Una volta si chiamava "ragion di Stato", quella che legittimava coloro che governavano, amministravano giustizia o erano incaricati di pubbliche faccende a coprire scandali e magagne magari adottando decisioni ingiuste in nome d'una più alta esigenza, quella di difendere gl'interessi dello Stato, compresa anche la reputazione di fronte ai suoi cittadini ed al cospetto delle altre nazioni.
Difficile sarebbe oggi ammettere che una simile necessità possa ancora invocarsi e ciò per l'ottima ed esaustiva ragione che lo Stato non esiste più ed il suo posto è occupato da una specie di entità informe che di reputazione non possiede neppure un milligrammo.
Chiamerebbesi Stato quella cosa costruita per dar regole alla comunità di persone che si trovano all'interno del suo territorio, perciò sottoposte alla sua tutela ed alla sua autorità, destinata a pretendere il rispetto delle leggi in cambio dell'erogazione di decenti servizi e della protezione dei più deboli; a ciò si dovrebbe aggiungere il non trascurabile dovere per chi è chiamato ad amministrare di farlo per il bene comune, senza clientele e con sano disinteresse e, last but non least, con capacità.
Ditemi voi se ciò che oggi sentiamo chiamarsi "istituzioni", "governo", "classe politica", assomiglia pur vagamente ad un lontanissimo parente di quella cosa che, in ragione delle funzioni che è chiamata ad assolvere, ho sommariamente descritto.
Un caso come quello di "Ruby", in tempi seri e con istituzioni politiche, giudiziarie e amministrative degne di questo nome, sarebbe stato subito soffocato - e non senza ragione - fin dal suo nascere.
L'avviso di garanzia inviato dalla Procura milanese a Berlusconi dimostra invece
che questo "Stato", pardon questa entità informe e gelatinosa, è arrivata al capolinea.
E con essa vi sono arrivati a braccetto, tutti insieme, gli scollati segmenti dello "Stato" - governo, parlamento e magistratura.
Il primo, dove si respira un clima da bunker - ma senza veri sovietici in grado di dargli l'assalto da fuori - circondato solo dal vuoto della propria inutilità è ormai preda delle follie senili di Berlusconi; il secondo, ridottosi ad un mercato di vacche ha l'opposizione più ridicola e penosa che sia mai comparsa in tutta la storia democratica d'occidente, tanto inetta da non riuscire neppure a sconfiggere una maggioranza allo stremo delle forze; la terza è da lungo tempo divenuta un luogo di scontri politici ed una corporazione impermeabile a qualsiasi sana riforma; precipitata in efficienza e competenza e composta da una classe di magistrati che - nè più nè meno di Berlusconi, sia chiaro - godono d'una impunità che non ha riscontri in nessun'altra giurisdizione del mondo civile.
Non illudiamoci quindi che scaricando Berlusconi e i suoi da questo capolinea si possa ripartire; bisogna rottamare l'autobus, i guidatori titolari e quelli di scorta, i meccanici e cambiare anche percorso e stazioni di rifornimento.
Non pensiate quindi che la magistratura abbia compiuto un gesto eroico; ha coperto e insabbiato ben di peggio e quel che fa obbedisce ad interessi politici esattamente come fece - e proprio la Procura milanese - vent'anni fa ai tempi di "mani pulite", per servire interessi d'oltreatlantico e d'oltremanica.
Per ora accontentiamoci quindi di assistere all'autofagia di queste istituzioni le cui oscenità nessuna "ragione di Stato" può più coprire.
Assistiamo a questo spettacolo con lo stesso spirito sportivo con cui, durante le cinque giornate di Milano, come narra un antico aneddoto, un vecchio nobile meneghino affacciato alla finestra si godeva le sparatorie; urlando entusiasta ogni volta che vedeva, indifferentemente, un insorto o un austriaco raggiunto da una fucilata: "Bel colpo!".
venerdì 14 gennaio 2011
martedì 11 gennaio 2011
DELITTO E CASTIGO
E' notizia di qualche giorno che un ex deputato inglese, David Chaytor, è stato condannato da un tribunale di Sua Maestà a diciotto mesi di carcere, senza condizionale, per aver richiesto ed ottenuto dalle casse statali un rimborso per il pagamento dell'affitto d'un appartamento necessario alla sua attività parlamentare.
Era però risultato che l'affittuario dell'immobile altri non era che la figlia di Chaytor. Pentitosi del gesto, non si è ripresentato alle elezioni ed ha firmato un assegno pari alla cifra illecitamente percepita con l'aggiunta degli interessi(19.327 sterline a fronte d'una frode pari a 18.350 sterline).
Tutto ciò non gli ha però evitato il carcere le cui porte si sono aperte immediatamente dopo la sentenza di condanna di primo grado.
Ha scritto il giudice, a motivazione della sua pronuncia "Lo scandalo delle spese ha fatto traballare la fiducia nel legislatore e quando un pubblico ufficiale è colpevole di offese del genere è necessario che seguano sanzioni penali così che le persone si rendano conto di quanto sia importante essere onesti nel trattare i fondi pubblici".
Lo scandalo delle "spese gonfiate" risale al 2009 e fu rivelato dal Daily Telegraph; ciò provocò dimissioni di parlamentari e di membri del gabinetto governativo ma, alla fine, pare che sarà solo David Chaytor a pagare per tutti.
Ma cosa sarebbe accaduto in Italia?
Proviamo ad indovinare.
1) Almeno tre procure si sarebnbero scannate per aggiudicarsi la titolarità dell'inchiesta;
2) il parlamentare inquisito non si sarebbe dimesso;
3) il parlamento non avrebbe accolto l'eventuale richiesta d'autorizzazione all'arresto;
4) il parlamentare avrebbe incassato la solidarietà della sua parte politica convinta che si tratti d'una manovra volta a screditarla e, proprio per non accontentare le "speculazioni", il parlamentare si sarebbe ripresentato trionfalmente alle successive elezioni, dove si sarebbe visto riconfermare il mandato;
5) il processo sarebbe finito nove anni dopo, dopo i tre interminabili gradi di giudizio, o con una sentenza di non luogo a procedere per intervenuta prescrizione del reato o con una condanna sospesa condizionalmente; in soldoni, neppure un'ora di galera.
La riprova?
A Bologna, proprio un anno fa di questi tempi il neosindaco Flavio Delbono era accusato, prove documentali alla mano, d'aver addebitato all'ente Regione, di cui fino a pochi anni addietro era stato vicepresidente, le spese di viaggio e di soggiorno (pari a poco più di ventimila euro) della sua amante-segretaria che lo accompagnava nelle sue "missioni" istituzionali all'estero (dove il nostro, invece di partecipare ai lavori se ne andava in spiaggia colla sua bella).
Delbono non poteva godere dell'immunuità parlamentare e, dunque, anche per il risalto locale che la vicenda aveva assunto, dopo uno scandaloso tentativo d'insabbiamento da parte del procuratore della repubblica aggiunto (che in tempi passati non aveva risparmiato arresti preventivi a militanti del msi, sulla base di teoremi fantasiosi poi dimostratisi fasulli: il dott.Persico)partiva un'istruttoria serrata che portava poi all'incriminazione.
Delbono, accusato di peculato e truffa, dopo aver risarcito la Regione del danno patito, ha chiesto di poter patteggiare la pena e, in accordo col pubblico ministero che ha dato il proprio assenso, ha indicato in un anno, sette mesi e dieci giorni la condanna che accetta di vedersi infliggere.
Evidenti sono le analogie tra le due situazioni: distrazione di fondi pubblici per uguali importi, risarcimento del danno provocato e condanna ad una pena assai vicina nel suo ammontare (diciotto mesi l'uno, diciannove l'altro).
Ma c'è una sostanziale differenza: Chaytor è entrato immediatamente in carcere mentre Delbono non solo ha ottenuto la sospensione condizionale della pena ma, grazie al fatto che essa è inferiore ai tre anni, potrà riprendere ad insegnare all'Università di Bologna.
Non sono un forcaiolo e non mi fa piacere augurare pene e sanzioni a nessuno ma è mai possibile che chi si è reso responsabile di atti d'appropriazione di fondi pubblici possa continuare a svolgere un ruolo istituzionale - esecutivo, impiegatizio od intellettuale che sia ?
In Italia sì, è possibile.
Pensate che tutto questo nulla abbia a che fare colla crisi profonda che attraversiamo? Pensate che il degrado, economico, politico, sociale, di civismo e d'educazione sia indipendente da quel clima d'impunità che da anni si respira nel paese?
Impunità che, dobbiamo ammetterlo, è veramente trasversale perchè, casi eclatanti a parte, coinvolge tutti i livelli: dai reati più piccoli di volgare delinquenza comune a quelli più raffinati.
E che dimostra, semmai ve ne fosse ancora bisogno, che queste istituzioni rappresentano ancora un "potere", capace quando serve i loro interessi di esercitarsi fino al sopruso, ma hanno perduto ogni senso di "autorità".
Era però risultato che l'affittuario dell'immobile altri non era che la figlia di Chaytor. Pentitosi del gesto, non si è ripresentato alle elezioni ed ha firmato un assegno pari alla cifra illecitamente percepita con l'aggiunta degli interessi(19.327 sterline a fronte d'una frode pari a 18.350 sterline).
Tutto ciò non gli ha però evitato il carcere le cui porte si sono aperte immediatamente dopo la sentenza di condanna di primo grado.
Ha scritto il giudice, a motivazione della sua pronuncia "Lo scandalo delle spese ha fatto traballare la fiducia nel legislatore e quando un pubblico ufficiale è colpevole di offese del genere è necessario che seguano sanzioni penali così che le persone si rendano conto di quanto sia importante essere onesti nel trattare i fondi pubblici".
Lo scandalo delle "spese gonfiate" risale al 2009 e fu rivelato dal Daily Telegraph; ciò provocò dimissioni di parlamentari e di membri del gabinetto governativo ma, alla fine, pare che sarà solo David Chaytor a pagare per tutti.
Ma cosa sarebbe accaduto in Italia?
Proviamo ad indovinare.
1) Almeno tre procure si sarebnbero scannate per aggiudicarsi la titolarità dell'inchiesta;
2) il parlamentare inquisito non si sarebbe dimesso;
3) il parlamento non avrebbe accolto l'eventuale richiesta d'autorizzazione all'arresto;
4) il parlamentare avrebbe incassato la solidarietà della sua parte politica convinta che si tratti d'una manovra volta a screditarla e, proprio per non accontentare le "speculazioni", il parlamentare si sarebbe ripresentato trionfalmente alle successive elezioni, dove si sarebbe visto riconfermare il mandato;
5) il processo sarebbe finito nove anni dopo, dopo i tre interminabili gradi di giudizio, o con una sentenza di non luogo a procedere per intervenuta prescrizione del reato o con una condanna sospesa condizionalmente; in soldoni, neppure un'ora di galera.
La riprova?
A Bologna, proprio un anno fa di questi tempi il neosindaco Flavio Delbono era accusato, prove documentali alla mano, d'aver addebitato all'ente Regione, di cui fino a pochi anni addietro era stato vicepresidente, le spese di viaggio e di soggiorno (pari a poco più di ventimila euro) della sua amante-segretaria che lo accompagnava nelle sue "missioni" istituzionali all'estero (dove il nostro, invece di partecipare ai lavori se ne andava in spiaggia colla sua bella).
Delbono non poteva godere dell'immunuità parlamentare e, dunque, anche per il risalto locale che la vicenda aveva assunto, dopo uno scandaloso tentativo d'insabbiamento da parte del procuratore della repubblica aggiunto (che in tempi passati non aveva risparmiato arresti preventivi a militanti del msi, sulla base di teoremi fantasiosi poi dimostratisi fasulli: il dott.Persico)partiva un'istruttoria serrata che portava poi all'incriminazione.
Delbono, accusato di peculato e truffa, dopo aver risarcito la Regione del danno patito, ha chiesto di poter patteggiare la pena e, in accordo col pubblico ministero che ha dato il proprio assenso, ha indicato in un anno, sette mesi e dieci giorni la condanna che accetta di vedersi infliggere.
Evidenti sono le analogie tra le due situazioni: distrazione di fondi pubblici per uguali importi, risarcimento del danno provocato e condanna ad una pena assai vicina nel suo ammontare (diciotto mesi l'uno, diciannove l'altro).
Ma c'è una sostanziale differenza: Chaytor è entrato immediatamente in carcere mentre Delbono non solo ha ottenuto la sospensione condizionale della pena ma, grazie al fatto che essa è inferiore ai tre anni, potrà riprendere ad insegnare all'Università di Bologna.
Non sono un forcaiolo e non mi fa piacere augurare pene e sanzioni a nessuno ma è mai possibile che chi si è reso responsabile di atti d'appropriazione di fondi pubblici possa continuare a svolgere un ruolo istituzionale - esecutivo, impiegatizio od intellettuale che sia ?
In Italia sì, è possibile.
Pensate che tutto questo nulla abbia a che fare colla crisi profonda che attraversiamo? Pensate che il degrado, economico, politico, sociale, di civismo e d'educazione sia indipendente da quel clima d'impunità che da anni si respira nel paese?
Impunità che, dobbiamo ammetterlo, è veramente trasversale perchè, casi eclatanti a parte, coinvolge tutti i livelli: dai reati più piccoli di volgare delinquenza comune a quelli più raffinati.
E che dimostra, semmai ve ne fosse ancora bisogno, che queste istituzioni rappresentano ancora un "potere", capace quando serve i loro interessi di esercitarsi fino al sopruso, ma hanno perduto ogni senso di "autorità".
mercoledì 5 gennaio 2011
MA ANCHE LE BARZELLETTE PRIMA O POI FINISCONO
Ciò che il vostro affezionatissimo aveva scritto pochi giorni orsono ha trovato oggi un piacevole conforto nella penna di G.Stella, opinionista del Corriere della Sera.
Scrive Stella "Lula avrebbe preso la stessa decisione, offensiva, se la consegna di Cesare Battisti gli fosse stata chiesta dalla Gran Bretagna, dalla Svezia, dalla Spagna o dalla Germania?...Il dubbio, fastidioso, é legittimo..." e ricorda che le ventisette ore brasiliane del cavaliere furono scandite, oltre che da immancabili incontri ufficiali, da alcuni eventi a dir poco singolari: la famosa barzelletta (con lui protagonista immaginario d'una performance sessuale con una cameriera) raccontata alla presenza d'alcuni imprenditori italiani di San Paolo, un'imboscata, organizzata da una trasmissione locale, colla presenza d'una top model in tanga e reggipetto leopardati e, finale col botto, un party con sei ballerine sei.
Il vostro devotissimo era rimasto fermo alla barzelletta ma l'incessante tempesta ormonale cui é vittima Silvietto nostro non s'era evidentemente limitata a sfoghi affabulatori ma aveva trovato ben più concreti compiacimenti.
Difficile dunque che la domanda retorica di Stella possa rimaner sospesa nel limbo dei dubbi irrisolvibili.
Non v'è un sol paese - oltre quelli citati a mo' d'esempio dal giornalista - dove siano concepibili leader e classi dirigenti così cialtrone, strategie politiche e diplomatiche così improvvisate, istituzioni tanto sfasciate come le nostre.
La politica dell'essere amicone di tutti, delle pacche sulle spalle di Putin, di Bush e di Gheddafi e di qualche manata sul sedere non ha fatto diventare Berlusconi (l'Italia) un serio e rispettato interlocutore, l'ha fatto (ci ha fatto) diventare lo zimbello, l'amico scemo, il buffone, l'arlecchino della scena internazionale.
Questa ennesima caporetto della nostra politica - e quella estera è la cartina di tornasole della salute d'una nazione - rispecchia il fallimento del nostro sistema.
E tocca affidarci all'Europa, chiamare in soccorso le istituzioni comunitarie, rivolgerci piagnucolando ai nostri fratellini più grandi per sperare d'ottenere quanto reclamato (e che non è dovuto tanto a questa scassata e imbelle "autorità" statale ma piuttosto ai parenti degli assassinati) perchè da soli non ce la facciamo.
Che tristezza e che vergogna. Non solo perchè un assassino coccolato dalla "gauche caviar" e dalla sinistra salottiera - con buona pace dei "rivoluzionari" d'ogni risma e colore che lo difendono - condannato non per aver ucciso in un conflitto a fuoco, mettendoci la faccia e rischiando la vita ma colpendo a tradimento, come un topo, secondo un ben collaudato stile partigiano - non pagherà dazio; ma anche, anzi soprattutto, perchè il "paese legale" ci fa persino vergognare d'essere italiani, figli del "paese reale".
E' questo che non potremo nè dovremo perdonare a lorsignori quando sarà il momento; che prima o poi arriverà.
Ed allora non ci sarà bisogno di molotov lanciate da studenti fuoricorso, annoiati e mantenuti dai soldi di mammà.
Basterà la rabbia della gente normale, la più potente delle miscele incendiarie.
Scrive Stella "Lula avrebbe preso la stessa decisione, offensiva, se la consegna di Cesare Battisti gli fosse stata chiesta dalla Gran Bretagna, dalla Svezia, dalla Spagna o dalla Germania?...Il dubbio, fastidioso, é legittimo..." e ricorda che le ventisette ore brasiliane del cavaliere furono scandite, oltre che da immancabili incontri ufficiali, da alcuni eventi a dir poco singolari: la famosa barzelletta (con lui protagonista immaginario d'una performance sessuale con una cameriera) raccontata alla presenza d'alcuni imprenditori italiani di San Paolo, un'imboscata, organizzata da una trasmissione locale, colla presenza d'una top model in tanga e reggipetto leopardati e, finale col botto, un party con sei ballerine sei.
Il vostro devotissimo era rimasto fermo alla barzelletta ma l'incessante tempesta ormonale cui é vittima Silvietto nostro non s'era evidentemente limitata a sfoghi affabulatori ma aveva trovato ben più concreti compiacimenti.
Difficile dunque che la domanda retorica di Stella possa rimaner sospesa nel limbo dei dubbi irrisolvibili.
Non v'è un sol paese - oltre quelli citati a mo' d'esempio dal giornalista - dove siano concepibili leader e classi dirigenti così cialtrone, strategie politiche e diplomatiche così improvvisate, istituzioni tanto sfasciate come le nostre.
La politica dell'essere amicone di tutti, delle pacche sulle spalle di Putin, di Bush e di Gheddafi e di qualche manata sul sedere non ha fatto diventare Berlusconi (l'Italia) un serio e rispettato interlocutore, l'ha fatto (ci ha fatto) diventare lo zimbello, l'amico scemo, il buffone, l'arlecchino della scena internazionale.
Questa ennesima caporetto della nostra politica - e quella estera è la cartina di tornasole della salute d'una nazione - rispecchia il fallimento del nostro sistema.
E tocca affidarci all'Europa, chiamare in soccorso le istituzioni comunitarie, rivolgerci piagnucolando ai nostri fratellini più grandi per sperare d'ottenere quanto reclamato (e che non è dovuto tanto a questa scassata e imbelle "autorità" statale ma piuttosto ai parenti degli assassinati) perchè da soli non ce la facciamo.
Che tristezza e che vergogna. Non solo perchè un assassino coccolato dalla "gauche caviar" e dalla sinistra salottiera - con buona pace dei "rivoluzionari" d'ogni risma e colore che lo difendono - condannato non per aver ucciso in un conflitto a fuoco, mettendoci la faccia e rischiando la vita ma colpendo a tradimento, come un topo, secondo un ben collaudato stile partigiano - non pagherà dazio; ma anche, anzi soprattutto, perchè il "paese legale" ci fa persino vergognare d'essere italiani, figli del "paese reale".
E' questo che non potremo nè dovremo perdonare a lorsignori quando sarà il momento; che prima o poi arriverà.
Ed allora non ci sarà bisogno di molotov lanciate da studenti fuoricorso, annoiati e mantenuti dai soldi di mammà.
Basterà la rabbia della gente normale, la più potente delle miscele incendiarie.
venerdì 31 dicembre 2010
BARZELLETTA PER BARZELLETTA
La cronaca a suo tempo c'informò che in occasione del suo ultimo viaggio in Brasile Silvietto nostro, forse eccitato dal clima, si esibì nel raccontare alcune barzellette un po' boccaccesche salvo poi, una volta ricompostosi, sollecitare il presidente Lula per assicurarsi l'estradizione di Battisti.
Sappiamo com'è andata a finire, Battisti, come Lollo (che a differenza del primo poteva però eccepire la prescrizione della pena) non sarà riportato in Italia.
Non scomodiamo però, in tutto questo, il diritto e lo status di "condannato politico" poichè Battisti non può godere di tale attribuzione; due, tra i diversi omicidi che gli costarono complessivamente due ergastoli, riguardano fatti di sangue che di "politico" non hanno proprio nulla; si trattò di vendette postume consumate ai danni di persone che , precedentemente, avevano osato reagire a tentativi di rapine perpetrati da Battisti e dalla sua banda; vendette eseguite in perfetto stile mafioso.
Essendo il delitto politico (quello che secondo le convenzioni internazionali generalmente accettate giustifica il diniego dell'estradizione) quello determinato "in tutto o in parte da motivi politici" (sicchè anche un reato comune, per esempio una rapina per autofinanziamento, rientra in questa accezione), evidentemente la causale dell'azione gioca un ruolo fondamentale nell'attribuzione di quella qualifica.
E non si vede come la volontàa di vendetta postuma contro persone "comuni" che agirono in stato di legittima difesa per difendersi da tentativi di rapina possa rientrare nello schema del "delitto politico".
Ed infatti non è il riconoscimento di questa circostanza che ha legittimato il rifiuto.
Nel trattato d'estradizione tra Italia e Brasile è stabilito, come ultima clausola di riserva d'un possibile diniego, il pericolo che l'estradando nell'esecuzione della pena nel paese richiedente, possa essere sottoposto a persecuzione per motivi razziali, religiosi, politici.
E' su questa base, e non sulla (inesistente) "politicità" dei delitti che s'è giocata la partita di Battisti.
E' tutta da ridere. Quali persecuzioni ulteriori potrebbe mai rischiare nell'esecuzione della pena?
I fondamenti della decisione brasiliana sono una barzelletta.
E' evidente allora che il "diritto" in tutto questo non c'entra nulla, perchè s'è trattato d'una partita giocata coi dadi di ferro della politica e dove l'Italia ha perduto, dimostrando tutta la sua pochezza. Ma c'è forse da meravigliarsi?
Quale immagine può mai offrire quanto a serietà e determinazione una nazione rappresentata da un barzellettiere da bar come Berlusconi? Chi mai potrebbe prendere sul serio un comico?
La forma è sostanza: l'abito fa il monaco, il soldato ed anche il buffone.
Ed è proprio davanti a questa ultima figura che il presidente Lula ha capito di trovarsi: pensate allora quale peso può aver dato alle sue richieste.
E' una chiave di lettura paradossale? Certamente sì, ma attraverso il paradosso si può giungere alla verità.
Che è questa: chi di barzelletta ferisce, di barzelletta perisce.
Sappiamo com'è andata a finire, Battisti, come Lollo (che a differenza del primo poteva però eccepire la prescrizione della pena) non sarà riportato in Italia.
Non scomodiamo però, in tutto questo, il diritto e lo status di "condannato politico" poichè Battisti non può godere di tale attribuzione; due, tra i diversi omicidi che gli costarono complessivamente due ergastoli, riguardano fatti di sangue che di "politico" non hanno proprio nulla; si trattò di vendette postume consumate ai danni di persone che , precedentemente, avevano osato reagire a tentativi di rapine perpetrati da Battisti e dalla sua banda; vendette eseguite in perfetto stile mafioso.
Essendo il delitto politico (quello che secondo le convenzioni internazionali generalmente accettate giustifica il diniego dell'estradizione) quello determinato "in tutto o in parte da motivi politici" (sicchè anche un reato comune, per esempio una rapina per autofinanziamento, rientra in questa accezione), evidentemente la causale dell'azione gioca un ruolo fondamentale nell'attribuzione di quella qualifica.
E non si vede come la volontàa di vendetta postuma contro persone "comuni" che agirono in stato di legittima difesa per difendersi da tentativi di rapina possa rientrare nello schema del "delitto politico".
Ed infatti non è il riconoscimento di questa circostanza che ha legittimato il rifiuto.
Nel trattato d'estradizione tra Italia e Brasile è stabilito, come ultima clausola di riserva d'un possibile diniego, il pericolo che l'estradando nell'esecuzione della pena nel paese richiedente, possa essere sottoposto a persecuzione per motivi razziali, religiosi, politici.
E' su questa base, e non sulla (inesistente) "politicità" dei delitti che s'è giocata la partita di Battisti.
E' tutta da ridere. Quali persecuzioni ulteriori potrebbe mai rischiare nell'esecuzione della pena?
I fondamenti della decisione brasiliana sono una barzelletta.
E' evidente allora che il "diritto" in tutto questo non c'entra nulla, perchè s'è trattato d'una partita giocata coi dadi di ferro della politica e dove l'Italia ha perduto, dimostrando tutta la sua pochezza. Ma c'è forse da meravigliarsi?
Quale immagine può mai offrire quanto a serietà e determinazione una nazione rappresentata da un barzellettiere da bar come Berlusconi? Chi mai potrebbe prendere sul serio un comico?
La forma è sostanza: l'abito fa il monaco, il soldato ed anche il buffone.
Ed è proprio davanti a questa ultima figura che il presidente Lula ha capito di trovarsi: pensate allora quale peso può aver dato alle sue richieste.
E' una chiave di lettura paradossale? Certamente sì, ma attraverso il paradosso si può giungere alla verità.
Che è questa: chi di barzelletta ferisce, di barzelletta perisce.
martedì 19 ottobre 2010
IL GRANDE FRATELLASTRO
Siamo stati lungamente avvertiti dalle pubblicitá di Canale 5 che il "Grande Fratello" stava per inaugurare, ieri sera, la sua undicesima edizione.
E giù tutti a fremere di disgusto e d'insofferenza, tutti a criticare questo programma inutile, sciocco, diseducativo etc etc...
Peccato che il "Grande Fratello", anzi chiamiamolo il "Grande Fratellastro", per non far plagio dell'originale, sia in onda tutti i giorni dell'anno su tutti i canali.
Non é forse stata una degna anticipazione del reality oggi piú seguito su tutti le reti tv - il caso Sarah Scazzi - la puntata di "Chi l'ha visto?" del 7 ottobre quando, in diretta, una telecamera piazzata nella casa dei parenti della ragazzina seguiva le reazioni e i commenti dei suoi familiari alla notizia del ritrovamento del corpo e della confessione dello zio ?
Che differenza trovate fra la telecamera che immortala le stupidaggini dei sedici beoti del format di Mediaset e la telecamera che segue, sia in diretta sia in differita, i protagonisti della tragedia di Avetrana?
E non mi si dica che "poverina la madre di Sarah..." o "che dramma anche la figlia di zio Michele..." !
Non mi fanno pena, nessuna delle due. Non mi fa pena chi accetta di andare in televisione, non giá per mandare in onda un appello nella speranza che qualcuno l'aiuti - il che sarebbe comprensibile - bensì accettando di far sfoggio del proprio dolore o di fare dei propri sentimenti materia di pubblico spettacolo.
E non si dica neppure che queste persone sono "vittime" d'un meccanismo che approfitta delle loro debolezze per meglio "vendere", in una battaglia condotta a colpi di share, la tragedia che han subíto.
Disgusto certamente mi provocano i teleimbonitori che sull'altrui disgrazie imbastiscono programmi e si costruiscono successi giornalistici; ma un giudizio non tanto diverso - io personalmente - do a chi accetta di vendere, peggio d'una prostituta, la propria coscienza mettendola in piazza e svelando in tal modo le propri emozioni, i propri dolori, la propria intimitá al bavoso teleutente.
Il quale, a sua volta, si gode morbosamente tutti i particolari della teletragedia colla stessa curiositá che susciterebbe la visione d'uno spettacolo porno; é il particolare che fa il quadro - si dice - e piú che nella tragicitá del fatto (l'unico lato umanamente condivisibile che dovrebbe far riflettere sul senso ultimo della nostra vita e dare, quello sì, ammonimento sulle conseguenze dei nostri gesti e dei nostri pensieri) l'interesse si concentra sui particolari che, naturalmente, vengono via via sciorinati per la maggior gloria dei teleimbonitori e la maggior libidine dei telecretini: lo zio che piange, i diari della ragazzina, lo scempio del cadavere, le interviste ai "protagonisti" etc etc
Un quadro, dunque, desolante.
E tutto questo lo si gabella come "diritto/dovere d'informazione", espressione di "libertá".
Ma l'informazione, dico io, é espressione di "libertá" quando é corretta ed utile.
La morbosa e bavosa curiositá é un fatto socialmente tutelabile ?
Il "diritto/dovere d'informazione" ricomprende anche la spettacolarizzazione dei particolari osceni, delle miserie umane, degli aspetti, profondi o abissali che siano, della nostra coscienza ?
La risposta é no.
Ed il fascismo s'era data la stessa risposta, limitando la pubblicazione della cronaca nera solo allo stretto indispensabile.
Da buon padre.
Mentre questa democrazia é solo un "grande fratellastro", pornocrate ed abbruttente.
E giù tutti a fremere di disgusto e d'insofferenza, tutti a criticare questo programma inutile, sciocco, diseducativo etc etc...
Peccato che il "Grande Fratello", anzi chiamiamolo il "Grande Fratellastro", per non far plagio dell'originale, sia in onda tutti i giorni dell'anno su tutti i canali.
Non é forse stata una degna anticipazione del reality oggi piú seguito su tutti le reti tv - il caso Sarah Scazzi - la puntata di "Chi l'ha visto?" del 7 ottobre quando, in diretta, una telecamera piazzata nella casa dei parenti della ragazzina seguiva le reazioni e i commenti dei suoi familiari alla notizia del ritrovamento del corpo e della confessione dello zio ?
Che differenza trovate fra la telecamera che immortala le stupidaggini dei sedici beoti del format di Mediaset e la telecamera che segue, sia in diretta sia in differita, i protagonisti della tragedia di Avetrana?
E non mi si dica che "poverina la madre di Sarah..." o "che dramma anche la figlia di zio Michele..." !
Non mi fanno pena, nessuna delle due. Non mi fa pena chi accetta di andare in televisione, non giá per mandare in onda un appello nella speranza che qualcuno l'aiuti - il che sarebbe comprensibile - bensì accettando di far sfoggio del proprio dolore o di fare dei propri sentimenti materia di pubblico spettacolo.
E non si dica neppure che queste persone sono "vittime" d'un meccanismo che approfitta delle loro debolezze per meglio "vendere", in una battaglia condotta a colpi di share, la tragedia che han subíto.
Disgusto certamente mi provocano i teleimbonitori che sull'altrui disgrazie imbastiscono programmi e si costruiscono successi giornalistici; ma un giudizio non tanto diverso - io personalmente - do a chi accetta di vendere, peggio d'una prostituta, la propria coscienza mettendola in piazza e svelando in tal modo le propri emozioni, i propri dolori, la propria intimitá al bavoso teleutente.
Il quale, a sua volta, si gode morbosamente tutti i particolari della teletragedia colla stessa curiositá che susciterebbe la visione d'uno spettacolo porno; é il particolare che fa il quadro - si dice - e piú che nella tragicitá del fatto (l'unico lato umanamente condivisibile che dovrebbe far riflettere sul senso ultimo della nostra vita e dare, quello sì, ammonimento sulle conseguenze dei nostri gesti e dei nostri pensieri) l'interesse si concentra sui particolari che, naturalmente, vengono via via sciorinati per la maggior gloria dei teleimbonitori e la maggior libidine dei telecretini: lo zio che piange, i diari della ragazzina, lo scempio del cadavere, le interviste ai "protagonisti" etc etc
Un quadro, dunque, desolante.
E tutto questo lo si gabella come "diritto/dovere d'informazione", espressione di "libertá".
Ma l'informazione, dico io, é espressione di "libertá" quando é corretta ed utile.
La morbosa e bavosa curiositá é un fatto socialmente tutelabile ?
Il "diritto/dovere d'informazione" ricomprende anche la spettacolarizzazione dei particolari osceni, delle miserie umane, degli aspetti, profondi o abissali che siano, della nostra coscienza ?
La risposta é no.
Ed il fascismo s'era data la stessa risposta, limitando la pubblicazione della cronaca nera solo allo stretto indispensabile.
Da buon padre.
Mentre questa democrazia é solo un "grande fratellastro", pornocrate ed abbruttente.
sabato 25 settembre 2010
E' L'ITALIA, BELLEZZA.
Ho le mie idee su quanto è accaduto intorno all'appartamento del Principato di Monaco. Solo gli ingenui e i furbi possono pensare che un immobile situato in uno dei luoghi piú costosi del mondo, per quanto bisognoso di ristrutturazioni e riparazioni, meritI la stessa valutazione d'un qualsiasi alloggio d'una media cittá italiana.
Il valore di quei locali era, sicuramente, tre volte piú alto.
E fa sorridere ció che il signor Fini ha dichiarato nella sua comparsata audiovisiva diffusa oggi su internet : "Se risulterá che Giancarlo Tulliani é il proprietario dell'immobile io mi dimetteró da presidente della camera" .
Fa sorridere perché sicuramente il fratello della sua compagna non é formalmente "proprietario" dell'appartamento.
Chi conosce come funzionano le off-shore e le procedure di acquisizione ed imputazione dei beni a queste intestati sa che, normalmente, quando si vuole mascherare un acquisto si utilizza una societá, di diritto inglese, situata in qualche isoletta tropicale e ci si muove così: 1) il venditore cede il bene ad una societá off-shore, magari costituita ad hoc per l'operazione; 2) le azioni della societá (di capitali, a responsabilitá limitata,la classica limited - ltd - anglosassone), sempre "al portatore" (così da poter essere facilmente occultate o scambiate) cioè di appartenenza a chi materialmente le ha in cassaforte nel frattempo sono pervenute in proprietá di un "trustee", ossia una persona che esercita formalmente il diritto di proprietá e le prerogative a quello connesse su indicazione di chi il "trust" (ossia una forma giuridica sconosciuta al diritto romano ma tipica della tradizione giuridica anglosassone conosciuta come "equity") ha creato e che ovviamente é il vero dominus dell'operazione ed è anche colui che ha versato il capitale per l'acquisto dell'immobile; 3) l'istitutore/creatore del trust é legato al "trustee" da un rapporto contrattuale in forza del quale il primo ha il diritto di richiedere al secondo, che ha l'obbligo di eseguire, tutte l'indicazioni ch'egli ritiene utili per il godimento della proprietá (pur non giuridicamente sua), tra cui anche nominare il beneficiario o i beneficiari del bene (tra i quali ben puó comparire lo stesso istitutore) ossia chi potrá goderne il possesso ed incassare il ricavo nel caso di vendita o affitto.
Giancarlo Tulliani, guarda caso, abitava nell'appartamento. Ma non necessariamente in qualitá di proprietario delle azioni bensì in qualitá di "beneficiario" del trust possessore/proprietario delle azioni della societá off-shore che ha acquistato l'immobile. Se un domani egli intenderá vendere l'appartamento, potrá fornire indicazioni in tal senso al "trustee" che eseguirá, in suo nome s'intende, l'operazione versando il ricavato al beneficiario o acquistando, sempre colle stesse modalitá, altri beni, in ogni caso eseguendo le disposizioni dell'istitutore del trust.
Ma giuridicamente parlando il proprietario é il "trustee" e non chi gode effettivamente del bene.
Questa alienazione tra proprietá giuruidica e godimento pieno del bene é il frutto di un sistema legale che nasce dalle menti d'un paese di filibustieri come l'Inghilterra; pirati marittimi un tempo, pirati finanziari oggi.
Dunque, quando il signor Fini mette la propria testa sotto la spada di Damocle, sa perfettamente che il filo che la regge non é il crine d'un cavallo ma un vero e proprio canapo, di quelli usati per l'ormeggio dei transatlantici.
L'ingombrante "cognato" non é, giuridicamente parlando, il proprietario.
Ma c'é altro che preme dire: "l'affaire Montecarlo" nasce certamente da un'operazione di killeraggio politico, ció che non mi rende, sia chiaro, solidale col sig.Fini né cancella lo squallore dell'operazione di basso nepotismo che il presidente della camera ha autorizzato o quantomeno tollerato.
E' manifesta la successione cronologica tra la ribellione dell'ex leader di an e le prime sortite giornalistiche sull'appartamento monegasco; se poi si pone mente al fatto che le testate che hanno sollevato il caso sono legate a Berlusconi, ogni dubbio in proposito appare francamente ridicolo.
Peró sono sicuro che il presidente del consiglio dei ministri ha fatto male i suoi calcoli.
Questa operazione, infatti, si ritorcerà contro di lui e, paradossalmente, compatterá simpatie e voti attorno al suo avversario; vittima di un complotto, di un attacco strumentale, dell'arroganza del premier; vittima della sua volontá di dissentire dalla linea imposta da Berlusconi. Ecco ció che penseranno, non del tutto a sproposito, molti.
Singolare poi che Berlusconi non abbia tenuta a mente la lezione che altri suoi avversari hanno in passato dovuto a loro spese imparare; l'attacco mediatico, anche giudiziario (ed indipendentemente dal suo fondamento reale) finisce per ritorcersi contro chi l'ha condotto o, comunque, a far acquisire solidarietá a chi l'ha subìto.
Piú lo si attaccava - ricordate ? piú il presidente del consiglio acquisiva consensi e simpatie.
L'italiano medio oggi, abituato da decenni agli scandali d'ogni tipo, al malaffare generalizzato, alle mazzette e ai comportamenti opachi di ministri e deputati fa finta d'indignarsi ma finisce poi per parteggiare contro chi é accusato; nel gioco di guardie e ladri tifa per i ladri, tra il buon padre di famiglia e il puttaniere strizza l'occhio al secondo, tra l'obbedienza alle regole e la trasgressione preferisce quest'ultima, tra il furbo e l'ingenuo sbeffeggia il secondo invidiando il primo.
Ricordo che negli anni settanta, quando l'intero vertice del partito socialdemocratico fu pesantemente coinvolto in un enorme scandalo (le carceri d'oro), alle elezioni successive lo stesso partito guadagnó dei voti.
Incredibile ma vero. Dunque, di che meravigliarsi?
Ed allora, a chiusura di queste mie sconclusionate considerazioni voglio dirvi che ció che ha scritto, a chiusura del suo editoriale di oggi sul Corriere della Sera, il giornalista Pierluigi Battista "La soglia della decenza é stata oltrepassata....Per quanto malandata, l'Italia non merita un trattamento simile" é una pietosa ipocrisia.
L'Italia é quella che vediamo descritta nei giornali e a questi "trattamenti" é ampiamente vaccinata. La squallida e furbesca vicenda di Montecarlo e l'altrettanto squallido e furbesco tentativo di sfruttarla politicamente rappresentano, riflettono, SONO l'Italia.
O perlomeno la sua grande maggioranza.
Spiacente constatarlo ma é così.
Il valore di quei locali era, sicuramente, tre volte piú alto.
E fa sorridere ció che il signor Fini ha dichiarato nella sua comparsata audiovisiva diffusa oggi su internet : "Se risulterá che Giancarlo Tulliani é il proprietario dell'immobile io mi dimetteró da presidente della camera" .
Fa sorridere perché sicuramente il fratello della sua compagna non é formalmente "proprietario" dell'appartamento.
Chi conosce come funzionano le off-shore e le procedure di acquisizione ed imputazione dei beni a queste intestati sa che, normalmente, quando si vuole mascherare un acquisto si utilizza una societá, di diritto inglese, situata in qualche isoletta tropicale e ci si muove così: 1) il venditore cede il bene ad una societá off-shore, magari costituita ad hoc per l'operazione; 2) le azioni della societá (di capitali, a responsabilitá limitata,la classica limited - ltd - anglosassone), sempre "al portatore" (così da poter essere facilmente occultate o scambiate) cioè di appartenenza a chi materialmente le ha in cassaforte nel frattempo sono pervenute in proprietá di un "trustee", ossia una persona che esercita formalmente il diritto di proprietá e le prerogative a quello connesse su indicazione di chi il "trust" (ossia una forma giuridica sconosciuta al diritto romano ma tipica della tradizione giuridica anglosassone conosciuta come "equity") ha creato e che ovviamente é il vero dominus dell'operazione ed è anche colui che ha versato il capitale per l'acquisto dell'immobile; 3) l'istitutore/creatore del trust é legato al "trustee" da un rapporto contrattuale in forza del quale il primo ha il diritto di richiedere al secondo, che ha l'obbligo di eseguire, tutte l'indicazioni ch'egli ritiene utili per il godimento della proprietá (pur non giuridicamente sua), tra cui anche nominare il beneficiario o i beneficiari del bene (tra i quali ben puó comparire lo stesso istitutore) ossia chi potrá goderne il possesso ed incassare il ricavo nel caso di vendita o affitto.
Giancarlo Tulliani, guarda caso, abitava nell'appartamento. Ma non necessariamente in qualitá di proprietario delle azioni bensì in qualitá di "beneficiario" del trust possessore/proprietario delle azioni della societá off-shore che ha acquistato l'immobile. Se un domani egli intenderá vendere l'appartamento, potrá fornire indicazioni in tal senso al "trustee" che eseguirá, in suo nome s'intende, l'operazione versando il ricavato al beneficiario o acquistando, sempre colle stesse modalitá, altri beni, in ogni caso eseguendo le disposizioni dell'istitutore del trust.
Ma giuridicamente parlando il proprietario é il "trustee" e non chi gode effettivamente del bene.
Questa alienazione tra proprietá giuruidica e godimento pieno del bene é il frutto di un sistema legale che nasce dalle menti d'un paese di filibustieri come l'Inghilterra; pirati marittimi un tempo, pirati finanziari oggi.
Dunque, quando il signor Fini mette la propria testa sotto la spada di Damocle, sa perfettamente che il filo che la regge non é il crine d'un cavallo ma un vero e proprio canapo, di quelli usati per l'ormeggio dei transatlantici.
L'ingombrante "cognato" non é, giuridicamente parlando, il proprietario.
Ma c'é altro che preme dire: "l'affaire Montecarlo" nasce certamente da un'operazione di killeraggio politico, ció che non mi rende, sia chiaro, solidale col sig.Fini né cancella lo squallore dell'operazione di basso nepotismo che il presidente della camera ha autorizzato o quantomeno tollerato.
E' manifesta la successione cronologica tra la ribellione dell'ex leader di an e le prime sortite giornalistiche sull'appartamento monegasco; se poi si pone mente al fatto che le testate che hanno sollevato il caso sono legate a Berlusconi, ogni dubbio in proposito appare francamente ridicolo.
Peró sono sicuro che il presidente del consiglio dei ministri ha fatto male i suoi calcoli.
Questa operazione, infatti, si ritorcerà contro di lui e, paradossalmente, compatterá simpatie e voti attorno al suo avversario; vittima di un complotto, di un attacco strumentale, dell'arroganza del premier; vittima della sua volontá di dissentire dalla linea imposta da Berlusconi. Ecco ció che penseranno, non del tutto a sproposito, molti.
Singolare poi che Berlusconi non abbia tenuta a mente la lezione che altri suoi avversari hanno in passato dovuto a loro spese imparare; l'attacco mediatico, anche giudiziario (ed indipendentemente dal suo fondamento reale) finisce per ritorcersi contro chi l'ha condotto o, comunque, a far acquisire solidarietá a chi l'ha subìto.
Piú lo si attaccava - ricordate ? piú il presidente del consiglio acquisiva consensi e simpatie.
L'italiano medio oggi, abituato da decenni agli scandali d'ogni tipo, al malaffare generalizzato, alle mazzette e ai comportamenti opachi di ministri e deputati fa finta d'indignarsi ma finisce poi per parteggiare contro chi é accusato; nel gioco di guardie e ladri tifa per i ladri, tra il buon padre di famiglia e il puttaniere strizza l'occhio al secondo, tra l'obbedienza alle regole e la trasgressione preferisce quest'ultima, tra il furbo e l'ingenuo sbeffeggia il secondo invidiando il primo.
Ricordo che negli anni settanta, quando l'intero vertice del partito socialdemocratico fu pesantemente coinvolto in un enorme scandalo (le carceri d'oro), alle elezioni successive lo stesso partito guadagnó dei voti.
Incredibile ma vero. Dunque, di che meravigliarsi?
Ed allora, a chiusura di queste mie sconclusionate considerazioni voglio dirvi che ció che ha scritto, a chiusura del suo editoriale di oggi sul Corriere della Sera, il giornalista Pierluigi Battista "La soglia della decenza é stata oltrepassata....Per quanto malandata, l'Italia non merita un trattamento simile" é una pietosa ipocrisia.
L'Italia é quella che vediamo descritta nei giornali e a questi "trattamenti" é ampiamente vaccinata. La squallida e furbesca vicenda di Montecarlo e l'altrettanto squallido e furbesco tentativo di sfruttarla politicamente rappresentano, riflettono, SONO l'Italia.
O perlomeno la sua grande maggioranza.
Spiacente constatarlo ma é così.
venerdì 24 settembre 2010
22 SETTEMBRE 1792 EQUINOZIO REPUBBLICANO E MASSONICO
E' proprio in questa data che la Rivoluzione francese abbatté, con un voto largamente influenzato da brogli e violenze, il piú antico regno d'Europa.
Il voto della Convenzione fu preceduto dalle elezioni legislative in una nazione che, a stragrande maggioranza non voleva la fine della monarchia ma una sua riforma in senso costituzionale e anticentralista.
Scriveva Danton "E' a Parigi che occorre mantenersi con tutti i mezzi. I repubblicani sono una minoranza infima e, per combattere, non possiamo che contare su di essi; il resto della Francia è attaccato alla monarchia. Occorre impaurire i monarchici".
Ci pensò una minoranza attiva e violenta ad esaudire tali propositi.
L'occasione di rovesciare uno Stato che necessitava solo di qualche cambiamento che Luigi XVI aveva chiaramente mostrato di voler concedere fu colta al momento dell'elezione dei rappresentanti della Convenzione.
Parigi fu tenuta sotto scacco dalle bande giacobine che proprio il giorno 2 di settembre compirono una serie di massacri inauditi.
Le prigioni di Parigi, dove si trovavano detenuti simpatizzanti del Re, guardie svizzere scampate al precedente massacro delle Tuileries del 10 agosto e sacerdoti refrattari (coloro che non avevano prestato il giuramento,scismatico, di fedeltá alla costituzione civile del clero del 1790), furono attaccate dalla folla.
Nessuno fu risparmiato: detenuti comuni, aristocratici, sacerdoti furono trucidati mentre le autoritá assistevano passivamente alle stragi; non furono neppure risparmiati bambini ed adolescenti, fatti a pezzi nella fortezza di Bicêtre; centocinquanta sacerdoti furono sommariamente processati e uccisi in un convento di Carmelitani.
Soltanto i partigiani nel 1945, a Schio , Ferrara, Vercelli, Carpi ed in altri luoghi di detenzione dov'erano custoditi militari della Repubblica Sociale, riuscirono ad eguagliare, almeno quanto a volontá omicida, le raffinatezze rivoluzionarie.
Un migliaio di persone furono barbaramente trucidate; il giorno successivo, 3 settembre la Comune di Parigi con una circolare inviata a tutti i comuni di Francia difendeva queste stragi come la giusta reazione popolare ad un complotto contro la nazione invitando gli altri dipartimenti ad "accorrere al nostro soccorso", ossia ad eliminare i "feroci cospiratori".
Tale il clima che accompagnò l'elezioni del mese di settembre; mentre si favorì l'accesso al voto degli strati della popolazione piú favorevoli ai giacobini, se ne vietò l'esercizio alle assemblee elettorali favorevoli alla monarchia; altre assemblee furono costrette a votare a scrutinio palese in aule gremite da sanculotti armati.
In tal modo la volontá di qualche migliaio di giacobini s'impose su 700.000 parigini; ed anche in altri dipartimenti fu instaurato l'appello nominale sotto la pressione di commissari venuti da Parigi e si rifiutó il diritto di voto a persone sospettate di idee monarchiche.
Si contó che su 7 milioni d'iscritti al voto soltanto 600.000 aventi diritto l'espressero.
Ai brogli elettorali seguí un altro imbroglio ossia la procedura che portó al decreto di abolizione della monarchia votato da una Convenzione riunitasi in una sala gremita di folla urlante. Dei 749 componenti non votarono piú di 300; molti altri, eletti nell'ampio territorio francese arrivarono a cose fatte. La repubblica fu decretata da un'assemblea composta al piú dai due quinti dei suoi membri. Il timore di non riuscire a sostituire un governo monarchico costituzionale con un governo repubblicano ove la totalitá dei deputati avesse preso parte alla votazione, spinse quella minoranza ad adottare urgentemente quella risoluzione.
Il 21 settembre s'udirono, tra gli oratori della Convenzione, simili affermazioni: "Tutte le dinastie non sono state che delle razze divoranti che vivevano di carne umana" oppure "I re sono nell'ordine morale ció che i mostri sono nell'ordine fisico; le corti sono il laboratorio del crimine e la tana dei tiranni".
Di fronte all'acclamazioni della plebaglia armata e schiumante di rabbia nessuno ebbe il coraggio di opporre resistenze. E fu così che dopo un breve voto la Convenzione decretò all'unanimitá l'abolizione della monarchia inserendo il giorno dopo, 22 settembre, attraverso una rettifica del processo verbale del giorno precedente, il termine "Repubblica".
Che fu proclamata da un numero minoritario di deputati, intimoriti dal clima di esaltazione e di minaccia, senza neppur attendere che l'assemblea fosse riunita al completo.
Ma la caduta della Monarchia non poteva fermarsi al solo fatto formale; non bastava, occorreva uccidere il padre, occorreva "la morte di Luigi XVI affinché la nazione viva", come auspicava (ma i suoi auspici sibilanti valevano come ordini indiscutibili) Robespierre. Ed uccidendo il padre si uccideva non solo la Monarchia ma tutto l'ordine millenario di cui il Re di Francia era la chiave di volta. Protettore consacrato della Chiesa, rappresentante di Cristo sulla terra, la sua uccisione mirava a distruggere il legame tra il Re - e dunque Cristo e la Chiesa - e la Francia e, conseguentemente, a distruggere un'intera civiltá che s'era lentamente sviluppata in Europa occidentale. Al suo posto s'instaurava una visione del mondo profondamente secolarizzata, mettendo al posto della Sovranitá (divina) la natura piuttosto che una divinitá rivelata.
Lo spirito anticattolico mostró una sua originale espressione il 10 settembre 1793 quando nel suo "Rapporto sull'Era della Repubblica" presentato alla Convenzione, l'astronomo Gilbert Romme, affiliato alla Loggia delle Nove Sorelle, propose il calendario repubblicano, di chiara ispirazione massonica.
Schernendo l'era cristiana, descritta come l'era della "crudeltá" e della "schiavitú" e rinnegando ila tradizione cristiana, il progetto rivalutava le tradizioni ancestrali degli egiziani e dei babilonesi; notava Romme che "quando la Repubblica era stata proclamata il 22 settembre 1792, alle ore 9, 18 minuti e 30 secondi del mattino, il sole era giunto al reale equinozio, entrando nel segno della bilancia" commentando "che l'uguaglianza del giorno e della notte era affermata dal cielo al momento stesso in cui l'uguaglianza civile e morale era proclamata dai rappresentanti del popolo francese come il fondamento sacro del suo nuovo governo. Così il sole è passato da un emisfero all'altro lo stesso giorno in cui il popolo, trionfando contro l'oppressione regale é passato dal governo monarchico a quello repubblicano".
La rivoluzione fu così concepita come un ritorno alle origini pagane.
Ed il caos s'impadronì dei reggitori della Repubblica. Chiese bruciate e razziate, monumenti distrutti, tutti i segni del passato cancellati; il tutto condito da misure volte a dissuadere il popolo dall'antica pratica religiosa fino al culmine della proclamazione, col decreto di Robespierre del 7 maggio 1794, del culto massonico dell'Essere Supremo, fondatore della nuova religione civica.
Ed é in questo clima di sordida, feroce, belluina oppressione anticattolica e antimonarchica che si innestó la rivolta di Vandea; ma questa é un'altra storia.
Rembarre !
Il voto della Convenzione fu preceduto dalle elezioni legislative in una nazione che, a stragrande maggioranza non voleva la fine della monarchia ma una sua riforma in senso costituzionale e anticentralista.
Scriveva Danton "E' a Parigi che occorre mantenersi con tutti i mezzi. I repubblicani sono una minoranza infima e, per combattere, non possiamo che contare su di essi; il resto della Francia è attaccato alla monarchia. Occorre impaurire i monarchici".
Ci pensò una minoranza attiva e violenta ad esaudire tali propositi.
L'occasione di rovesciare uno Stato che necessitava solo di qualche cambiamento che Luigi XVI aveva chiaramente mostrato di voler concedere fu colta al momento dell'elezione dei rappresentanti della Convenzione.
Parigi fu tenuta sotto scacco dalle bande giacobine che proprio il giorno 2 di settembre compirono una serie di massacri inauditi.
Le prigioni di Parigi, dove si trovavano detenuti simpatizzanti del Re, guardie svizzere scampate al precedente massacro delle Tuileries del 10 agosto e sacerdoti refrattari (coloro che non avevano prestato il giuramento,scismatico, di fedeltá alla costituzione civile del clero del 1790), furono attaccate dalla folla.
Nessuno fu risparmiato: detenuti comuni, aristocratici, sacerdoti furono trucidati mentre le autoritá assistevano passivamente alle stragi; non furono neppure risparmiati bambini ed adolescenti, fatti a pezzi nella fortezza di Bicêtre; centocinquanta sacerdoti furono sommariamente processati e uccisi in un convento di Carmelitani.
Soltanto i partigiani nel 1945, a Schio , Ferrara, Vercelli, Carpi ed in altri luoghi di detenzione dov'erano custoditi militari della Repubblica Sociale, riuscirono ad eguagliare, almeno quanto a volontá omicida, le raffinatezze rivoluzionarie.
Un migliaio di persone furono barbaramente trucidate; il giorno successivo, 3 settembre la Comune di Parigi con una circolare inviata a tutti i comuni di Francia difendeva queste stragi come la giusta reazione popolare ad un complotto contro la nazione invitando gli altri dipartimenti ad "accorrere al nostro soccorso", ossia ad eliminare i "feroci cospiratori".
Tale il clima che accompagnò l'elezioni del mese di settembre; mentre si favorì l'accesso al voto degli strati della popolazione piú favorevoli ai giacobini, se ne vietò l'esercizio alle assemblee elettorali favorevoli alla monarchia; altre assemblee furono costrette a votare a scrutinio palese in aule gremite da sanculotti armati.
In tal modo la volontá di qualche migliaio di giacobini s'impose su 700.000 parigini; ed anche in altri dipartimenti fu instaurato l'appello nominale sotto la pressione di commissari venuti da Parigi e si rifiutó il diritto di voto a persone sospettate di idee monarchiche.
Si contó che su 7 milioni d'iscritti al voto soltanto 600.000 aventi diritto l'espressero.
Ai brogli elettorali seguí un altro imbroglio ossia la procedura che portó al decreto di abolizione della monarchia votato da una Convenzione riunitasi in una sala gremita di folla urlante. Dei 749 componenti non votarono piú di 300; molti altri, eletti nell'ampio territorio francese arrivarono a cose fatte. La repubblica fu decretata da un'assemblea composta al piú dai due quinti dei suoi membri. Il timore di non riuscire a sostituire un governo monarchico costituzionale con un governo repubblicano ove la totalitá dei deputati avesse preso parte alla votazione, spinse quella minoranza ad adottare urgentemente quella risoluzione.
Il 21 settembre s'udirono, tra gli oratori della Convenzione, simili affermazioni: "Tutte le dinastie non sono state che delle razze divoranti che vivevano di carne umana" oppure "I re sono nell'ordine morale ció che i mostri sono nell'ordine fisico; le corti sono il laboratorio del crimine e la tana dei tiranni".
Di fronte all'acclamazioni della plebaglia armata e schiumante di rabbia nessuno ebbe il coraggio di opporre resistenze. E fu così che dopo un breve voto la Convenzione decretò all'unanimitá l'abolizione della monarchia inserendo il giorno dopo, 22 settembre, attraverso una rettifica del processo verbale del giorno precedente, il termine "Repubblica".
Che fu proclamata da un numero minoritario di deputati, intimoriti dal clima di esaltazione e di minaccia, senza neppur attendere che l'assemblea fosse riunita al completo.
Ma la caduta della Monarchia non poteva fermarsi al solo fatto formale; non bastava, occorreva uccidere il padre, occorreva "la morte di Luigi XVI affinché la nazione viva", come auspicava (ma i suoi auspici sibilanti valevano come ordini indiscutibili) Robespierre. Ed uccidendo il padre si uccideva non solo la Monarchia ma tutto l'ordine millenario di cui il Re di Francia era la chiave di volta. Protettore consacrato della Chiesa, rappresentante di Cristo sulla terra, la sua uccisione mirava a distruggere il legame tra il Re - e dunque Cristo e la Chiesa - e la Francia e, conseguentemente, a distruggere un'intera civiltá che s'era lentamente sviluppata in Europa occidentale. Al suo posto s'instaurava una visione del mondo profondamente secolarizzata, mettendo al posto della Sovranitá (divina) la natura piuttosto che una divinitá rivelata.
Lo spirito anticattolico mostró una sua originale espressione il 10 settembre 1793 quando nel suo "Rapporto sull'Era della Repubblica" presentato alla Convenzione, l'astronomo Gilbert Romme, affiliato alla Loggia delle Nove Sorelle, propose il calendario repubblicano, di chiara ispirazione massonica.
Schernendo l'era cristiana, descritta come l'era della "crudeltá" e della "schiavitú" e rinnegando ila tradizione cristiana, il progetto rivalutava le tradizioni ancestrali degli egiziani e dei babilonesi; notava Romme che "quando la Repubblica era stata proclamata il 22 settembre 1792, alle ore 9, 18 minuti e 30 secondi del mattino, il sole era giunto al reale equinozio, entrando nel segno della bilancia" commentando "che l'uguaglianza del giorno e della notte era affermata dal cielo al momento stesso in cui l'uguaglianza civile e morale era proclamata dai rappresentanti del popolo francese come il fondamento sacro del suo nuovo governo. Così il sole è passato da un emisfero all'altro lo stesso giorno in cui il popolo, trionfando contro l'oppressione regale é passato dal governo monarchico a quello repubblicano".
La rivoluzione fu così concepita come un ritorno alle origini pagane.
Ed il caos s'impadronì dei reggitori della Repubblica. Chiese bruciate e razziate, monumenti distrutti, tutti i segni del passato cancellati; il tutto condito da misure volte a dissuadere il popolo dall'antica pratica religiosa fino al culmine della proclamazione, col decreto di Robespierre del 7 maggio 1794, del culto massonico dell'Essere Supremo, fondatore della nuova religione civica.
Ed é in questo clima di sordida, feroce, belluina oppressione anticattolica e antimonarchica che si innestó la rivolta di Vandea; ma questa é un'altra storia.
Rembarre !
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