lunedì 15 febbraio 2010

il buio

IL BUIO

In quegli occhi non entra piú la luce del sole,
si sono spenti per sempre
Chissá dove sei adesso che il tempo si é fermato per te
noi lo stiamo ancora rincorrendo
in attesa che anche per noi esso divenga
un eterno presente un eterno passato un eterno futuro
Adesso il tuo dolore l'hai donato al mondo
insieme con tutti quelli che hanno sofferto come te, prima di te
che hanno chiuso gli occhi per sempre
espiando le nostre colpe
Presunzione aviditá usura indifferenza invidia
siete tutte figlie dello stesso padre demonio
e della stessa madre menzogna
genitori di questa terra che gira intorno a sé stessa
ed assomiglia all'uomo che gira intorno a sé stesso
e non alza gli occhi al cielo
perché ha perso la ragione dell'infinito e dello spazio
dove invece ci sei tu adesso sorella mia

giovedì 11 febbraio 2010

IL GIORNO DEL RICORDO

Il comunista presidente della repubblichetta italianicchia Napolitano ha chiesto, nella "Giornata del Ricordo", che il dramma degl'istriani e dei giuliano dalmati sia "acquisito come patrimonio comune nelle nuove (?) Slovenia e Croazia che con l'Italia s'incontrano nell'Unione Europea".
E' la solita filastrocca della memoria condivisa, buona per gli allocchi.
Slovenia e Croazia dovrebbero quindi fare un "mea culpa" e piangere con noi le vittime italiane della furia slavo-comunista?
C'é da dubitare che, spontaneamente, lo faranno, le "nuove" Slovenia e Croazia.
Ma quel che piú fa irritare é il solito ritornello, quello della "memoria condivisa" : la piú nauseante, ipocrita, farisaica messa in scena che sia stata inventata da vent'anni a questa parte.
Quella che ci viene ammannita ad ogni anniversario della "liberazione" che, si cinguetta da destra e manca, dovrebbe essere vissuta da tutti gl'italiani come "storia condivisa".
Un par di palle.
Non c'è proprio nulla da condividere con chi, dopo la fine della guerra, ha dato la caccia ai vinti, e colla scusa dell'antifascismo s'é costruito carriere professionali, politiche, giornalistiche, universitarie; con chi, col pretesto dell'arco costituzionale, s'é arricchito e s'é fatto la casa al mare.
Non c'é proprio nulla da condividere, nè cogli antifascisti di ieri nè, tantomeno, coi neoantifascisti di oggi; coloro che, per farsi perdonare i peccatucci di gioventú, hanno scaracciato sul piatto dove hanno mangiato.
Ma non perché in me ristagni odio e volontá revanscistica "neofascista". Credetemi, non c'é n'é piú neppure una stilla chè il mio odio l'ho giá ampiamente trasudato da un pezzo.
La questione é un'altra; nel loro approccio totalizzante liberal-progressista lorsignori credono di poter ridurre la memoria d'ognuno ad una marmellata plasmabile, quasi come fosse un mac-burger; credono che la coscienza - di chi ce l'ha veramente - sia corruttibile, evidentemente perché loro la coscienza, non avendola, non sanno cosa sia.
E s'illudono di poter trovare un minimo comun denominatore che metta a posto tutti e sistemi le cicatrici non ancora rimarginate del dopo-guerra allo stesso modo in cui si sistema, magari con un bell'accomodamento transattivo, una pratica dell'inps in tribunale.
Sbagliato bellezze.
E sapete perché ? Perché LA STORIA NON ESISTE. Esistono LE STORIE : le storie dei tedeschi, degl'inglesi, dei russi, degli americani, dei fascisti e anche dei partigiani, d'ogni singolo soldato, intendetemi, (attenzione ho detto soldato, non bandito), ciascuno portatore della sua verità, della sua dignitá, delle sue tragedie, dei suoi sogni; irriducibili ad un'entitá condivisibile.
Ed allora ognuno celebri - senza offendere le commemorazioni e i dolori altrui - i propri morti, le proprie storie nel rispetto di chi, anche su barrricate diverse, ha combattuto e pagato col proprio sangue.
Loro, anche i nemici dei Miei, se han veramente rischiato la pelle, son disposto a rispettarli; peró non a concelebrarli, a partecipare con i Loro a comuni cerimonie, sia chiaro.
Evitiamo di cantare, come in un coro di checche patetiche, una filastrocca che non esiste.
Ed è con questo spirito che bisogna leggere e meditare le dichiarazioni dell'ex comunista pentito ma non troppo Napolitano, per non lasciarsi fuorviare dalle parole di circostanza.
La Slovenia e la Croazia non vogliono porgere delle scuse, assumersi delle responsabilitá, accordare delle riparazioni? Non le biasimo, ognuno persegue i propri interessi.
La colpa non é la loro ma é nostra, della nostra classe politica di vili e insipienti.
Quando la Slovenia chiese - e di poi ottenne - l'adesione all'Unione Europea perché la nostra classe politica non pretese, quale condizione per il suo ingresso, una forma di indennizzo per i nostri esuli? Gli assassinii e le violenze non potevano piú essere risarciti, ma l'espropriazioni che gl'italiani avevano subito, costretti a fuggire dal timore d'essere sterminati, quelle si.
Ma l'italietta badogliana e verminosa non aveva il fegato di farlo perché richiederlo avrebbe potuto apparire come una forma di "revisionismo", fardello politicamente insopportabile per gl' "ini" di turno (da Frattini a Fini succedutisi alla Farnesina in quel 2004).
Resta la Croazia, in procinto d'aderire all'Unione.
L'italietta ha un'ultima occasione per esprimere un sussulto di dignitá internazionale e diventare, lei, "nuova"; voglio illudermi: pretendere, quale condizione del proprio assenso all'ingresso dello stato slavo - assenso indispensabile poiché le nuove adesioni debbono essere accettate all'unanimitá - il risarcimento alle famiglie derubate dei propri beni dopo l'esodo.
Pensate che non sia possibile ? Tutto il contrario.
Basterebbe a tempo debito, cioé da ora, farsi garantire dal governo di Zagabria che dalla sua accettazione - indispensabile - dei principî propri dello stato di diritto deriva anche la conseguente accettazione dell'obbligazione risarcitoria verso gl'italiani espropriati, per porre riparo ad una situazione d'oggettiva ingiustizia, contraria alle regole fondamentali d'uno stato di diritto.
La diplomazia e la politica a questo servono.
Solo così la "Giornata del ricordo", oggi misero palliativo per riparare mezzo secolo di vigliaccherie, potrá divenire un'occasione di riscatto. Non solo per i giuliano dalmati traditi dall'italietta badogliana ma per tutti gl'Italiani veri.

martedì 9 febbraio 2010

"BOIA CHI MOLA "

"Mona chi ghe crede, boia chi mola".
Questa la risposta, ironica ed impudente d'un anonimo bersagliere veneto del I^ battaglione volontari, poi chiamato "Mussolini", alla lettura da parte degli ufficiali dei comunicati incoraggianti emessi dagli alti comandi.
"Fesso chi ci crede ma boia chi molla"
Loro, quei bersaglieri, quei maró, quegli alpini, quei carabinieri, quei legionari, quelle Camicie Nere, quei militi della Confinaria e della Guardia di Finanza avevano perfettamente capito che non avrebbero potuto resistere tanto tempo alla pressione slava che premeva sui confini orientali d'una patria ormai perduta.
Sapevano che gli "alleati" tedeschi, resi furiosi dal voltafaccia badogliano, ormai consideravano quelle terre - a cui avevano imposto un'amministrazione chiamata "Supremo Commissariato per la zona di operazioni del Litorale Adriatico" da loro presieduta - una merce di scambio, pronta ad essere barattata per assicurarsi la lealtá dei loro alleati slavi.
Cosicché i nostri soldati non solo dovevano affrontare un nemico crudele che non faceva prigionieri ed era temibile per la sua efferatezza ma dovevano guardarsi le spalle da pretesi alleati pronti a sabotarti.
Le cose vanno dette senza reticenze.
Il tedesco, eroico nella resistenza contro gli alleati angloamericani e nell'urto contro le orde sovietiche, spesso si comportó male con noi, in quelle terre di confine che separavano la civiltá dalla barbarie.
* * *
Quando le stazioni radio diffusero l'8 settembre il comunicato dell'EIAR che annunciava la fine della guerra a Trieste nessuno si fece illusioni perché lì sapevano che i problemi affrontati fino ad allora, razionamenti, bombardamenti, angoscia di madri e spose, si sarebbero moltiplicati.
E così fu: da un lato Ante Pavelic, appoggiato dalla Germania dichiarava guerra all'Italia rivendicando alla Croazia tutti i territori della costa adriatica, dalmata, Zara inclusa; dall'altro, contemporaneamente, i partigiani titini, appoggiati dai comunisti italiani, occupavano l'Istria proclamandone l'annessione alla Jugoslavia.
Le truppe italiane, diversamente da quelle tedesche, erano state colte di sorpresa dall'annuncio dell'armistizio, e il loro sbandamento favorì l'occupazione di Gorizia da parte delle bande titine, spalleggiate dai partigiani italiani.
Furono tre giorni di saccheggi, di violenze e di terrore, preludio a quanto sarebbe accaduto dopo la fine della guerra.
L'11 settembre cadeva anche Spalato e per diciassette giorni le bande comuniste ebbero mano libera; i tribunali popolari che condannavano a morte gl'italiani erano presieduti da un ex barbiere spalatino di nome Janos Papo, divenuto commissario del popolo; questo individuo dettava personalmente l'elenco degli italiani da sopprimere; li dettava perché era analfabeta.
Tutta l'Istria e la Dalmazia, fatte salve Zara, Pola e Fiume, subirono in quel dopo armistizio la barbarie slavo-comunista.
* * *
Nell' ottobre del '43 i primi reparti inquadrati nella RSI che giunsero a Gorizia furono i volontari bersaglieri del I^ battaglione; essi tennero un fronte di venticinque chilometri fino alla fine della guerra; addirittura alla fine di maggio del 1945 erano ancora attivi presidi di soldati che continuavano a combattere.
Erano operai, impiegati, borghesi, liceali, accolti in tutte le cittá giuliano dalmate come difensori della patria.
Fino alla fine delle ostilitá migliaia di soldati persero la vita, in combattimento ma soprattutto in agguati e solo il collasso della Repubblica Sociale permise alle bande di Tito di impossessarsi delle cittá italiane; il primo maggio del 1945 i primi reparti delle truppe slave entrarono a Trieste.
Quel giorno Togliatti, ministro del governo provvisorio, da Roma invió ai triestini il seguente messaggio: "Nel momento in cui giunge notizia che le truppe di Tito sono entrate nella vostra cittá inviamo a voi lavoratori il nostro fraterno saluto. Il vostro dovere é di accogliere le truppe di Tito come liberatrici e di collaborare con esse nel modo piú stretto".
In ogni cittá occupata dagli slavo-comunisti iniziarono a funzionare i tribunali del popolo: eccidi, deportazioni, infoibamenti.
Interi libri sono stati scritti per ricordare gli orrori che i nostri soldati ma anche i civili, le donne, i vecchi e i bambini subirono da quella marmaglia senza umanitá.
Nessuno a Roma, anche negli anni successivi alla guerra, si preoccupo´dei nostri prigionieri: Per il governo non erano italiani degni d'attenzione.
Soltanto nel 1947 gli slavi si determinarono a rimpatriare quei pochi prigionieri ch'erano sopravvissuti all'inferno dei campi di detenzione.
* * *
La prima autoritá della repubblichetta italiana che si degnó di visitare ufficialmente la foiba di Basovizza fu l'allora presidente Francesco Cossiga, nel 1991; ma fu la generositá dell'uomo o il calcolo politico ? Difficile sbagliarsi.
Mai come in quegli anni i comunisti o ex-comunisti pidiessizzati erano giunti al punto piú alto della loro lontananza dal potere che neppure piú arrivavano ad annusare, chiusi dall'asse pentapartitico e resi orfani dalla dissoluzione dell'impero sovietico.
Fu dunque la situazione di debolezza dell'ex pci a favorire quel gesto; lo smembramento dell'ex Jugoslava fece il resto.
La riprova?
Là dove non s'è ancora incrinata la forza di potere del sistema comunista o post-comunista, che ha generato favoritismi ed omertá, tante figlie, tante sorelle e tante mogli ancora oggi, dopo sessantacinque anni, non sanno dove riposano i resti dei loro padri, dei loro fratelli, dei loro mariti, in quelle terre maledette della bassa bolognese che videro dopo il quarantacinque scatenarsi la furia delle iene e degli sciacalli, degni emuli dei loro compagni titini, dopo che i leoni erano stati abbattuti.
Perché é bene ricordare che fin quando c'erano i leoni iene e sciacalli stavano rintanati.
Finito anche il tempo delle iene e degli sciacalli giungeva l'ora degli avvoltoi: quelli che consideravano gl'infoibamenti, le deportazioni e le violenze contro i giuliano dalmati una reazione slava all'occupazione italiana.
Poi qualcuno, dall'alto della sua sicumera, colla puzzetta sotto il naso e la kippah in testa dichiarava che quello della Repubblica Sociale era stato il periodo piú scuro della storia italiana, e così sputava sulle tombe e sulle ossa insepolte di chi aveva difeso col sangue lembi della nostra terra, mostrando alle iene e agli sciacalli che finché c'erano loro di là non si passava.
Era arrivata l'ora dei vermi.

domenica 7 febbraio 2010

MA IN CHE MANI SIAMO ?

Dopo aver partecipato al convegno intitolato ''Crescere senza Violenza. Politiche, strategie e metodi'' nel corso del quale é stato presentato il rapporto della o.n.g. "Save the children" dove emerge che un quarto degli italiani utilizza punizioni corporali nell'educazione dei figli, il ministro per le Pari Opportunitá Mara Carfagna dopo aver espresso l'importanza di indagare sui metodi educativi utilizzati dai genitori, ha aggiunto - testualmente - che ''Compito delle istituzioni e di chi, come i media e la pubblicita', arriva in tutte le case e' quello di promuovere un modello di famiglia basato sul dialogo, l'ascolto e la comprensione reciproca, che condanni in maniera ferma ogni forma di violenza''.
In Europa, le punizioni corporali sono giá state vietate in Svezia, Norvegia, Finlandia, Austria, Cipro, Danimarca, Lettonia, Bulgaria, Ungheria, Germania, Romania, Grecia e, dal 2007, anche nei Paesi Bassi, in Portogallo e Spagna.
L'offensiva sta pian piano prendendo piede anche in Italia: col pretesto di tutelare i diritti inalienabili dei minori, essa vuole in qualche modo determinare i genitori alla scelta d'un modello educativo che metta all'indice l'utilizzo della "violenza".
E qui sta un primo punto da chiarire, che coinvolge l'uso del linguaggio quale strumento di dis-informazione, di dis-educazione e, quindi, di lotta politica.
"Violenza" , secondo il Devoto-Oli è una "forza impetuosa e incontrollata"; vis olentus, appunto, una forza sovrabbondante, eccessiva, smisurata.
Oggi, la dittatura mediatico-informativa utilizza quella parola tutte le volte in cui intende stigmatizzare un fatto, di qualunque portata esso sia; ecco allora che un'opposizione, una protesta o anche una ferma presa di posizione in qualsivoglia questione divengono "violente" sol che le si vogliano rendere biasimevoli agli occhi di tutti.
L'accusa di violenza, verbale o fisica, non é piú il risultato d'una valutazione sulla congruitá dei mezzi utilizzati rispetto alle circostanze in cui la forza - che altro non é se non una manifestazione di vitalitá. espressa o verbalmente o col vigore fisico - viene dispiegata e della resistenza che essa deve vincere ma é l'effetto d'un semplice calcolo politico teso a suggestionare, erede del metodo dialettico leninista per cui tutto ció che va nella direzione opposta alla rivoluzione bolscevica, fosse anche una veritá, deve scomparire o soccombere poiché falso.
In poche parole un sapiente utilizzo della menzogna per un lavaggio del cervello collettivo.
Dunque anche nel tema dei rapporti educativi si usa, a bella posta, la parola violenza perché si vuole arrivare direttamente al risultato, senza alcuna riflessione intermedia, sfruttando l'effetto semantico, perché si ritiene - per pregiudizio ideologico - che la punizione corporale, di per sé sia sbagliata, indipendentemente dalle circostanze in cui essa è adottata.
E' in questo scenario ideologico che dobbiamo muoverci per commentare, noi sì senza pregiudizi di sorta, questa nuova manifestazione di - pericolosa - stupiditá raccolta da miss Palazzo Chigi.
Che condanna - appunto - ogni forma di "violenza" che si sviluppi nell'ambito familiare.
Nessuno - men che meno il vostro umile importuno - vuole difendere la violenza, anche quando si manifesta dentro le mura di casa ma "Save the children" non intende limitarsi a combattere la violenza bensì intende proibire le "punizioni corporali" .
Ecco l'equazione: ogni punizione corporale equivale ad una violenza, dunque a qualcosa di male in sè. Conseguentemente ogni punizione corporale é per ció stesso eccessiva, qualunque sia il fine che si prefigge, qualunque sia la resistenza da vincere.
Non si tratta di un'iniziativa volta a eliminare forme marginali di brutalitá ma di una vera e propria rivoluzione copernicana, ossia eliminare l'idea che un genitore possa, certamente in casi estremi, sculacciare o allungare una sberla al figlio ma, soprattutto, eliminare nel bambino l'idea che un padre possa applicargli sanzioni sgradite.
Ció che comporta, come inevitabile corollario, che anche la sola minaccia di punizione corporale debba essere bandita dal novero degli strumenti educativi.
Portando il ragionamento al paradosso dovremo aspettarci un manuale dei comportamenti ad uso dei genitori, un libretto d'istruzioni sulle punizioni-tipo da infliggere ai figli riottosi o, magari, verrá imposto in ogni abitazione un misuratore di decibel che segnali il superamento del limite massimo di volume della sgridata, con immediata segnalazione del caso a "telefono azzurro" ?
E quali decisioni dovrebbe adottare il genitore se il figlio rifiutasse le regole stabilite dall'autoritá paterna o le punizioni "non corporali" suggerite da questi neo-educatori da strapazzo ?
Organizzare una tavola rotonda? Mettere la proposta punitiva ai voti ?
Questo grottesco dibattito non si sta sviluppando soltanto in Italia ma, proprio poche settimane addietro, anche presso la nostra sorella d'oltralpe; una deputata francese dell'UMP (centrodestra), Edwige Antier, pediatra, ha depositato al parlamento francese una proposta di legge volta a proibire l'uso delle punizioni corporali.
"La violenza fatta al fanciullo lo rende a sua volta violento" ergo, sostiene la deputata, occorre "codificare questa proibizione nel diritto di famiglia".
Quella italiana e quella francese non sono altro che espressioni di quella nuova dittatura che si chiama euroburocrazia la quale intende applicare con scientifica tenacia le astrazioni ideologiche proclamate nella carta dei diritti dell'uomo e, da ultimo, nella carta fondamentale dei diritti dell'Unione Europea, sostanzialmente confermata dal trattato di Lisbona; per quel che qui occupa merita rilievo la disposizione contenuta nell'articolo 24, della carta fondamentale che sancisce - oltre astratte dichiarazioni di tutela del minore, anche - udite udite - il principio della "democrazia familiare", così indicato: " I bambini possono esprimere liberamente la loro opinione".
E' ben lungi dal pensiero di chi scrive - e sicuramente di tutti i miei ventidue lettori - ritenere ingiusto ed impraticabile il dialogo tra i genitori ed i figli ma l'idea che una simile ovvietá debba essere codificata appare come il chiaro segnale di una sempre maggiore volontá intrusiva del nascente super Stato demo-burocratico nelle vite private della famiglia il cui buon funzionamento, non di rado, dipende proprio da scelte e decisioni che di democratico hanno assai poco.
Ma alla stupiditá di chi raccoglie questi messaggi - non meno colpevole di chi in mala fede, incatenato ai propri pregiudizi dogmatici, li elabora - si aggiunge l'ipocrisia.
Invece di preoccuparsi di una violenza che non esiste - se non in casi del tutto marginali - il nostro governo e tutta la classe politica dovrebbero cominciare a chiedersi quali influssi negativi i minori ricevono dalla televisione, dai programmi diffusi via internet (che oggi sono visibili da piú dell'ottanta per cento delle famiglie italiane), dall'abuso dei mezzi di comunicazione.
Ma questi strumenti non si toccano perché fanno parte del business.
E i ceffoni invece no.

giovedì 4 febbraio 2010

SOLO COLPA DEI GENITORI ?

La notizia: alcuni genitori sono stati condannati a risarcire una minorenne che subí anni orsono ripetute violenze carnali da parte dei loro figli, pur essi minorenni all'epoca dei fatti; i genitori, secondo la sentenza emessa dal tribunale civile di Milano, non avrebbero vigilato a sufficienza ma, soprattutto, non avrebbero dato ai propri figli una "educazione dei sentimenti e delle emozioni" nel rapporto colle ragazze e avrebbero omesso di fornire quelle "indicazioni che forniscono ai figli gli strumenti indispensabili da utilizzare nelle relazioni, anche di sentimento e di sesso, con l'altra e con l'altro ... Ed in particolare - prosegue il Tribunale - trattandosi di figli preadolescenti o adolescenti, non é stata dedicata cura particolare, tanto piú doverosa in presenza di opposti segnali provenienti da una diffusa cultura di mercificazione dei corpi, a verificare che il processo di crescita avvenisse nel segno di rispetto del corpo dell'altra".
V'é un punto da sottolineare che il tribunale ha colto e che merita approfondimento: il dovere dei genitori d'educare e di far crescere i propri figli é oggi piú pressante che mai data la nefasta influenza d'una "diffusa cultura" intrisa di segnali diseducativi.
Chi scrive é poco convinto della piega che, non da oggi, ha preso una certa prassi in materia di risarcimenti, spesso concessi solo sulla considerazione del danno subito piuttosto che su una rigorosa ricerca del nesso causale tra il fatto e la condotta di colui che si assume esserne il responsabile.
Non conosco la vicenda che ha dato causa alla sentenza milanese ma anche qui, a leggere gli stralci di motivazione pubblicati dai giornali, si percepisce che si é proceduto sulla base d'un sillogismo piuttosto traballante, del tipo : i minorenni hanno compiuto un atto sbagliato ergo i genitori non li hanno educati ad evitare il compimento di quegli atti sbagliati, il che puó essere anche vero ma non é necessariamente vero o quantomeno non esaurisce tutta la veritá.
E' giusto precisare che in materia di danni causati dal minore vige il principio, codificato, per cui spetta ai genitori, che vogliono essere assolti dall'obbligo di risarcire i danni causati dal figlio, dimostrare ch'essi gli hanno impartito un'adeguata educazione.
Il che certo sposta l'asse del problema più a valle ma non basta a soddisfare quella vera esigenza di giustizia di chi non s'accontenta delle presunzioni legali e delle formule stereotipate.
Il punto é: cosa significa dare adeguata educazione ai figli ? La risposta puó essere spaventosamente difficile o anche d'una disarmante semplicitá: insegnar loro cosa é giusto e cosa é sbagliato e prevedere anche giuste punizioni allorché si comportino in maniera diversa da quello ch'è stato loro indicato.
Ma, mi chiedo, basta tutto questo? E questa mia domanda si riallaccia a quello che la stessa sentenza milanese riconosce, ossia la presenza d'una negativa influenza ambientale individuata in una cultura di mercificazione dei corpi; ma, aggiungiamo noi, non si tratta solo di questo: esiste anche una "cultura" di instupidimento e di lavaggio dei cervelli; di stimolo al piacere e al risultato senza sforzi; un culto della bruttezza e del disordine; una campagna ininterrotta d'istigazione al consumo e allo spreco.
Dunque il discorso si fa piú ampio e l'esempio di Milano puó ben estendersi anche a tanti casi di devianza minorile, di violenza, di reati contro il patrimonio, di condotte di teppismo e di vandalismo, di assunzione di stupefacenti e così via.
Anche in questi casi ci si chiede - legalmente e sociologicamente - se l'educazione che i genitori hanno impartito ai figli é stata o no adeguata.
Limitando il proprio sguardo al risultato, si dovrebbe giocoforza, in questo come in tutti i casi, rispondere di no, ricadendo peró nel non proprio convincente sillogismo da cui prima siamo partiti.
Ma un'onesta ricerca della veritá ci deve indurre a valutare tutto il percorso e capire se gli stimoli al male derivano solo da un'insufficiente educazione famigliare, da uno scarso controllo o piuttosto - o anche - da quella diffusa "cultura" la cui influenza il tribunale milanese evidentemente sottovaluta se ritiene che l'educazione sia in grado d' annullarne gli effetti deteriori.
E' questo, dunque, il punto cruciale.
Esiste oggi la possibilitá per i genitori di contrastare con sufficiente efficacia, colla loro autoritá e il loro controllo, le influenze negative che i figli subiscono dal semplice contatto coll'ambiente circostante ?
C'è da dubitarne.
Oggi, si rincorrono sui giornali, in rete, nella televisione continui, incessanti messaggi che inneggiano alla stupiditá, alla fatuitá, alla ricerca del divertimento, del guadagno facile e fortunoso; al successo nelle attivitá trendy e ben pubblicizzate: balletto, spettacolo, canzonettistica; alla libertá assoluta, all'appagamento d'ogni proprio desiderio; da nessuna parte - dicasi nessuna e se esistono essi sono stratosfericamente minoritari - é dato oggi rinvenire messaggi che inducano lo stimolo del dovere piuttosto che quello del piacere.
Gutta cavat lapidem, sentenziavano gli antichi - che avevano giá detto tutto mentre noi ci affanniamo a cercare chissà quali novitá e ci scordiamo che greci e romani avevano giá inventato quel che c'era da inventare e capire quel che c'era da capire - la goccia scava la roccia, e a furia di assorbire tanti soavi e dolci veleni, tante piccole dosi di indifferenza al bene, al giusto e al bello, anche nel ragazzo piú educato del mondo puó aver germinato un minuscolo detonatore capace di esplodere senza preavviso.
Morale ?
Sperare che a noi genitori vada fatta bene e cominciare a pensare seriamente che nelle, ahinoi, centinaia di casi, uguali a quello che é apparso nelle cronache odierne, esistono ben precise responsabilitá - non solo sociologiche ma anche giuridiche - degli avvelenatori dell'anima e della mente dei nostri figli e dei nostri fratelli minori.
I tempi sono cambiati: siamo in un altro mondo rispetto a quando i ragazzi giocavano tutti nel cortile o si ritrovavano nelle parrocchie.
I cortili sono spariti, sostituiti da casermoni senz'anima e senza spazi; le parrocchie si sono svuotate grazie ai preti post conciliari che hanno smesso di predicare la differenza tra il bene e il male.
Altri tempi quando le madri rimanevano a curare gli affari familiari e potevano controllare i loro figli che, male che andasse, ritornavano a casa con un ginocchio sbucciato; mentre oggi i danni che procura loro la tv e la comunicazione sono infinitamente piú profondi, perché il ruolo della madre é stato assunto da uno schermo piatto ed abissale.
I tempi sono dunque cambiati e anche la divisione delle responsabilitá giudiziali deve tener conto della realtà.
Fossi stato uno di quei genitori avrei chiamato in giudizio - se non altro per cominciare a sollevare il problema - anche i network e tutte le compagnie presenti in internet che in questi anni hanno fatto passare migliaia di messaggi pseudoerotici o di provocazione erotica, certamente - dal punto di vista sociale ma, vivaddio, a questo punto anche giuridico, data anche la loro enorme diffusione - responsabili dell'abbassamento, se non dell'abbattimento, dei limiti di ció che si puó chiamare un normale atteggiamento sessuale.
Non sono state forse pronunciate sentenze di condanna di aziende produttrici di sigarette per i danni da fumo provocati ai consumatori ?
Non puó valere lo stesso principio per le aziende produttrici o distributrici di programmi e visioni piú o meno apertamente incitanti all'atto sessuale, certamente capaci di istigare pulsioni deviate ?
La stessa magistratura cominci a prendere atto di questa mutata situazione sociale ma faccia anche un bel mea culpa.
Perché una bella dose di responsabilità, nell'odierno scollamento famigliare, ce l'ha pure lei a cominciare - un esempio per tutti - da quei giudici della Corte di Cassazione che, in una sentenza emessa pochi anni orsono, confermarono la condanna penale d'un padre che, per punire una figlia che aveva sottratto un ciondolo alla sorella e aveva di ció incolpato falsamente il fratello, l'aveva costretta a scrivere piú volte sul proprio quaderno "io sono una ladra e non devo rubare"; ció di cui s'era accorta la sua maestra che aveva denunciato il padre per "abuso dei mezzi di disciplina". Nientedimeno !
Voi sareste stati dalla parte del padre o da quella dei giudici e della maestra?
Io dalla parte di quel genitore, scaricato dalle istituzioni.
Certamente non era un liberale.
Ma allora crepi il pensiero liberale !

mercoledì 3 febbraio 2010

IRAN: POCO CHIASSO QUANDO NON IMPICCANO I DEMOCRATICI

Non so se avete notato una certa discrezione nei media nell'annunciare in questi giorni l'esecuzione di alcuni oppositori del regime iraniano.
Oggi, sul Corriere il titolo d'un servizio sull'Iran é dedicato al leader dell'opposizione "democratica" - Mousavi: la rivoluzione islamica ha fallito - e solo nel sottotitolo si apprende che il regime ha annunciato ed eseguito nuove impiccagioni.
Discrezione che appare strana sol che si pensi allo spazio solitamente dato dalla stampa alle esecuzioni di pene capitali motivate da ragioni politiche, che solitamente sollevano giusti cori d'indignazione e di protesta.
Ma un simile tiepido atteggiamento trova forse una spiegazione nel fatto che i manifestanti non appartengono alla linea "democratica" capeggiata da Mousavi ma ad una cellula dell' Anjoman-Padeshahi-e Iran (Organizzazione Monarchista dell'Iran), un movimento nazionalista ed antimusulmano.
Occorre risalire agli anni venti per ritrovare la presenza d'una corrente nazionalista, ispirata al modello di Ataturk, che invoca la nascita d'uno Stato laico e modernizzato; al suo interno si sviluppò un movimento che rivendicava il passato ariano della Persia e voleva ridare voce alla religione zoroastriana, fortemente perseguitata dall'Islam iraniano.
Essi furono in seguito i piú fedeli sostenitori dello Sciá Reza Pahlavi, poi costretto ad abdicare a favore del figlio in seguito all'invasione anglo-sovietica messa in atto per evitare l'alleanza della Persia con l'Asse e, poiché favorevoli alla Germania, si raggrupparono nella Lega Ariana creando una organizzazione armata di resistenza chiamata "I Vendicatori" che portó a termine numerose azioni contro le truppe alleate.
Tra i piú attivi militanti della Lega Ariana si distinse Hossein Manoochehri, un militare formatosi in Francia, imprigionato dagli alleati per il suo filogermanesimo.
Arrivato ai piú alti gradi della carriera militare - divenne capo di Stato Maggiore dell'armata imperiale - Bahram Ariana (questo il nome che scelse d'adottare, evidentemente privo di connotazioni musulmane e fortemente arianizzato) non abbandonó le sue idee di gioventú; sostenne pubblicamente le rivendicazioni della Lega Ariana per la sostituzione del Corano collo Shahnameh Ferdosi (un libro mitologico che racconta la storia della Persia fino alla sua conquista da parte degli arabi) come libro santo degli iraniani e per l'adozione dell'alfabeto latino al posto di quello arabo.
Esiliato dallo Sciá nel 1971, creó, dopo l'avvento della rivoluzione khomeinista, un gruppo di resistenza chiamato Armata degli Uomini Liberi.
Morto nel 1986 a Parigi gli successe alla guida del movimento Fathollah Manoochehri, che utilizzava lo pseudonimo di Frood Fouladvand, un cineasta che dovette peró fuggire dal rivolgimento del 1979 e che si rifugió poi a Londra dove creó l'Organizzazione Monarchista dell'Iran.
Mantenne fede alla linea della Lega Ariana e alla dottrina del suo predecessore e per questo fu tenuto a distanza dai gruppi filomonarchici democratici e di sinistra delle comunitá iraniane rifugiatesi in Gran Bretagna.
Nell'ottobre del 2007 Frood Fouladvand trovó la morte tentando di attraversare clandestinamente la frontiera fra Turchia ed Iran per raggiungere i propri compagni.
L'Organizzazione monarchista non ha abbandonato la lotta e i recenti arresti costituiscono la prova del suo attivismo.
Il basso profilo che i media hanno riservato a queste esecuzioni la dice lunga sulla buona fede ed obbiettivitá dell'odierna classe dei giornalisti.
Certe morti non emozionano piú queste belle anime, anzi le imbarazzano.
E io, vostro modesto cronista, sono qui per ricordare anche loro: Mohammad-Reza Ali-Zamani (37 anni), Arash Rahmanipour (20 anni).

lunedì 1 febbraio 2010

RIFLESSIONI SUL MARTINI-PENSIERO

Leggo a pagina 13 del Corriere della Sera di domenica 31 gennaio, nella rubrica "lettere al cardinal Martini" un'affermazione, uscita dalla bocca dell'alto prelato, che lascia di stucco.
Richiesto di fornire la propria idea, e l'eventuale soluzione, all'attuale crisi di vocazioni, allo svuotamento delle chiese, alla crescita del numero di bimbi non battezzati, alla diminuzione della frequentazione del catechismo e del calo dei matrimoni religiosi, il cardinal Martini risponde testualmente "Quelli che vengono in chiesa oggi (anche se sono una minoranza) lo fanno con molta piú convinzione e scelta di quanto non venisse nel passato, quando il rispetto per la tradizione e la paura di essere diversi potevano favorire l'ipocrisia e una conformitá puramente esteriore".
C'é da rimanere allibiti.
Dunque i nostri padri, i nostri nonni, le nostre antiche famiglie frequentavano le chiese in un'atmosfera di generale ipocrisia nel timore di ricever biasimo ed essere puntati a dito come "diversi".
Da ció dovrebbe allora derivare, come conseguenza ineludibile della premessa, che anche l'idee dell'indissolubilitá del vincolo matrimoniale, del rifiuto dell'aborto, della famiglia come nucleo essenziale della societá, anche se osservate nella prassi, altro non erano se non il frutto di quella generale tendenza all'ipocrisia ed anzi erano ipocrite e false esse stesse, effetto di quegli stessi pretesi condizionamenti socio-culturali.
Oggi invece le chiese sono frequentate da minoranze (magari "illuminate", giusto cardinale Martini ?) che hanno colto ció che maggioranze (naturalmente ignoranti ed ipocrite) non erano riuscite ad afferrare per 1900 anni !
Non per niente il nostro afferma che "...se guardo alla storia della Chiesa dei secoli passati, ringrazio Dio che mi ha fatto vivere questo tempo ! "
E gli effetti di questo miglioramento "qualitativo", di questo "tempo" di vera, profonda e consapevole scelta sono sotto gli occhi di tutti.
Gioventú schiacciata dalla droga e dall'ignoranza, sterminio di milioni d'innocenti abortiti, caduta d'ogni freno, morale e naturale, al soddisfacimento dei propri bisogni, sbriciolamento d'ogni forma di solidarietá sociale e primato del profitto senza etica e senza merito, perdita d'ogni punto di riferimento, uso generalizzato della menzogna, crollo d'ogni parametro di bellezza e di giustizia.
Ha ragione il Cardinale. Le maggioranze di ieri erano meno convinte delle minoranze di oggi.
Un tempo, quando un sacerdote svolgeva il proprio vero compito, cioé faceva catechesi e spiegava la Dottrina, quelle famiglie, quei ragazzi, quei vecchi e quelle vecchie, quei fedeli si recavano numerosi alla messa domenicale perché erano costretti dal retaggio, ch'essi avevano nel sangue, di secoli e secoli d'oscurantismo clericale.
E con loro anche i milioni ( 27, dicansi ventisette per la precisione) di cattolici che ovviamente per ipocrisia, per timore, per conformismo sociale affollarono negli anni cinquanta le strade, le chiese, le piazze di tutta Italia per assistere al pellegrinaggio della Madonna di Fatima.
Quello straordinario rinnovamento spirituale, quella messe di conversioni che furono suscitate dalla Peregrinatio Mariae furono dunque il frutto di un atteggiamento esteriore, di un'apparenza di sentimento, den diversi dalla "convinzione" e dalla "scelta" che oggi animano il nuovo mondo dei fedeli.
Alla massa incolta e "inconsapevole" che s'inginocchiava davanti all'immagine sacra, certo mossa anche da timore (ma che derivava questo dal rispetto verso chi era alto ed inconoscibile) oggi s'é sostituita una minoranza colta e consapevole che s'é affrancata dai vincoli farisaici del dovere sociale e dalle ipoteche d'un fanatismo di stampo crociato, abbeverandosi alla fonte d'una religione che promette benefici e risparmia i castighi, che non parla di bene e di male, che offre a basso costo la salvezza a tutti e che non osa pronunciare le parole "dannazione eterna" per non terrorizzare questi neofedeli dallo stomaco debole.
Del resto non é giusto spaventarli colla minaccia d'un male irrimediabile perché così li si indurrebbe ad una scelta "non consapevole", ipocrita, vittima di quella sorta di ricatto che é "il rispetto della tradizione" !
Lasciamoli allora dialogare col neosacerdote davanti a quella bella "tavolata" e magari sentiamo cosa ci propongono le altre fedi che, in quanto tutte capaci d'indicare parallele vie di salvezza, appaiono meritevoli di approfondimento ed interesse.
* * *
Finte, infingarde, apparenti, esteriori sono state dunque le professioni di fede dei cristiani del tempo passato ? Ed é su queste falsitá che si é costruita la Chiesa? La civiltá europea e le sue istituzioni, giuridiche e sociali, tributarie della dottrina e della prassi cristiane ma di cui tutto il mondo é a sua volta debitore, sono dunque il frutto d'una grande illusione?
Evidentemente no.
Peró sono queste le conclusioni, paradossali ma inevitabili, a cui si giunge partendo dalle affermazioni del cardinale Martini. E dalle quali traspare una spaventosa presa di distanza, assai prossima all'odio - il tutto sapientemente dissimulato - verso tutto ció che é stato "prima"; prima che il fedele si rigenerasse, "risvegliando" la propria consapevolezza, abbandonando i ricatti del passato, affrancandosi dalla conformitá e da un timore quasi superstizioso.
Non sentite puzza di massoneria ?