associato.
Il più grande progetto concernente il gas, nel mondo, è offshore, situato al largo di Ghadames, nel nord-ovest del paese (con un obiettivo di produzione di 10 giga metri cubi di gas all'anno; ndt 1 gm = 1 miliardo di metri cubi).
Ad ognuno degli elementi geopolitici antagonisti che sono la Tripolitania e la Cirenaica, corrisponde una zona di produzione d'idrocarburi (petrolio e gas). La Tripolitania estrae il petrolio dal campo Elefante, situato nel deserto dell'ovest (Fezzan) e l'invia a Tripoli ma vi è anche il campo gasifero di Wafa che utilizza il gasdotto Greenstream dalla frontiera algerina fino in Italia; una parte costituita da gas liquefatto alimenta la Spagna. Dai campi petroliferi della Cirenaica il grosso del petrolio libico parte verso la raffineria strategica di Ras Lanuf.
Sotto il regime di Gheddafi l' ENI (presente dal 1959, ossia dieci anni prima della presa del potere del rais) è divenuto l'attore straniero maggiore nel settore petrolifero e gasifero libico. L'Italia dipende d'altronde dalla sua ex colonia per il 24% del petrolio importato e per il 15% del gas importato, percentuali certamente considerevoli.
Una Libia governata dall'est (Bengasi) e non più dall'ovest (Tripoli) avvantaggerebbe gli inglesi del British Petrolium - BP ; questa compagnia nutre delle ambizioni fortissime in Libia, particolarmente nello sfruttamento delle profondità dell'offshore marino situato nel golfo della Sirte.
Dopo la catastrofe del golfo del Messico dell'aprile del 2010 che ha seriamente colpito le sue finanze, BP deve trovare urgentemente delle nuove riserve da sfruttare. Gheddafi, dopo quella catastrofe, aveva alzato le sue pretese per l'autorizzazione al trivellamento nel golfo della Sirte. BP e Total s'attendono molto da un nuovo regime costituito da uomini di fiducia di Londra e Parigi. Gli italiani, in compenso, avranno senza dubbio delle difficoltà a mantenere i propri interessi allo stesso livello del periodo del vecchio regime.
La Libia del dopo-Gheddafi è entrata in un clima di permanente guerra civile. Le potenze occidentali, che intendono riorganizzare il dato petrolifero e gasifero, si scontreranno a molti ostacoli per ritrovare la stabilità: in primo luogo, come in Iraq nel 2003, i depositi d'armi dell'esercito regolare sono stati razziati; la popolazione è armata ed è prevedibile un utilizzo massiccio ed indiscriminato di "IED" (ordigni esplosivi improvvisati). In secondo luogo l'equilibrio tribale è saltato e senza l'emergenza d'un uomo forte capace di ricostruirlo, appare prevedibile una guerra intertribale paragonabile a quella comunitaria dell'Iraq post Saddam Hussein .
In terzo luogo l'Algeria e l'Egitto, in maniera tra loro contrastante, cercheranno di giocare un ruolo nel dopo-Gheddafi.
UN BASTIONE DELL'ISLAMISMO RADICALE
Della caduta di Gheddafi e della divisione duratura del paese rischia di approfittare l'islam radicale. I djihadisti libici hanno partecipato per lungo tempo alle operazioni in Afghanistan (contro i russi), in Bosnia, in Cecenia, in Iraq. Dopo aver lasciato l'Afghanistan all'inizio degli anni novanta, molti djihadisti sono rientrati in patria creando un gruppo divenuto nel 1995 il "Gruppo libico di combattimento islamico" che conduce una guerriglia contro Gheddafi. Il 3 novembre 2007 un messaggio audio del numero 2 di Al-Qaeda, Ayman Al-Zawahiri, indicava che il gruppo s'era ufficialmente unito alla rete islamista. Al-Qaeda ha sempre potuto contare su un numero importante di libici al più alto livello, quali Abu Yahya Al-Libi, Anas Al-Libi, Abu Faraj Al-Libi (detenuto a Guantanamo) e Abu Laith Al-Libi, ucciso nel gennaio 2008 da un drone in Pakistan. Il peso della partecipazione libica nella lotta djihadista in Iraq è poi divenuto evidente quando, nel settembre 2007, gli americani hanno sequestrato degli schedari di Al-Qaeda in una casa della città irachena di Sinjar. Questi "Sinjar files" hanno rivelato, in primo luogo, che i libici costituivano la prima nazionalità tra i djihadisti stranieri in Iraq e, in secondo luogo, ch'essi venivano tutti da Darnah e da Bengasi (Libia orientale). Dopo l'Afghanistan (durante la guerra fredda), poi le guerre di Bosnia, del Kossovo e dell'Iraq, dopo il sostegno all'AKP in Turchia e ai Fratelli Musulmani nel mondo arabo, gli USA offrono in Libia un nuovo episodio della loro alleanza sotterranea con l'islam radicale.
domenica 20 marzo 2011
EUROPA CALANTE LUNA CRESCENTE
Fino a che punto debbono o non debbono riguardarci - a noi italiani e all'Europa a cui bene o male apparteniamo, per ragioni storiche, etniche e geopolitiche ben precedenti il sorgere della dittatura burocratica di Maastricht, Lisbona e Bruxelles - gli scontri tra i briganti libici, pro e anti Gheddafi?
Basterebbe osservare la cartina geografica per capire che la cosa ci concerne assai e non solo perché la Libia ci fornisce petrolio ed è una porta d'accesso dell'immigrazione africana ma perché la storia sta ridisegnando il bacino del Mediterraneo come punto nevralgico dei futuri equilibri mondiali.
Iniziato il suo declino colle scoperte dei nuovi mondi e spostandosi il baricentro degli interessi economici sempre più a occidente colle potenze europee che mantenevano peró per lungo tempo la barra del timone saldamente nelle proprie mani, la conseguente atlantizzazione dei commerci contribuì in maniera determinante alla perdita d'influenza dell'impero turco e alla sua progressiva marginalizzazione economica, politica e militare, culminata col suo smembramento, ultimo capitolo di quel processo di decadenza; e con esso alla perdita di vitalitá dell'islamismo, inteso come volontá di potenza espressa dagli stati o dalle nazioni seguaci di Maometto, che proprio nella politica espansionistica della Turchia aveva trovato la più compiuta espressione.
Ogni analisi dev'essere condotta "frigido pacatoque animo"; lasciamo dunque da parte pregiudizi, propensioni ideologiche, rancori, simpatie.
Gheddafi è un mascalzone che ha umiliato l'Italia - che a sua volta gliel'ha però permesso - depredando decine di migliaia di nostri connazionali e Tripoli, lui consenziente, ha rappresentato per vent'anni un canale del terrorismo internazionale; tali non indifferenti precedenti storici ci debbono servire peró non già come cieche ragioni di rivincita ma al più come metro di giudizio, per valutare la psicologia e dunque le possibili reazioni del satrapo libico.
Al tempo stesso evitiamo però di cadere nella tentazione opposta, come fanno coloro che, vedendo in lui il difensore del proprio popolo e dei suoi interessi nazionali, si schierano ideologicamente e a priori contro ogni suo avversario.
E chiediamoci piuttosto se queste profonde turbolenze del mondo musulmano
- unite ad un riposizionamento d'una Turchia sempre meno filooccidentale, sempre meno "laica" e incamminata, dopo la parentesi kemalista, ad una reislamizzazione della propria società - non rappresentino il sintomo preoccupante d'un forte risveglio islamista o quantomeno possano fungerne da detonatore; giá stuzzicato dalla brutale e banditesca condotta dello stato sionista e dalla miope politica mediorientale degli Stati Uniti oltre che dalla filantropica apatia dell'Europa il risveglio del sogno islamico appare oggi favorito dall'accresciuta importanza del Mediterraneo liberatosi dalla morsa del bipolarismo della guerra fredda; qui s'incrociano infatti interessi europei, islamo-islamistici, usa-sionistici e anche russi, questi ultimi attraverso le basi militari in quella propaggine mediterranea che è il mar Nero a cui s'affaccia un'Eurasia caucasica cartina di tornasole dei rapporti di forza tra Washington e Mosca.
Il confine marittimo che separa il sud dell'Europa dal Magreb sta ribollendo, esattamente come tanti secoli fa e il fuoco che lo sta riscaldando è alimentato non solo dal petrolio ma anche da un mai domato ardore islamistico, d'espansione e di rivincita; senza contare che già un islam è presente in Europa (Bosnia, Albania e il banditesco regime del Kossovo), sia pur ridotto a far da bagascia degli interessi statunitensi.
Questo occorreva forse mettere in conto nel momento in cui ci si preparava ad intervenire; chiedersi se Gheddafi fosse o no il male minore e/o quali garanzie potesse fornire il partito avversario ai sia pur variegati interessi degli stati europei.
Occorrerebbe però sfilarsi le lenti, deformanti, della democrazia e dei diritti dell'uomo, che nelle relazioni internazionali - e men che meno nello scenario
libico - non contano un bel nulla e che infatti nessuno degli attori mondiali (Cina e Russia in primis) a differenza dell'Europa (che però è una debole comparsa) si sogna mai d'inforcare (gli Usa sì ma utilizzano lenti truccate) e guardare in faccia la realtá, che ci rivela cose piuttosto evidenti: primo, che l'islam, testa di ponte dell'islamismo, è già profondamente penetrato nei nostri territori e si sta riaffacciando sulla scena scaraventando sulla bilancia la propria forza demografica, una notevole aggressivitá spesso associata al fanatismo e, last but non least, la propria volontà di rivalsa.
Secondo, che in questa contrapposizione geopolitica gli Stati Uniti giocano un doppio gioco: da un lato guida e punta di lancia dell' "occidente" nella lotta al terrorismo internazionale, ruolo che permette a Washington di dettare bersagli e strategie ai suoi soci di minoranza e,dall'altro, alleato dell'islamismo sia in funzione anti-russa sia in funzione d'indebolimento del nostro continente sia in funzione di boicottaggio d'un possibile avvicinamento Mosca-Europa (Bosnia, Kosovo, Cecenia, pressioni su Bruxelles per l'entrata della Turchia in Europa).
E' per questo che l'operazione anti-Gheddafi sembra nascere sotto cattivi auspici: il dissenso tra le due maggiori potenze continentali, che sottolinea l'inesistenza dell'Europa come polo geopolitico, la presenza di Gran Bretagna e, soprattutto l'appoggio statunitense, finiranno per giovare principalmente al polo anglosassone e alla strategia statunitense di controllo delle fonti energetiche, il tutto ancora una volta mascherato da pretese umanitarie e cioè il soccorso alle popolazioni ribelli; e chissà se l'affannoso sgomitare italiano alla ricerca d'un ruolo di primo piano nell'operazione militare in corso potrà garantirci un domani il mantenimento dell'attuale approvvigionamento di petrolio libico.
E se riuscirà anche ad evitare quella apocalittica invasione - già profeticamente annunciata da Jean Raspail nel "Campo dei Santi" - che oggi non appare più come uno spettro lontano ma giá si mostra con reali ed angoscianti avvisaglie, segno premonitore della pesante recrudescenza d'uno scontro civilizzazionale
già ri-avviato e che rispetto a settecento anni fa ha solo cambiato tecniche di combattimento.
Ed i lampedusani se ne stanno accorgendo a proprie spese; abbandonati da uno Stato italiano incapace anche solo di biascicare la parola "no" poichè in coma irreversibile e da un'Europa ancora alla desolante ricerca di sé stessa, la loro coraggiosa reazione dimostra tuttavia che l'elettrocardiogramma della nazione non è ancora del tutto piatto.
Basterebbe osservare la cartina geografica per capire che la cosa ci concerne assai e non solo perché la Libia ci fornisce petrolio ed è una porta d'accesso dell'immigrazione africana ma perché la storia sta ridisegnando il bacino del Mediterraneo come punto nevralgico dei futuri equilibri mondiali.
Iniziato il suo declino colle scoperte dei nuovi mondi e spostandosi il baricentro degli interessi economici sempre più a occidente colle potenze europee che mantenevano peró per lungo tempo la barra del timone saldamente nelle proprie mani, la conseguente atlantizzazione dei commerci contribuì in maniera determinante alla perdita d'influenza dell'impero turco e alla sua progressiva marginalizzazione economica, politica e militare, culminata col suo smembramento, ultimo capitolo di quel processo di decadenza; e con esso alla perdita di vitalitá dell'islamismo, inteso come volontá di potenza espressa dagli stati o dalle nazioni seguaci di Maometto, che proprio nella politica espansionistica della Turchia aveva trovato la più compiuta espressione.
Ogni analisi dev'essere condotta "frigido pacatoque animo"; lasciamo dunque da parte pregiudizi, propensioni ideologiche, rancori, simpatie.
Gheddafi è un mascalzone che ha umiliato l'Italia - che a sua volta gliel'ha però permesso - depredando decine di migliaia di nostri connazionali e Tripoli, lui consenziente, ha rappresentato per vent'anni un canale del terrorismo internazionale; tali non indifferenti precedenti storici ci debbono servire peró non già come cieche ragioni di rivincita ma al più come metro di giudizio, per valutare la psicologia e dunque le possibili reazioni del satrapo libico.
Al tempo stesso evitiamo però di cadere nella tentazione opposta, come fanno coloro che, vedendo in lui il difensore del proprio popolo e dei suoi interessi nazionali, si schierano ideologicamente e a priori contro ogni suo avversario.
E chiediamoci piuttosto se queste profonde turbolenze del mondo musulmano
- unite ad un riposizionamento d'una Turchia sempre meno filooccidentale, sempre meno "laica" e incamminata, dopo la parentesi kemalista, ad una reislamizzazione della propria società - non rappresentino il sintomo preoccupante d'un forte risveglio islamista o quantomeno possano fungerne da detonatore; giá stuzzicato dalla brutale e banditesca condotta dello stato sionista e dalla miope politica mediorientale degli Stati Uniti oltre che dalla filantropica apatia dell'Europa il risveglio del sogno islamico appare oggi favorito dall'accresciuta importanza del Mediterraneo liberatosi dalla morsa del bipolarismo della guerra fredda; qui s'incrociano infatti interessi europei, islamo-islamistici, usa-sionistici e anche russi, questi ultimi attraverso le basi militari in quella propaggine mediterranea che è il mar Nero a cui s'affaccia un'Eurasia caucasica cartina di tornasole dei rapporti di forza tra Washington e Mosca.
Il confine marittimo che separa il sud dell'Europa dal Magreb sta ribollendo, esattamente come tanti secoli fa e il fuoco che lo sta riscaldando è alimentato non solo dal petrolio ma anche da un mai domato ardore islamistico, d'espansione e di rivincita; senza contare che già un islam è presente in Europa (Bosnia, Albania e il banditesco regime del Kossovo), sia pur ridotto a far da bagascia degli interessi statunitensi.
Questo occorreva forse mettere in conto nel momento in cui ci si preparava ad intervenire; chiedersi se Gheddafi fosse o no il male minore e/o quali garanzie potesse fornire il partito avversario ai sia pur variegati interessi degli stati europei.
Occorrerebbe però sfilarsi le lenti, deformanti, della democrazia e dei diritti dell'uomo, che nelle relazioni internazionali - e men che meno nello scenario
libico - non contano un bel nulla e che infatti nessuno degli attori mondiali (Cina e Russia in primis) a differenza dell'Europa (che però è una debole comparsa) si sogna mai d'inforcare (gli Usa sì ma utilizzano lenti truccate) e guardare in faccia la realtá, che ci rivela cose piuttosto evidenti: primo, che l'islam, testa di ponte dell'islamismo, è già profondamente penetrato nei nostri territori e si sta riaffacciando sulla scena scaraventando sulla bilancia la propria forza demografica, una notevole aggressivitá spesso associata al fanatismo e, last but non least, la propria volontà di rivalsa.
Secondo, che in questa contrapposizione geopolitica gli Stati Uniti giocano un doppio gioco: da un lato guida e punta di lancia dell' "occidente" nella lotta al terrorismo internazionale, ruolo che permette a Washington di dettare bersagli e strategie ai suoi soci di minoranza e,dall'altro, alleato dell'islamismo sia in funzione anti-russa sia in funzione d'indebolimento del nostro continente sia in funzione di boicottaggio d'un possibile avvicinamento Mosca-Europa (Bosnia, Kosovo, Cecenia, pressioni su Bruxelles per l'entrata della Turchia in Europa).
E' per questo che l'operazione anti-Gheddafi sembra nascere sotto cattivi auspici: il dissenso tra le due maggiori potenze continentali, che sottolinea l'inesistenza dell'Europa come polo geopolitico, la presenza di Gran Bretagna e, soprattutto l'appoggio statunitense, finiranno per giovare principalmente al polo anglosassone e alla strategia statunitense di controllo delle fonti energetiche, il tutto ancora una volta mascherato da pretese umanitarie e cioè il soccorso alle popolazioni ribelli; e chissà se l'affannoso sgomitare italiano alla ricerca d'un ruolo di primo piano nell'operazione militare in corso potrà garantirci un domani il mantenimento dell'attuale approvvigionamento di petrolio libico.
E se riuscirà anche ad evitare quella apocalittica invasione - già profeticamente annunciata da Jean Raspail nel "Campo dei Santi" - che oggi non appare più come uno spettro lontano ma giá si mostra con reali ed angoscianti avvisaglie, segno premonitore della pesante recrudescenza d'uno scontro civilizzazionale
già ri-avviato e che rispetto a settecento anni fa ha solo cambiato tecniche di combattimento.
Ed i lampedusani se ne stanno accorgendo a proprie spese; abbandonati da uno Stato italiano incapace anche solo di biascicare la parola "no" poichè in coma irreversibile e da un'Europa ancora alla desolante ricerca di sé stessa, la loro coraggiosa reazione dimostra tuttavia che l'elettrocardiogramma della nazione non è ancora del tutto piatto.
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