mercoledì 26 ottobre 2011

PERONISMO / PERONISMI

La vittoria di Cristina Kirchner alle elezioni presidenziali e quella del suo raggruppamento (Frente para la Victoria) per il rinnovo parziale di camera e senato erano ampiamente scontate.
La percentuale ottenuta dalla "Presidenta" (54%) è seconda solo a quella raggiunta da Juan Domingo Peron nelle elezioni del 1951 quando il generale
raggiunse oltre il 62% dei consensi.
E' un errore però ravvisare nella politica di Cristina Kirchner una sorta di continuità rispetto all'originaria dottrina "justicialista".
Sotto la sigla del peronismo si sono succedute presidenze e politiche economiche profondamente diverse se non opposte: se Peron alla fine degli anni quaranta nazionalizzò le ferrovie, allora appartenenti a compagnie private britanniche (che coi loro costi di fatto azzeravano i ricavi degli imprenditori locali), il peronista Menem (sfiorò il 50% dei consensi in occasione della sua rielezione del 1994) colla sua politica liberista fatta di privatizzazioni e "dollarizzazione" dell'economia argentina (responsabile del default del 2001) è, a sua volta, lontano anni-luce dalle scelte popolari/populiste e spesso demagogiche della vedova Kirchner.
Alla quale va riconosciuto il merito di aver aiutato le classi medie e medio-basse a sopportare la perdita di valore del peso (che soffre di una svalutazione del 20% all'anno) attraverso una politica di abbassamento dei prezzi dei prodotti di prima necessità (gas, luce, acqua e trasporti costano agli argentini un sesto di quello che pagano i brasiliani o i cileni; ma ancora per quanto?). Però a questa encomiabile volontà di garantire con prezzi politici alcuni bisogni fondamentali, ciò che spiega il recentissimo plebiscito tributatole, non corrisponde una lungimiranza in altre fondamentali scelte economiche.
L'Argentina è per sua natura destinata ad essere un paese esportatore; con quaranta milioni d'abitanti, una superficie grande undici volte l'Italia e una ricchezza di prodotti, di qualunque genere, dai metalli all'allevamento ai frutti della terra, chi potrebbe pensare ad una economia chiusa al mercato internazionale? Juan Domingo Peron sostenne l'iniziativa privata e l'agricoltura incoraggiando il consumo; il governo attuale, accecato dai pregiudizi ideologici di alcuni ministri, vede nell'imprenditore (soprattutto quello agricolo) un nemico e pone incomprensibili e assurde limitazioni al commercio estero, in entrata e in uscita.
L'ubriacatura demo-progressista dell'attuale società argentina ha provocato un'altra vittima: la Giustizia. Tralasciando le voci, insistenti e soffocate, sull'arricchimento personale della famiglia presidenziale, il cui patrimonio risulta centuplicato da quando Nestor Kirchner fu eletto presidente nel 2003, e pure trascurando il sistema clientelare dell'attuale gruppo dirigente, va sottolineato che oggi marciscono nelle galere argentine un migliaio di militari, accusati di crimini legati alla lotta contro il terrorismo nel periodo 1976-1983, quando il regime militare assunse il potere.
Il primo governo Kirchner fece infatti abrogare la legge di amnistia che Menem prima e Duhalde poi concessero, gradualmente, sia ai militari sia ai terroristi; il perdono per tutti doveva favorire la riconciliazione nazionale ma l'annullamento della legge, disposto SOLAMENTE per i delitti dei militari, ha fatto riprecipitare l'Argentina in un clima gonfio di spirito di vendetta.
Un migliaio di persone - fra cui moltissime in età avanzata - aspettano da sette anni la conclusione dei loro processi, e dunque sono innocenti fino prova contraria; nel frattempo 140 di loro sono morte di vecchiaia o di malattia dietro le sbarre. Mentre per i terroristi che dal 1970 fino all'inizio degli anni ottanta si macchiarono di omicidi di poliziotti, di ufficiali dell'esercito, di soldati, di dirigenti politici e sindacali (quasi tutti peronisti !), di cittadini inermi, di mogli e figli di ufficiali, di sequestri ed estorsioni, d'attentati dinamitardi, per loro nessun processo, nessuna condanna, anzi la riabilitazione politica.
E non solo quella; indennizzi di 200.000 dollari per ciascuna persona riconosciuta "vittima del governo militare", con criteri di giudizio simili a quelli usati nel dopoguerra italiano per i riconoscimenti della "qualità" di partigiano; nessun indennizzo invece è stato mai destinato alle vittime degli attentati e della violenza terroristica. Desaparecidos pure loro.
L'umiliazione delle Forze Armate e la rivalutazione di vecchi rottami del terrorismo ideologico (e non solo ideologico) degli anni settanta/ottanta, oggi ben saldi in posizioni di potere, si accompagnano ad evidenti derive di stampo progressista: la legalizzazione del matrimonio omosessuale e l'imminente legalizzazione dell'aborto ne costituiscono segni inequivocabili.
Resta però un dato incontestabile: il "justicialismo" è l'anima dell'Argentina; l'eredità del peronismo, in verità più romantica e nostalgica che strettamente dottrinale, rimane la memoria storica della nazione ed il voto a Cristina Kirchner più che un riconoscimento delle sue capacità, rappresenta il pegno della nazione a quell'ideale che pulsa nel sangue della stragrande maggioranza degli argentini; ed è in questo stesso solco, paradossalmente, che dovranno operare le forze nazionali (sottorappresentate elettoralmente dal modesto risultato del candidato - anch'egli peronista ma "dissidente" - Duhalde) per opporsi con successo alle derive progressiste e vendicative del "Kirchnerismo".

giovedì 6 ottobre 2011

MULTIPOLARITA' 1 — NATO 0

di Xavier Moreau
articolo apparso su www.realpolitik.tv
traduzione e diffusione autorizzate

Lo scacco della risoluzione occidentale contro la Siria rappresenta un nuovo duro colpo all’imperium americano.
Contrariamente a quanto accaduto con la Serbia nel 1999 e coll’Irak nel 2003, l'amministrazione americana non può persistere nella violazione dei limiti del diritto internazionale. L'impotente collera di Susan Rice (ambasciatrice degli Usa all'Onu) testimonia l'arretramento della posizione dell’ex-potenza mondiale sulla scena internazionale. Il ritornello moralizzatore, utilizzato dalla diplomazia americana in questi ultimi vent'anni, non commuove ormai che la stampa occidentale. Gli Stati Uniti di Barack Obama non sono più quelli di Bill Clinton, dove la pianificazione e l'esecuzione d’una epurazione etnica, come quella dei serbi di Krajina, potevano avvenire senza provocare la minima seria opposizione internazionale.
Gli Stati Uniti raccolgono oggi i frutti di vent'anni d’una politica estera cinica e controproducente. L'atteggiamento servile della stampa occidentale ha perduto la sua ragion d'essere visto che i popoli europei non le prestano più fiducia. Certamente, i regimi islamisti e islamo-mafiosi piazzati in Bosnia e in Kosovo, il sostegno ai terroristi nel Caucaso e ormai ai Fratelli Musulmani nei paesi arabi, non hanno scosso l'opinione pubblica dei paesi occidentali. Al contrario, per Cina e Russia, l’ « Islamerica» è una minaccia perfettamente tenuta in conto, non soltanto in politica estera ma ugualmente in politica interna.
La Russia, grazie a queste crisi arabe, ha fatto passare un messaggio chiaro. Che sosterrà sempre i suoi leali alleati. La Siria può oggi felicitarsi di non aver tenuto comportamenti ambigui nei confronti del suo potente alleato. Nel 2010, l’Iran aveva fatto le spese del suo avvicinamento con la Turchia e la Russia aveva lasciato allora agire il Consiglio di Sicurezza dell'ONU contro Téhéran. Per quanto riguarda Gheddafi, i suoi tentennamenti con l’Occidente ne avevano fatto un partner di dubbio affidamento agli occhi di Mosca. Proprio il Rais ha firmato la propria condanna, il giorno in cui ha voluto diventare alleato degli occidentali, come tutti quei « visionari » che furono lo Scià di Persia, il generale Noriega, Slobodan Milosevic, Saddam Hussein, Laurent Gbagbo…
I futuri potentati che saranno piazzati nei paesi conquistati dalla NATO faranno meglio ad avvicinarsi alla Russia, poichè come Moubarak o Ben Ali, sono tutti surrogabili, giudicabili e condannabili.

sabato 3 settembre 2011

LA LIBIA DI GHEDDAFI SOTTO LE BOMBE DELLA NATO

LA LIBIA DI GHEDDAFI SOTTO LE BOMBE DELLA NATO
(tratto da "Chronique du choc des civilisations" di Aymeric Chauprade, IIº edizione, Parigi 2011, traduzione e diffusione autorizzate)

IL REGIME DEL COLONNELLO GHEDDAFI ERA RIUSCITO A MANTENERE UNA CERTA UNITA' IN UN PAESE DI FATTO PROFONDAMENTE FRAMMENTATO. LA SOLLEVAZIONE DEI TERRITORI DELL'EST, NELLA PRIMAVERA DEL 2011, HA INIZIALMENTE UN CARATTERE TRIBALE. QUANTO ALL'INTERVENTO ARMATO DELLA NATO, NON E' SENZA RELAZIONE COLLE RICCHEZZE IN PETROLIO E IN GAS PRESENTI NEL SOTTOSUOLO E NELLE PROFONDITA' MARINE DELLA LIBIA.

Il 1º settembre 2009, il regime del colonnello Muhammar Gheddafi festeggia in grande pompa il suo 40º anniversario. Riabilitato dal 2007 da Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, il regime ha ufficialmente girato le spalle al terrorismo (esplosione di due aerei commerciali occidentali, sopra Lockerbie e sopra il deserto del Teneré, ma anche sostegno all'IRA e all'ETA basco negli anni settanta-ottanta) e alle armi di distruzione di massa.
Quel giorno a Tripoli, tra i numerosissimi invitati d'onore venuti dal mondo intero si ritrovano i presidenti dello Zimbabwe Mugabe e del Sudan Omar Hassan al Bashir, il capo più noto della pirateria somala, Mohammed Abdi Hasan Hayr, il premier italiano Silvio Berlusconi....
A metà febbraio 2011, l'onda d'urto conseguente all'affondamento dei regimi di Ben Ali in Tunisia e di Moubarak in Egitto provoca una nuova sollevazione delle province ribelli al governo di Tripoli.
La LIbia sprofonda rapidissimamente nella guerra civile e degli aspri combattimenti s'accendono tra le forze lealiste (Tripolitania all'ovest) e i ribelli di Bengasi (Cirenaica all'est).
Il 19 marzo 2011, mentre in Bahrein la polizia spara sui manifestanti sciiti già da più d'un mese, una coalizione condotta da Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna (che ha ottenuto un limitato mandato ad agire dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite - risoluzione 1973), lancia la sua offensiva in Libia.
L'intervento della NATO ha luogo in uno Stato la cui unità è fragile. La LIbia non è uno Stato-nazione; essa è costituita dalla somma di tre province (Tripolitania, Cirenaica, Fezzan) che si sono sempre opposte le une alle altre. L'unità del paese s'è costituita attraverso l'ideologia della rivoluzione di Gheddafi nel 1969 (la Jamahiriya), ma questa non ha mai annullato le logiche tribali e solo l'abilità del leader della rivoluzione ha saputo calmare gli antagonismi.
La geopolitica della Libia è innanzitutto quella delle 140 tribù (di fatto una trentina soltanto hanno un peso reale) che popolano le due province costiere tradizionalmente antagoniste, la Tripolitania e la Cirenaica (ossia l'essenziale della massa demografica del paese) e l'immensa provincia desertica del Fezzan.
La Cirenaica guarda verso l'Egitto (dove i ribelli hanno trovato dei sostegni) ed il Medioriente, mentre la Tripolitania è rivolta verso il Maghreb (ciò che spiega, oltre alla paura del contagio rivoluzionario, il discreto sostegno dell'Algeria al regime di Gheddafi). La Cirenaica è la culla dello Stato moderno della Libia, fondato da una monarchia uscita dall'ordine dei Senussi, una corrente sufi fondata nel 1842 ad Al-Baida, che pratica un islam rigorista e conservatore; questa corrente ha sempre rappresentato una forza politica sotterranea opposta agli aspetti modernizzatori e laicizzanti della rivoluzione gheddafiana. Ospita al suo interno le correnti dijhadiste più radicali del paese.
Gheddafi, membro della tribù tripolitana dei Kadhafa, rovescia il re Idris Iº nel 1969. Favorisce la sua tribù e tuttavia, questa non essendo numerosa, forma un'alleanza con le due altre grandi tribù dell'ovest del paese, i Warfallah (Tripolitania, un sesto della popolazione, ossia più d'un milione di libici) e i Magariha (Fezzan). Le altre tribù di Tripolitania, meno numerose e più distanti della confederazione tribale pro-Gheddafi, saranno regolarmente contaminate dallo spirito di sedizione.
Ma sono le tribù di Cirenaica che hanno costituito da sempre - e ben prima del 2011 - i bastioni della ribellione contro Tripoli; a cominciare dagli Zumaya, la più importante delle tribù libiche, protettrice d'importanti campi petroliferi (Sarir, Messla, Aquila). Alcune di queste tribù sono nel campo dell'islamismo radicale: i Misurata (all'est, assai presenti a Bengasi e a Darnah), gli Al-Awiqir (Al-Baida, città dei Senussi).
ARMI RIVENDUTE AI TERRORISTI
Il 20 febbraio 2011, quando Seif Al-Islam, uno dei figli di Gheddafi, paventa la prospettiva d'un bagno di sangue in un suo discorso trasmesso per televisione (e la cui presentazione, deformata dai media occidentali, servirà da pretesto all'asse Washington-Londra-Parigi per intervenire militarmente), egli prende di mira in realtà "l'emirato islamico di Al-Baida". Il potere libico non fa che agire esattamente come fa, nello stesso momento, il potere yemenita di Alì Abdallah Saleh, il quale pratica ugualmente la punizione collettiva delle tribù ribelli - una tradizione tribale e beduina.
Una spiegazione che i poteri occidentali si guardano bene dal mettere in luce, poiché essa vale ugualmente per l'insieme dei loro alleati del golfo arabo-persico !
La stessa disinformazione occidentale si diffonde a proposito dei pretesi mercenari neri di Gheddafi. Si tratta in effetti dei Toubous, una delle tribù turbolente della Libia che, come i Tuareg, vive in piccoli gruppi nelle difficili condizioni del deserto, vicino alle montagne del Tibesti. Si tratta dunque di libici e non di stranieri. Ed essi sono pagati, come quasi tutte le tribù che entrano nell'uno o nell'altro dei campi, poiché nella tradizione araba beduina la fedeltà la si compra coll'oro. Del pari, la geopolitica libica deve prendere in conto i Tuareg, berberi puri che non si sono mescolati alle popolazioni arabizzate delle coste e che praticano il nomadismo vicino alla frontiera algerina. I Tuareg hanno recuperato una parte delle armi razziate nei depositi di munizioni dell'esercito regolare e le rivendono a trafficanti e a terroristi (AQMI - Al Qaeda Maghreb Islamico) di ogni risma.
La realtà libica è dunque quella dello scoppio dell'equilibrio tribale che Gheddafi aveva saputo mantenere grazie alla manna petrolifera. Sono d'altronde gli interessi petroliferi, dissimulati (come in Afghanistan, in Iraq, nel Darfour...) dietro la maschera del dovere d'ingerenza democratica ed umanitaria, che spiegano ampiamente l'interventismo occidentale.
La rimozione dell'embargo nel 2003 e la corsa alle risorse energetiche del paese avevano fatto dimenticare al grande pubblico (ma non alle grandi compagnie petrolifere) il ruolo centrale di Gheddafi nel primo choc petrolifero del 1973 e le nazionalizzazioni ch'egli decise nel suo paese.
I nazionalismi petroliferi della Russia, dell'Iran, del Venezuela, dell'Ecuador e della Libia costituiscono effettivamente il nemico assoluto delle "majors" occidentali, oscurate sempre di più dalle grandi compagnie nazionali dei paesi produttori (Petrobras in Brasile, PDVSA in Venezuela, Rosneft e Gazprom in Russia...).
UN' ALTERNATIVA AL GAS RUSSO
Il petrolio libico è di ottima qualità e il suo costo d'estrazione è basso. E', così come il suo gas, geograficamente vicino all'Europa. La Libia rappresenta il 40% delle riserve di petrolio in Africa, il 3% delle riserve mondiali ed è il secondo produttore d'oro nero del continente, dietro la Nigeria e davanti all'Algeria.
Petrolio e gas costituiscono il 95% dei ricavi delle esportazioni della Libia, ossia, nel 2009, 30 miliardi di dollari derivati dal petrolio e 3.8 miliardi dal gas: al tempo stesso, lo Stato libico importa il 75% dei propri bisogni alimentari, ciò che costituisce una debolezza ancora maggiore.
Quanto al gas, esso è in ritardo sul petrolio in termini di sfruttamento. La Libia rappresenta un potenziale assai importante per l'Europa e, come l'Algeria, un serbatoio alternativo al gas russo (un terzo delle riserve mondiali). In questi ultimi tempi la Libia, come l'Algeria, si stava avvicinando a Mosca. L'Europa (gli Stati Uniti essendo autonomi quanto al gas) temeva forse una "Opec" del gas capace di strangolarla? Lo sfruttamento del gas costituisce una posta in gioco importantissima nei decenni a venire, poichè la metà delle riserve petrolifere continentali contengono del gas associato.
Il più grande progetto concernente il gas, nel mondo, è offshore, situato al largo di Ghadames, nel nord-ovest del paese (con un obiettivo di produzione di 10 giga metri cubi di gas all'anno; ndt 1 gm = 1 miliardo di metri cubi).
Ad ognuno degli elementi geopolitici antagonisti che sono la Tripolitania e la Cirenaica, corrisponde una zona di produzione d'idrocarburi (petrolio e gas). La Tripolitania estrae il petrolio dal campo Elefante, situato nel deserto dell'ovest (Fezzan) e l'invia a Tripoli ma vi è anche il campo gasifero di Wafa che utilizza il gasdotto Greenstream dalla frontiera algerina fino in Italia; una parte costituita da gas liquefatto alimenta la Spagna. Dai campi petroliferi della Cirenaica il grosso del petrolio libico parte verso la raffineria strategica di Ras Lanuf.
Sotto il regime di Gheddafi l' ENI (presente dal 1959, ossia dieci anni prima della presa del potere del rais) è divenuto l'attore straniero maggiore nel settore petrolifero e gasifero libico. L'Italia dipende d'altronde dalla sua ex colonia per il 24% del petrolio importato e per il 15% del gas importato, percentuali certamente considerevoli.
Una Libia governata dall'est (Bengasi) e non più dall'ovest (Tripoli) avvantaggerebbe gli inglesi del British Petrolium - BP ; questa compagnia nutre delle ambizioni fortissime in Libia, particolarmente nello sfruttamento delle profondità dell'offshore marino situato nel golfo della Sirte.
Dopo la catastrofe del golfo del Messico dell'aprile del 2010 che ha seriamente colpito le sue finanze, BP deve trovare urgentemente delle nuove riserve da sfruttare. Gheddafi, dopo quella catastrofe, aveva alzato le sue pretese per l'autorizzazione al trivellamento nel golfo della Sirte. BP e Total s'attendono molto da un nuovo regime costituito da uomini di fiducia di Londra e Parigi. Gli italiani, in compenso, avranno senza dubbio delle difficoltà a mantenere i propri interessi allo stesso livello del periodo del vecchio regime.
La Libia del dopo-Gheddafi è entrata in un clima di permanente guerra civile. Le potenze occidentali, che intendono riorganizzare il dato petrolifero e gasifero, si scontreranno a molti ostacoli per ritrovare la stabilità: in primo luogo, come in Iraq nel 2003, i depositi d'armi dell'esercito regolare sono stati razziati; la popolazione è armata ed è prevedibile un utilizzo massiccio ed indiscriminato di "IED" (ordigni esplosivi improvvisati). In secondo luogo l'equilibrio tribale è saltato e senza l'emergenza d'un uomo forte capace di ricostruirlo, appare prevedibile una guerra intertribale paragonabile a quella comunitaria dell'Iraq post Saddam Hussein .
In terzo luogo l'Algeria e l'Egitto, in maniera tra loro contrastante, cercheranno di giocare un ruolo nel dopo-Gheddafi.
UN BASTIONE DELL'ISLAMISMO RADICALE
Della caduta di Gheddafi e della divisione duratura del paese rischia di approfittare l'islam radicale. I djihadisti libici hanno partecipato per lungo tempo alle operazioni in Afghanistan (contro i russi), in Bosnia, in Cecenia, in Iraq. Dopo aver lasciato l'Afghanistan all'inizio degli anni novanta, molti djihadisti sono rientrati in patria creando un gruppo divenuto nel 1995 il "Gruppo libico di combattimento islamico" che conduce una guerriglia contro Gheddafi. Il 3 novembre 2007 un messaggio audio del numero 2 di Al-Qaeda, Ayman Al-Zawahiri, indicava che il gruppo s'era ufficialmente unito alla rete islamista. Al-Qaeda ha sempre potuto contare su un numero importante di libici al più alto livello, quali Abu Yahya Al-Libi, Anas Al-Libi, Abu Faraj Al-Libi (detenuto a Guantanamo) e Abu Laith Al-Libi, ucciso nel gennaio 2008 da un drone in Pakistan. Il peso della partecipazione libica nella lotta djihadista in Iraq è poi divenuto evidente quando, nel settembre 2007, gli americani hanno sequestrato degli schedari di Al-Qaeda in una casa della città irachena di Sinjar. Questi "Sinjar files" hanno rivelato, in primo luogo, che i libici costituivano la prima nazionalità tra i djihadisti stranieri in Iraq e, in secondo luogo, ch'essi venivano tutti da Darnah e da Bengasi (Libia orientale). Dopo l'Afghanistan (durante la guerra fredda), poi le guerre di Bosnia, del Kossovo e dell'Iraq, dopo il sostegno all'AKP in Turchia e ai Fratelli Musulmani nel mondo arabo, gli USA offrono in Libia un nuovo episodio della loro alleanza sotterranea con l'islam radicale.

domenica 20 marzo 2011

EUROPA CALANTE LUNA CRESCENTE

Fino a che punto debbono o non debbono riguardarci - a noi italiani e all'Europa a cui bene o male apparteniamo, per ragioni storiche, etniche e geopolitiche ben precedenti il sorgere della dittatura burocratica di Maastricht, Lisbona e Bruxelles - gli scontri tra i briganti libici, pro e anti Gheddafi?
Basterebbe osservare la cartina geografica per capire che la cosa ci concerne assai e non solo perché la Libia ci fornisce petrolio ed è una porta d'accesso dell'immigrazione africana ma perché la storia sta ridisegnando il bacino del Mediterraneo come punto nevralgico dei futuri equilibri mondiali.
Iniziato il suo declino colle scoperte dei nuovi mondi e spostandosi il baricentro degli interessi economici sempre più a occidente colle potenze europee che mantenevano peró per lungo tempo la barra del timone saldamente nelle proprie mani, la conseguente atlantizzazione dei commerci contribuì in maniera determinante alla perdita d'influenza dell'impero turco e alla sua progressiva marginalizzazione economica, politica e militare, culminata col suo smembramento, ultimo capitolo di quel processo di decadenza; e con esso alla perdita di vitalitá dell'islamismo, inteso come volontá di potenza espressa dagli stati o dalle nazioni seguaci di Maometto, che proprio nella politica espansionistica della Turchia aveva trovato la più compiuta espressione.

Ogni analisi dev'essere condotta "frigido pacatoque animo"; lasciamo dunque da parte pregiudizi, propensioni ideologiche, rancori, simpatie.
Gheddafi è un mascalzone che ha umiliato l'Italia - che a sua volta gliel'ha però permesso - depredando decine di migliaia di nostri connazionali e Tripoli, lui consenziente, ha rappresentato per vent'anni un canale del terrorismo internazionale; tali non indifferenti precedenti storici ci debbono servire peró non già come cieche ragioni di rivincita ma al più come metro di giudizio, per valutare la psicologia e dunque le possibili reazioni del satrapo libico.
Al tempo stesso evitiamo però di cadere nella tentazione opposta, come fanno coloro che, vedendo in lui il difensore del proprio popolo e dei suoi interessi nazionali, si schierano ideologicamente e a priori contro ogni suo avversario.
E chiediamoci piuttosto se queste profonde turbolenze del mondo musulmano
- unite ad un riposizionamento d'una Turchia sempre meno filooccidentale, sempre meno "laica" e incamminata, dopo la parentesi kemalista, ad una reislamizzazione della propria società - non rappresentino il sintomo preoccupante d'un forte risveglio islamista o quantomeno possano fungerne da detonatore; giá stuzzicato dalla brutale e banditesca condotta dello stato sionista e dalla miope politica mediorientale degli Stati Uniti oltre che dalla filantropica apatia dell'Europa il risveglio del sogno islamico appare oggi favorito dall'accresciuta importanza del Mediterraneo liberatosi dalla morsa del bipolarismo della guerra fredda; qui s'incrociano infatti interessi europei, islamo-islamistici, usa-sionistici e anche russi, questi ultimi attraverso le basi militari in quella propaggine mediterranea che è il mar Nero a cui s'affaccia un'Eurasia caucasica cartina di tornasole dei rapporti di forza tra Washington e Mosca.
Il confine marittimo che separa il sud dell'Europa dal Magreb sta ribollendo, esattamente come tanti secoli fa e il fuoco che lo sta riscaldando è alimentato non solo dal petrolio ma anche da un mai domato ardore islamistico, d'espansione e di rivincita; senza contare che già un islam è presente in Europa (Bosnia, Albania e il banditesco regime del Kossovo), sia pur ridotto a far da bagascia degli interessi statunitensi.
Questo occorreva forse mettere in conto nel momento in cui ci si preparava ad intervenire; chiedersi se Gheddafi fosse o no il male minore e/o quali garanzie potesse fornire il partito avversario ai sia pur variegati interessi degli stati europei.

Occorrerebbe però sfilarsi le lenti, deformanti, della democrazia e dei diritti dell'uomo, che nelle relazioni internazionali - e men che meno nello scenario
libico - non contano un bel nulla e che infatti nessuno degli attori mondiali (Cina e Russia in primis) a differenza dell'Europa (che però è una debole comparsa) si sogna mai d'inforcare (gli Usa sì ma utilizzano lenti truccate) e guardare in faccia la realtá, che ci rivela cose piuttosto evidenti: primo, che l'islam, testa di ponte dell'islamismo, è già profondamente penetrato nei nostri territori e si sta riaffacciando sulla scena scaraventando sulla bilancia la propria forza demografica, una notevole aggressivitá spesso associata al fanatismo e, last but non least, la propria volontà di rivalsa.
Secondo, che in questa contrapposizione geopolitica gli Stati Uniti giocano un doppio gioco: da un lato guida e punta di lancia dell' "occidente" nella lotta al terrorismo internazionale, ruolo che permette a Washington di dettare bersagli e strategie ai suoi soci di minoranza e,dall'altro, alleato dell'islamismo sia in funzione anti-russa sia in funzione d'indebolimento del nostro continente sia in funzione di boicottaggio d'un possibile avvicinamento Mosca-Europa (Bosnia, Kosovo, Cecenia, pressioni su Bruxelles per l'entrata della Turchia in Europa).

E' per questo che l'operazione anti-Gheddafi sembra nascere sotto cattivi auspici: il dissenso tra le due maggiori potenze continentali, che sottolinea l'inesistenza dell'Europa come polo geopolitico, la presenza di Gran Bretagna e, soprattutto l'appoggio statunitense, finiranno per giovare principalmente al polo anglosassone e alla strategia statunitense di controllo delle fonti energetiche, il tutto ancora una volta mascherato da pretese umanitarie e cioè il soccorso alle popolazioni ribelli; e chissà se l'affannoso sgomitare italiano alla ricerca d'un ruolo di primo piano nell'operazione militare in corso potrà garantirci un domani il mantenimento dell'attuale approvvigionamento di petrolio libico.
E se riuscirà anche ad evitare quella apocalittica invasione - già profeticamente annunciata da Jean Raspail nel "Campo dei Santi" - che oggi non appare più come uno spettro lontano ma giá si mostra con reali ed angoscianti avvisaglie, segno premonitore della pesante recrudescenza d'uno scontro civilizzazionale
già ri-avviato e che rispetto a settecento anni fa ha solo cambiato tecniche di combattimento.
Ed i lampedusani se ne stanno accorgendo a proprie spese; abbandonati da uno Stato italiano incapace anche solo di biascicare la parola "no" poichè in coma irreversibile e da un'Europa ancora alla desolante ricerca di sé stessa, la loro coraggiosa reazione dimostra tuttavia che l'elettrocardiogramma della nazione non è ancora del tutto piatto.

giovedì 17 marzo 2011

ITALIA 1861-2011. COMPLEANNO O FUNERALE?

E' piuttosto zuccherosa la minestrina che ci hanno servito in questi giorni; come un melenso e precotto cenone di capodanno, quell'immancabile appuntamento dove il divertimento, più che garantito è obbligatorio, così è divenuto quasi un “must” proclamarsi fieri e gonfiare il petto d'orgoglio patrio in questo centocinquantesimo anniversario dello stato italiano.
Lasciando da parte tutte le pur legittime critiche di chi rammenta il peso degl'interessi stranieri nella costruzione della nostra unità, l'appoggio della massoneria, le losche imprese dell'eroe nazionale, la rapina perpetrata ai danni delle casse del sud, la sostanziale tiepidezza delle popolazioni che accettarono l'unità senza peraltro avervi contribuito, ciò che si va in giro domandando è se esista oggi in Italia un comune senso d'appartenenza che possa essere recuperato e proiettato verso il domani in una prospettiva di rinascita della nazione.
E' ciò che si afferma con perentoria sicurezza nell'editoriale odierno del Corriere della Sera, significativamente intitolato “orgoglio italiano” dove, citandosi i casi di Francia e Stati Uniti, già un tempo teatri di sanguinose guerre civili, di Spagna e Gran Bretagna, ancora scosse da cruenti tremiti separatisti, s'arriva alla confortante conclusione di come anche violenti contrasti all'interno delle nazioni non impediscano la possibilità di coesione e riconoscimento di valori condivisi.
A parte il fatto che in una Europa squassata da secoli di guerre religiose, civili, ideologiche gli unici “valori” che guidano una nazione sono quelli di chi l'ha spuntata e la favoletta della “condivisione” è un ingannevole ritornello preparato dai furbi per gli sciocchi, il paragone coll'Italia è comunque improponibile.
Francia, Stati Uniti e Gran Bretagna hanno in comune una vocazione imperiale (a modo suo anche la Spagna) o imperialista che ha determinato in esse una visione più ampia e comunque più complessa del loro divenire storico; Francia e Stati Uniti, in tempi e modi diversi, ma con una stessa impronta giacobina, hanno inteso esportare il modello che s'era affermato al loro interno, la prima cercando d'impiantare oltre confine il modello rivoluzionario/egualitario, sia nell'epoca napoleonica sia nelle successive imprese coloniali e i secondi inondando di “democrazia” e di prodotti usciti dalle loro fabbriche, il tutto garantito da governi-fantoccio, i territori che interessavano la loro strategia geopolitica. Più cinici ma senz'altro meno ipocriti gl'inglesi che, senza tanti contorcimenti ideologici, occupavano e feudalizzavano i dominions, rendendoli tributari ed associandoli al proprio destino.
La vocazione imperiale dà in ogni caso il senso d'una missione che va al di là dei secolari e mai spenti regolamenti di conti interni, sopisce l'incubo dei fantasmi familiari, dando sfogo ad energie e vitalità che altrimenti cozzerebbero l'una contro l'altre ed è un ottimo mezzo per garantirsi una discreta scorta d'indipendenza anche nei tempi di vacche magre.
Lo dimostra la Francia che, lacerata da una guerra civile non meno cruenta di quella italiana e da un dopoguerra ancor più colmo di vendette, grazie al fiuto di De Gaulle seppe sottrarsi al potere anglosassone già divenuto il centro politico e strategico del mondo europeo-occidentale mantenendosi potenza e garantendosi autonomi spazi di agibilità.
L'Italia, dopo gl'illusori fasti del fascismo e il sogno d'essere divenuta nazione di rilievo mondiale, rinasceva però coll'operosità, col senso del dovere e coll'iniziativa imprenditoriale; il nostro boom economico era la nostra piccola ma significativa ri-conquista del mondo e dimostrava che il nostro paese era ancora vivo.
Carenti in bellicosità, determinazione politica e volontà di dominio, gl'italiani – come i giapponesi a cui però quelle doti erano state espiantate colle tenaglie roventi – convertirono l'ancor fresca disciplina civica e militare in forza economica ed imprenditoriale.
Ma l'onda lunga per noi è già terminata ed il senso d'una patria condivisa, col suo bagaglio di civismo e di educazione collettiva che la grande guerra e i vent'anni successivi avevano iniettato nel sangue degl'italiani s'è già esaurito e tutto sta evaporandosi e non c'è bisogno di spiegazioni perché il nulla sta sotto gli occhi di tutti; la maggioranza silenziosa e lavoratrice, rispettosa e corretta di ieri, oggi è minoranza in un paese popolato da furbi, ruffiani, servi e cafoni e dove la misura della serietà la si coglie nel vedere la protesta studentesca capitanata da ventisettenni fuori corso di scienze politiche.
L'educazione a quei princìpi, i soli in grado di guidare una nazione poiché non fondati su basi ideologiche ma spirituali (amore per la patria, rispetto dell'autorità, spirito di sacrificio)non ci sono più, non sono più insegnati né predicati e chi li invoca fa la figura del cretino anzi probabilmente lo è.
Quindi l'Italia del 1861 è già defunta; pensavano di festeggiarne il compleanno mentre se n'è appena celebrato il funerale, alla presenza dei becchini – e di questa onorevole categoria posseggono solo il lugubre aspetto – Bruno Vespa, Pippo Baudo e Giorgio Napolitano, vedettes della serata televisiva che dei riti funebri italioti ha infatti assunto le tipiche grottesche sembianze: applausi scroscianti all'indirizzo del povero estinto, il tutto condito con un gigantesco e democratico karaoke cantato sulle note dell'inno di Mameli, evviva il morto! lunga vita al morto!

mercoledì 2 marzo 2011

"STATO" DI CONFUSIONE

Un'ordinanza emessa dal sindaco di Lampedusa, con cui si vietano bivacchi, assembramenti e deiezioni nei luoghi pubblici, motivata dai recenti massicci sbarchi di clandestini ha provocato la reazione della procura della Repubblica agrigentina; il p.m. ha immediatamente aperto un fascicolo a carico del primo cittadino prospettando a suo carico l'ipotesi di reato di "incitamento alla discriminazione razziale", poichè l'ordinanza era di fatto indirizzata agli extracomunitari, dunque a persone individuate in base alla loro origine etnico-geografica.
Ma a chi altri poteva mai essere rivolto un provvedimento del genere?
A meno di non ritenere gl'isolani adusi a bivaccare e a soddisfare i propri bisogni fisiologici in luoghi pubblici appare evidente che la misura adottata dal sindaco andava a soddisfare impellenti esigenze di profilassi e d'ordine pubblico, derivate dalla nuova ondata di sbarchi.
La ridicola iniziativa della procura della Repubblica di Agrigento fa il paio con le altrettanto folli decisioni di altre procure e di organi giudicanti di disapplicare la normativa penale sulla violazione dei decreti d'espulsione, determinando così l'inevitabile liberazione del clandestino.
Il caos è l'unica certezza che riusciamo a scovare sotto il cielo italiano.
Da un lato abbiamo una parte non trascurabile della magistratura la quale pretende di condizionare la politica, interpretando le leggi a modo suo e scegliendo quali reati perseguire e quali destinare alla prescrizione o all'oblio; è dall'epoca di "mani pulite" che il partito dei giudici ha assunto la configurazione d'un vero e proprio potere forte all'interno dello Stato; il "resistere resistere resistere" di Saverio Borrelli e degli altri procuratori milanesi fu un vero e proprio tentativo di golpe politico-giudiziario seguìto da una catena ininterrotta di inchieste contro Berlusconi e le sue aziende.
Le quali - intendiamoci bene - avranno tutte le colpe di questo mondo e saranno responsabili delle peggiori frodi e meritevoli di sacrosante punizioni ma nessuno puó negare che una giustizia cieca da un occhio NON è giustizia ma scelta politica.
Cooperative che godono di agevolazioni tributarie e che in realtá sono s.p.a. dissimulate, una banca centrale che tiene sotto scacco finanziario una nazione approfittando di assurde regole contabili di favore e che in tal modo sottrae al fisco e allo Stato decine di miliardi di euro ogni anno, l'evasione fiscale sui giochi d'azzardo telematici, un settore questo che vede gli schieramenti di destra e di sinistra dividersi una torta di centinaia di milioni di euro ogni anno; ecco alcune tra le tante belle inchieste che la magistratura, perfettamente al corrente di questi fatti, dovrebbe cominciare ad affrontare.
Iniziando a colpire senza sconti anche i piccoli reati; é da questi che si parte per arrivare a colpire il grande crimine organizzato. Il pesce grande ha necessitá del pesce piccolo e della sua rete di piccole ma diffuse clientele delinquenziali e semidelinquenziali; senza questo ossigeno che fa? Si mette a spacciare o ad estorcere direttamente lui?
Ma arrestare oscuri manovali del crimine non dá molta soddisfazione; molto meglio inventarsi un'ipotesi di reato contro un sindaco o spremere risorse, energie e personale investigativo per inchieste eclatanti e di risalto mediatico che, alla fine, come spesso s'è visto, partoriranno sorcetti.
Se la magistratura é divenuta un potere politico il governo, a sua volta, si é proprio recentemente esibito in una performance giurisdizionale, quella che ha visto la maggioranza votare, nel calderone del decreto "milleproroghe", l'interpretazione autentica - del tutto opposta a quella espressa dall'ultima sentenza della Cassazione civile che ancora una volta aveva bocciato le eccezioni di un istituto di credito - di una regola prescrizionale tesa a favorire il sistema bancario nelle migliaia di procedimenti instaurati dagli italiani per rientrare in possesso degl'illeciti guadagni che le banche avevano intascato frodando i propri clienti e le regole del codice civile.
Magistrati che fanno politica, parlamenti che emettono sentenze, governi che non governano.
Non c'é che dire, l'anno di celebrazione dell'unitá d'Italia comincia sotto i migliori auspici.

lunedì 28 febbraio 2011

LA CRISI LIBICA, aspirazione democratica o esplosione delle alleanze tribali?

di Bernard Lugan
Traduzione e diffusione autorizzate.
Tratto dal sito www.realpolitik.tv

Nessuno rimpiangerà il satrapo libico responsabile di molti attentati, d'innumerevoli crimini e della destabilizzazione d'intere regioni dell'Africa. Ciò detto lasciamo il dato emozionale ai cultori del superficiale e il deliquio ai giornalisti per interessarci della realtà. La fine di Gheddafi, che rischia d'avere conseguenze di cui noi siamo ben lontani dal misurarne l'ampiezza, è in effetti assai meno legata ad un'aspirazione democratica popolare piuttosto che alla manifestazione dell'esplosione dell'alchimia tribale sulla quale riposava il suo potere.
A differenza di Tunisia ed Egitto, la Libia di cui più del 90% del territorio é desertico, non é in effetti uno Stato ma un conglomerato di più di 150 tribù divise in sotto-tribù e in clan. Questi gruppi hanno delle alleanze tradizionali e mutevoli nel seno delle tre regioni che compongono il paese, ossia la Tripolitania con la città di Tripoli che s'affaccia verso Tunisi, la Cirenaica la cui capitale é Bengasi e che é rivolta verso il Cairo e la regione di Fezzan, la cui principale città é Sebba e che si protende verso il bacino del Ciad e l'ansa del Niger.
Dall'indipendenza della Libia del 1951 fino al colpo di Stato che portò il colonnello Gheddafi al potere nel 1969, la Libia fu una monarchia diretta dalle tribù cirenaiche. Membro d'una piccola tribù di cammellieri beduini, il colonnello Gheddafi fu portato al potere da una giunta militare multi-tribale ma nella quale dominavano le due principali tribù della Libia, quella dei Warfallah di Cirenaica e quella dei Megahra di Tripolitania. La maggior parte delle tribù di Cirenaica rimaneva però attaccata alla monarchia e così il colonnello Gheddafi si produsse in una grande mossa politica sposando una giovane donna del clan dei Firkeche, membro questo della tribù reale dei Barasa, ciò che gli assicurò l'adesione della ribelle Cirenaica.
Orbene, oggi é tutto il suo sistema d'alleanza colla Cirenaica che é volato in pezzi. La data cruciale dello smembramento tribale del sistema Gheddafi è il 1993 quando un colpo di Stato dei Warfallah fu annegato nel sangue. Gli odi furono in seguito smorzati tanto forte fu il terrore imposto dal regime ma le tribù di Cirenaica non attendevano che un'occasione per rivoltarsi e questa s'é presentata nel mese di febbraio del 2011. Esse si sono così impadronite della regione sfoggiando la bandiera dell'antica monarchia.
Gheddafi ha certamente perduto la Cirenaica, come i turchi e gl'italiani prima di lui, ma gli resta la Tripolitania ed il Fezzan. In queste due regioni il regime aveva ugualmente costituito delle sottili alleanze tribali. Nel momento in cui queste righe sono scritte, ossia il 27 febbraio 2011, certe tribù hanno lasciato il campo di Gheddafi ma le grandi solidarietà restano seppur vacillanti.
A corto termine, il principale pericolo che minaccia il colonnello Gheddafi non è la Cirenaica separata da più di 1.000 chilometri di deserto da Tripoli; neppure é il surreale esercito libico e ancor meno i volontari che si vedono sfilare nelle vie di Bengasi o di Tobruk. Tutto è in effetti sospeso al filo delle scelte che faranno i capi della tribù guerriera del Megahra che domina in Tripolitania. A lungo alleata a quella di Gheddafi, i Khadidja, essa fornì un tempo il numero due del regime, nella persona del comandante Abdeslam Jalloud prima della sua caduta in disgrazia del 1993 allorchè fu sospettato d'aver intrattenuto dei legami coi putschisti Warfallah. Se i Megahra restano leali o anche assumono una posizione di neutralità, Gheddafi potrà mantenersi ancora per un certo periodo al potere su una parte del paese. In caso contrario, si troverà allora davvero in difficoltà e sarà costretto a ripiegarsi verso la sua sola tribù, la quale non schiera che 150.000 membri.
Se i Meghara abbandonassero Gheddafi ciò vorrebbe dire ch'essi hanno intenzione d'impadronirsi del potere e la Libia sarebbe tagliata in due, Tripolitania e Cirenaica venendosi a trovare dominate dalle alleanze tribali costituite intorno ai Wafallah e ai Meghara. La questione che si porrebbe allora sarebbe quella della sopravvivenza dello Stato Libico.
Questi due insiemi si combatteranno o si divideranno il potere in un quadro federale o confederale? Lo ignoriamo ma il pericolo é di veder apparire una situazione di guerre tribali e di clan come in Somalia. Esse potrebbero essere seguite dall'esplosione in più regioni, ciò che aprirebbe uno spazio insperato per AQMI - Al Qaeda del Magreb Islamico - che troverebbe terreno fertile in mezzo al caos e, in più, nel sud del paese, una dissidenza della popolazione toubou che avrebbe delle ripercussioni nel Ciad, ed iniziative tuareg alle quali potrebbero appoggiarsi l'irredentismo tuareg del Mali e del Niger; senza parlare, naturalmente, delle conseguenze sulle politiche petrolifere che deriverebbero da un simile conflitto.