Fino a che punto debbono o non debbono riguardarci - a noi italiani e all'Europa a cui bene o male apparteniamo, per ragioni storiche, etniche e geopolitiche ben precedenti il sorgere della dittatura burocratica di Maastricht, Lisbona e Bruxelles - gli scontri tra i briganti libici, pro e anti Gheddafi?
Basterebbe osservare la cartina geografica per capire che la cosa ci concerne assai e non solo perché la Libia ci fornisce petrolio ed è una porta d'accesso dell'immigrazione africana ma perché la storia sta ridisegnando il bacino del Mediterraneo come punto nevralgico dei futuri equilibri mondiali.
Iniziato il suo declino colle scoperte dei nuovi mondi e spostandosi il baricentro degli interessi economici sempre più a occidente colle potenze europee che mantenevano peró per lungo tempo la barra del timone saldamente nelle proprie mani, la conseguente atlantizzazione dei commerci contribuì in maniera determinante alla perdita d'influenza dell'impero turco e alla sua progressiva marginalizzazione economica, politica e militare, culminata col suo smembramento, ultimo capitolo di quel processo di decadenza; e con esso alla perdita di vitalitá dell'islamismo, inteso come volontá di potenza espressa dagli stati o dalle nazioni seguaci di Maometto, che proprio nella politica espansionistica della Turchia aveva trovato la più compiuta espressione.
Ogni analisi dev'essere condotta "frigido pacatoque animo"; lasciamo dunque da parte pregiudizi, propensioni ideologiche, rancori, simpatie.
Gheddafi è un mascalzone che ha umiliato l'Italia - che a sua volta gliel'ha però permesso - depredando decine di migliaia di nostri connazionali e Tripoli, lui consenziente, ha rappresentato per vent'anni un canale del terrorismo internazionale; tali non indifferenti precedenti storici ci debbono servire peró non già come cieche ragioni di rivincita ma al più come metro di giudizio, per valutare la psicologia e dunque le possibili reazioni del satrapo libico.
Al tempo stesso evitiamo però di cadere nella tentazione opposta, come fanno coloro che, vedendo in lui il difensore del proprio popolo e dei suoi interessi nazionali, si schierano ideologicamente e a priori contro ogni suo avversario.
E chiediamoci piuttosto se queste profonde turbolenze del mondo musulmano
- unite ad un riposizionamento d'una Turchia sempre meno filooccidentale, sempre meno "laica" e incamminata, dopo la parentesi kemalista, ad una reislamizzazione della propria società - non rappresentino il sintomo preoccupante d'un forte risveglio islamista o quantomeno possano fungerne da detonatore; giá stuzzicato dalla brutale e banditesca condotta dello stato sionista e dalla miope politica mediorientale degli Stati Uniti oltre che dalla filantropica apatia dell'Europa il risveglio del sogno islamico appare oggi favorito dall'accresciuta importanza del Mediterraneo liberatosi dalla morsa del bipolarismo della guerra fredda; qui s'incrociano infatti interessi europei, islamo-islamistici, usa-sionistici e anche russi, questi ultimi attraverso le basi militari in quella propaggine mediterranea che è il mar Nero a cui s'affaccia un'Eurasia caucasica cartina di tornasole dei rapporti di forza tra Washington e Mosca.
Il confine marittimo che separa il sud dell'Europa dal Magreb sta ribollendo, esattamente come tanti secoli fa e il fuoco che lo sta riscaldando è alimentato non solo dal petrolio ma anche da un mai domato ardore islamistico, d'espansione e di rivincita; senza contare che già un islam è presente in Europa (Bosnia, Albania e il banditesco regime del Kossovo), sia pur ridotto a far da bagascia degli interessi statunitensi.
Questo occorreva forse mettere in conto nel momento in cui ci si preparava ad intervenire; chiedersi se Gheddafi fosse o no il male minore e/o quali garanzie potesse fornire il partito avversario ai sia pur variegati interessi degli stati europei.
Occorrerebbe però sfilarsi le lenti, deformanti, della democrazia e dei diritti dell'uomo, che nelle relazioni internazionali - e men che meno nello scenario
libico - non contano un bel nulla e che infatti nessuno degli attori mondiali (Cina e Russia in primis) a differenza dell'Europa (che però è una debole comparsa) si sogna mai d'inforcare (gli Usa sì ma utilizzano lenti truccate) e guardare in faccia la realtá, che ci rivela cose piuttosto evidenti: primo, che l'islam, testa di ponte dell'islamismo, è già profondamente penetrato nei nostri territori e si sta riaffacciando sulla scena scaraventando sulla bilancia la propria forza demografica, una notevole aggressivitá spesso associata al fanatismo e, last but non least, la propria volontà di rivalsa.
Secondo, che in questa contrapposizione geopolitica gli Stati Uniti giocano un doppio gioco: da un lato guida e punta di lancia dell' "occidente" nella lotta al terrorismo internazionale, ruolo che permette a Washington di dettare bersagli e strategie ai suoi soci di minoranza e,dall'altro, alleato dell'islamismo sia in funzione anti-russa sia in funzione d'indebolimento del nostro continente sia in funzione di boicottaggio d'un possibile avvicinamento Mosca-Europa (Bosnia, Kosovo, Cecenia, pressioni su Bruxelles per l'entrata della Turchia in Europa).
E' per questo che l'operazione anti-Gheddafi sembra nascere sotto cattivi auspici: il dissenso tra le due maggiori potenze continentali, che sottolinea l'inesistenza dell'Europa come polo geopolitico, la presenza di Gran Bretagna e, soprattutto l'appoggio statunitense, finiranno per giovare principalmente al polo anglosassone e alla strategia statunitense di controllo delle fonti energetiche, il tutto ancora una volta mascherato da pretese umanitarie e cioè il soccorso alle popolazioni ribelli; e chissà se l'affannoso sgomitare italiano alla ricerca d'un ruolo di primo piano nell'operazione militare in corso potrà garantirci un domani il mantenimento dell'attuale approvvigionamento di petrolio libico.
E se riuscirà anche ad evitare quella apocalittica invasione - già profeticamente annunciata da Jean Raspail nel "Campo dei Santi" - che oggi non appare più come uno spettro lontano ma giá si mostra con reali ed angoscianti avvisaglie, segno premonitore della pesante recrudescenza d'uno scontro civilizzazionale
già ri-avviato e che rispetto a settecento anni fa ha solo cambiato tecniche di combattimento.
Ed i lampedusani se ne stanno accorgendo a proprie spese; abbandonati da uno Stato italiano incapace anche solo di biascicare la parola "no" poichè in coma irreversibile e da un'Europa ancora alla desolante ricerca di sé stessa, la loro coraggiosa reazione dimostra tuttavia che l'elettrocardiogramma della nazione non è ancora del tutto piatto.
domenica 20 marzo 2011
giovedì 17 marzo 2011
ITALIA 1861-2011. COMPLEANNO O FUNERALE?
E' piuttosto zuccherosa la minestrina che ci hanno servito in questi giorni; come un melenso e precotto cenone di capodanno, quell'immancabile appuntamento dove il divertimento, più che garantito è obbligatorio, così è divenuto quasi un “must” proclamarsi fieri e gonfiare il petto d'orgoglio patrio in questo centocinquantesimo anniversario dello stato italiano.
Lasciando da parte tutte le pur legittime critiche di chi rammenta il peso degl'interessi stranieri nella costruzione della nostra unità, l'appoggio della massoneria, le losche imprese dell'eroe nazionale, la rapina perpetrata ai danni delle casse del sud, la sostanziale tiepidezza delle popolazioni che accettarono l'unità senza peraltro avervi contribuito, ciò che si va in giro domandando è se esista oggi in Italia un comune senso d'appartenenza che possa essere recuperato e proiettato verso il domani in una prospettiva di rinascita della nazione.
E' ciò che si afferma con perentoria sicurezza nell'editoriale odierno del Corriere della Sera, significativamente intitolato “orgoglio italiano” dove, citandosi i casi di Francia e Stati Uniti, già un tempo teatri di sanguinose guerre civili, di Spagna e Gran Bretagna, ancora scosse da cruenti tremiti separatisti, s'arriva alla confortante conclusione di come anche violenti contrasti all'interno delle nazioni non impediscano la possibilità di coesione e riconoscimento di valori condivisi.
A parte il fatto che in una Europa squassata da secoli di guerre religiose, civili, ideologiche gli unici “valori” che guidano una nazione sono quelli di chi l'ha spuntata e la favoletta della “condivisione” è un ingannevole ritornello preparato dai furbi per gli sciocchi, il paragone coll'Italia è comunque improponibile.
Francia, Stati Uniti e Gran Bretagna hanno in comune una vocazione imperiale (a modo suo anche la Spagna) o imperialista che ha determinato in esse una visione più ampia e comunque più complessa del loro divenire storico; Francia e Stati Uniti, in tempi e modi diversi, ma con una stessa impronta giacobina, hanno inteso esportare il modello che s'era affermato al loro interno, la prima cercando d'impiantare oltre confine il modello rivoluzionario/egualitario, sia nell'epoca napoleonica sia nelle successive imprese coloniali e i secondi inondando di “democrazia” e di prodotti usciti dalle loro fabbriche, il tutto garantito da governi-fantoccio, i territori che interessavano la loro strategia geopolitica. Più cinici ma senz'altro meno ipocriti gl'inglesi che, senza tanti contorcimenti ideologici, occupavano e feudalizzavano i dominions, rendendoli tributari ed associandoli al proprio destino.
La vocazione imperiale dà in ogni caso il senso d'una missione che va al di là dei secolari e mai spenti regolamenti di conti interni, sopisce l'incubo dei fantasmi familiari, dando sfogo ad energie e vitalità che altrimenti cozzerebbero l'una contro l'altre ed è un ottimo mezzo per garantirsi una discreta scorta d'indipendenza anche nei tempi di vacche magre.
Lo dimostra la Francia che, lacerata da una guerra civile non meno cruenta di quella italiana e da un dopoguerra ancor più colmo di vendette, grazie al fiuto di De Gaulle seppe sottrarsi al potere anglosassone già divenuto il centro politico e strategico del mondo europeo-occidentale mantenendosi potenza e garantendosi autonomi spazi di agibilità.
L'Italia, dopo gl'illusori fasti del fascismo e il sogno d'essere divenuta nazione di rilievo mondiale, rinasceva però coll'operosità, col senso del dovere e coll'iniziativa imprenditoriale; il nostro boom economico era la nostra piccola ma significativa ri-conquista del mondo e dimostrava che il nostro paese era ancora vivo.
Carenti in bellicosità, determinazione politica e volontà di dominio, gl'italiani – come i giapponesi a cui però quelle doti erano state espiantate colle tenaglie roventi – convertirono l'ancor fresca disciplina civica e militare in forza economica ed imprenditoriale.
Ma l'onda lunga per noi è già terminata ed il senso d'una patria condivisa, col suo bagaglio di civismo e di educazione collettiva che la grande guerra e i vent'anni successivi avevano iniettato nel sangue degl'italiani s'è già esaurito e tutto sta evaporandosi e non c'è bisogno di spiegazioni perché il nulla sta sotto gli occhi di tutti; la maggioranza silenziosa e lavoratrice, rispettosa e corretta di ieri, oggi è minoranza in un paese popolato da furbi, ruffiani, servi e cafoni e dove la misura della serietà la si coglie nel vedere la protesta studentesca capitanata da ventisettenni fuori corso di scienze politiche.
L'educazione a quei princìpi, i soli in grado di guidare una nazione poiché non fondati su basi ideologiche ma spirituali (amore per la patria, rispetto dell'autorità, spirito di sacrificio)non ci sono più, non sono più insegnati né predicati e chi li invoca fa la figura del cretino anzi probabilmente lo è.
Quindi l'Italia del 1861 è già defunta; pensavano di festeggiarne il compleanno mentre se n'è appena celebrato il funerale, alla presenza dei becchini – e di questa onorevole categoria posseggono solo il lugubre aspetto – Bruno Vespa, Pippo Baudo e Giorgio Napolitano, vedettes della serata televisiva che dei riti funebri italioti ha infatti assunto le tipiche grottesche sembianze: applausi scroscianti all'indirizzo del povero estinto, il tutto condito con un gigantesco e democratico karaoke cantato sulle note dell'inno di Mameli, evviva il morto! lunga vita al morto!
Lasciando da parte tutte le pur legittime critiche di chi rammenta il peso degl'interessi stranieri nella costruzione della nostra unità, l'appoggio della massoneria, le losche imprese dell'eroe nazionale, la rapina perpetrata ai danni delle casse del sud, la sostanziale tiepidezza delle popolazioni che accettarono l'unità senza peraltro avervi contribuito, ciò che si va in giro domandando è se esista oggi in Italia un comune senso d'appartenenza che possa essere recuperato e proiettato verso il domani in una prospettiva di rinascita della nazione.
E' ciò che si afferma con perentoria sicurezza nell'editoriale odierno del Corriere della Sera, significativamente intitolato “orgoglio italiano” dove, citandosi i casi di Francia e Stati Uniti, già un tempo teatri di sanguinose guerre civili, di Spagna e Gran Bretagna, ancora scosse da cruenti tremiti separatisti, s'arriva alla confortante conclusione di come anche violenti contrasti all'interno delle nazioni non impediscano la possibilità di coesione e riconoscimento di valori condivisi.
A parte il fatto che in una Europa squassata da secoli di guerre religiose, civili, ideologiche gli unici “valori” che guidano una nazione sono quelli di chi l'ha spuntata e la favoletta della “condivisione” è un ingannevole ritornello preparato dai furbi per gli sciocchi, il paragone coll'Italia è comunque improponibile.
Francia, Stati Uniti e Gran Bretagna hanno in comune una vocazione imperiale (a modo suo anche la Spagna) o imperialista che ha determinato in esse una visione più ampia e comunque più complessa del loro divenire storico; Francia e Stati Uniti, in tempi e modi diversi, ma con una stessa impronta giacobina, hanno inteso esportare il modello che s'era affermato al loro interno, la prima cercando d'impiantare oltre confine il modello rivoluzionario/egualitario, sia nell'epoca napoleonica sia nelle successive imprese coloniali e i secondi inondando di “democrazia” e di prodotti usciti dalle loro fabbriche, il tutto garantito da governi-fantoccio, i territori che interessavano la loro strategia geopolitica. Più cinici ma senz'altro meno ipocriti gl'inglesi che, senza tanti contorcimenti ideologici, occupavano e feudalizzavano i dominions, rendendoli tributari ed associandoli al proprio destino.
La vocazione imperiale dà in ogni caso il senso d'una missione che va al di là dei secolari e mai spenti regolamenti di conti interni, sopisce l'incubo dei fantasmi familiari, dando sfogo ad energie e vitalità che altrimenti cozzerebbero l'una contro l'altre ed è un ottimo mezzo per garantirsi una discreta scorta d'indipendenza anche nei tempi di vacche magre.
Lo dimostra la Francia che, lacerata da una guerra civile non meno cruenta di quella italiana e da un dopoguerra ancor più colmo di vendette, grazie al fiuto di De Gaulle seppe sottrarsi al potere anglosassone già divenuto il centro politico e strategico del mondo europeo-occidentale mantenendosi potenza e garantendosi autonomi spazi di agibilità.
L'Italia, dopo gl'illusori fasti del fascismo e il sogno d'essere divenuta nazione di rilievo mondiale, rinasceva però coll'operosità, col senso del dovere e coll'iniziativa imprenditoriale; il nostro boom economico era la nostra piccola ma significativa ri-conquista del mondo e dimostrava che il nostro paese era ancora vivo.
Carenti in bellicosità, determinazione politica e volontà di dominio, gl'italiani – come i giapponesi a cui però quelle doti erano state espiantate colle tenaglie roventi – convertirono l'ancor fresca disciplina civica e militare in forza economica ed imprenditoriale.
Ma l'onda lunga per noi è già terminata ed il senso d'una patria condivisa, col suo bagaglio di civismo e di educazione collettiva che la grande guerra e i vent'anni successivi avevano iniettato nel sangue degl'italiani s'è già esaurito e tutto sta evaporandosi e non c'è bisogno di spiegazioni perché il nulla sta sotto gli occhi di tutti; la maggioranza silenziosa e lavoratrice, rispettosa e corretta di ieri, oggi è minoranza in un paese popolato da furbi, ruffiani, servi e cafoni e dove la misura della serietà la si coglie nel vedere la protesta studentesca capitanata da ventisettenni fuori corso di scienze politiche.
L'educazione a quei princìpi, i soli in grado di guidare una nazione poiché non fondati su basi ideologiche ma spirituali (amore per la patria, rispetto dell'autorità, spirito di sacrificio)non ci sono più, non sono più insegnati né predicati e chi li invoca fa la figura del cretino anzi probabilmente lo è.
Quindi l'Italia del 1861 è già defunta; pensavano di festeggiarne il compleanno mentre se n'è appena celebrato il funerale, alla presenza dei becchini – e di questa onorevole categoria posseggono solo il lugubre aspetto – Bruno Vespa, Pippo Baudo e Giorgio Napolitano, vedettes della serata televisiva che dei riti funebri italioti ha infatti assunto le tipiche grottesche sembianze: applausi scroscianti all'indirizzo del povero estinto, il tutto condito con un gigantesco e democratico karaoke cantato sulle note dell'inno di Mameli, evviva il morto! lunga vita al morto!
mercoledì 2 marzo 2011
"STATO" DI CONFUSIONE
Un'ordinanza emessa dal sindaco di Lampedusa, con cui si vietano bivacchi, assembramenti e deiezioni nei luoghi pubblici, motivata dai recenti massicci sbarchi di clandestini ha provocato la reazione della procura della Repubblica agrigentina; il p.m. ha immediatamente aperto un fascicolo a carico del primo cittadino prospettando a suo carico l'ipotesi di reato di "incitamento alla discriminazione razziale", poichè l'ordinanza era di fatto indirizzata agli extracomunitari, dunque a persone individuate in base alla loro origine etnico-geografica.
Ma a chi altri poteva mai essere rivolto un provvedimento del genere?
A meno di non ritenere gl'isolani adusi a bivaccare e a soddisfare i propri bisogni fisiologici in luoghi pubblici appare evidente che la misura adottata dal sindaco andava a soddisfare impellenti esigenze di profilassi e d'ordine pubblico, derivate dalla nuova ondata di sbarchi.
La ridicola iniziativa della procura della Repubblica di Agrigento fa il paio con le altrettanto folli decisioni di altre procure e di organi giudicanti di disapplicare la normativa penale sulla violazione dei decreti d'espulsione, determinando così l'inevitabile liberazione del clandestino.
Il caos è l'unica certezza che riusciamo a scovare sotto il cielo italiano.
Da un lato abbiamo una parte non trascurabile della magistratura la quale pretende di condizionare la politica, interpretando le leggi a modo suo e scegliendo quali reati perseguire e quali destinare alla prescrizione o all'oblio; è dall'epoca di "mani pulite" che il partito dei giudici ha assunto la configurazione d'un vero e proprio potere forte all'interno dello Stato; il "resistere resistere resistere" di Saverio Borrelli e degli altri procuratori milanesi fu un vero e proprio tentativo di golpe politico-giudiziario seguìto da una catena ininterrotta di inchieste contro Berlusconi e le sue aziende.
Le quali - intendiamoci bene - avranno tutte le colpe di questo mondo e saranno responsabili delle peggiori frodi e meritevoli di sacrosante punizioni ma nessuno puó negare che una giustizia cieca da un occhio NON è giustizia ma scelta politica.
Cooperative che godono di agevolazioni tributarie e che in realtá sono s.p.a. dissimulate, una banca centrale che tiene sotto scacco finanziario una nazione approfittando di assurde regole contabili di favore e che in tal modo sottrae al fisco e allo Stato decine di miliardi di euro ogni anno, l'evasione fiscale sui giochi d'azzardo telematici, un settore questo che vede gli schieramenti di destra e di sinistra dividersi una torta di centinaia di milioni di euro ogni anno; ecco alcune tra le tante belle inchieste che la magistratura, perfettamente al corrente di questi fatti, dovrebbe cominciare ad affrontare.
Iniziando a colpire senza sconti anche i piccoli reati; é da questi che si parte per arrivare a colpire il grande crimine organizzato. Il pesce grande ha necessitá del pesce piccolo e della sua rete di piccole ma diffuse clientele delinquenziali e semidelinquenziali; senza questo ossigeno che fa? Si mette a spacciare o ad estorcere direttamente lui?
Ma arrestare oscuri manovali del crimine non dá molta soddisfazione; molto meglio inventarsi un'ipotesi di reato contro un sindaco o spremere risorse, energie e personale investigativo per inchieste eclatanti e di risalto mediatico che, alla fine, come spesso s'è visto, partoriranno sorcetti.
Se la magistratura é divenuta un potere politico il governo, a sua volta, si é proprio recentemente esibito in una performance giurisdizionale, quella che ha visto la maggioranza votare, nel calderone del decreto "milleproroghe", l'interpretazione autentica - del tutto opposta a quella espressa dall'ultima sentenza della Cassazione civile che ancora una volta aveva bocciato le eccezioni di un istituto di credito - di una regola prescrizionale tesa a favorire il sistema bancario nelle migliaia di procedimenti instaurati dagli italiani per rientrare in possesso degl'illeciti guadagni che le banche avevano intascato frodando i propri clienti e le regole del codice civile.
Magistrati che fanno politica, parlamenti che emettono sentenze, governi che non governano.
Non c'é che dire, l'anno di celebrazione dell'unitá d'Italia comincia sotto i migliori auspici.
Ma a chi altri poteva mai essere rivolto un provvedimento del genere?
A meno di non ritenere gl'isolani adusi a bivaccare e a soddisfare i propri bisogni fisiologici in luoghi pubblici appare evidente che la misura adottata dal sindaco andava a soddisfare impellenti esigenze di profilassi e d'ordine pubblico, derivate dalla nuova ondata di sbarchi.
La ridicola iniziativa della procura della Repubblica di Agrigento fa il paio con le altrettanto folli decisioni di altre procure e di organi giudicanti di disapplicare la normativa penale sulla violazione dei decreti d'espulsione, determinando così l'inevitabile liberazione del clandestino.
Il caos è l'unica certezza che riusciamo a scovare sotto il cielo italiano.
Da un lato abbiamo una parte non trascurabile della magistratura la quale pretende di condizionare la politica, interpretando le leggi a modo suo e scegliendo quali reati perseguire e quali destinare alla prescrizione o all'oblio; è dall'epoca di "mani pulite" che il partito dei giudici ha assunto la configurazione d'un vero e proprio potere forte all'interno dello Stato; il "resistere resistere resistere" di Saverio Borrelli e degli altri procuratori milanesi fu un vero e proprio tentativo di golpe politico-giudiziario seguìto da una catena ininterrotta di inchieste contro Berlusconi e le sue aziende.
Le quali - intendiamoci bene - avranno tutte le colpe di questo mondo e saranno responsabili delle peggiori frodi e meritevoli di sacrosante punizioni ma nessuno puó negare che una giustizia cieca da un occhio NON è giustizia ma scelta politica.
Cooperative che godono di agevolazioni tributarie e che in realtá sono s.p.a. dissimulate, una banca centrale che tiene sotto scacco finanziario una nazione approfittando di assurde regole contabili di favore e che in tal modo sottrae al fisco e allo Stato decine di miliardi di euro ogni anno, l'evasione fiscale sui giochi d'azzardo telematici, un settore questo che vede gli schieramenti di destra e di sinistra dividersi una torta di centinaia di milioni di euro ogni anno; ecco alcune tra le tante belle inchieste che la magistratura, perfettamente al corrente di questi fatti, dovrebbe cominciare ad affrontare.
Iniziando a colpire senza sconti anche i piccoli reati; é da questi che si parte per arrivare a colpire il grande crimine organizzato. Il pesce grande ha necessitá del pesce piccolo e della sua rete di piccole ma diffuse clientele delinquenziali e semidelinquenziali; senza questo ossigeno che fa? Si mette a spacciare o ad estorcere direttamente lui?
Ma arrestare oscuri manovali del crimine non dá molta soddisfazione; molto meglio inventarsi un'ipotesi di reato contro un sindaco o spremere risorse, energie e personale investigativo per inchieste eclatanti e di risalto mediatico che, alla fine, come spesso s'è visto, partoriranno sorcetti.
Se la magistratura é divenuta un potere politico il governo, a sua volta, si é proprio recentemente esibito in una performance giurisdizionale, quella che ha visto la maggioranza votare, nel calderone del decreto "milleproroghe", l'interpretazione autentica - del tutto opposta a quella espressa dall'ultima sentenza della Cassazione civile che ancora una volta aveva bocciato le eccezioni di un istituto di credito - di una regola prescrizionale tesa a favorire il sistema bancario nelle migliaia di procedimenti instaurati dagli italiani per rientrare in possesso degl'illeciti guadagni che le banche avevano intascato frodando i propri clienti e le regole del codice civile.
Magistrati che fanno politica, parlamenti che emettono sentenze, governi che non governano.
Non c'é che dire, l'anno di celebrazione dell'unitá d'Italia comincia sotto i migliori auspici.
lunedì 28 febbraio 2011
LA CRISI LIBICA, aspirazione democratica o esplosione delle alleanze tribali?
di Bernard Lugan
Traduzione e diffusione autorizzate.
Tratto dal sito www.realpolitik.tv
Nessuno rimpiangerà il satrapo libico responsabile di molti attentati, d'innumerevoli crimini e della destabilizzazione d'intere regioni dell'Africa. Ciò detto lasciamo il dato emozionale ai cultori del superficiale e il deliquio ai giornalisti per interessarci della realtà. La fine di Gheddafi, che rischia d'avere conseguenze di cui noi siamo ben lontani dal misurarne l'ampiezza, è in effetti assai meno legata ad un'aspirazione democratica popolare piuttosto che alla manifestazione dell'esplosione dell'alchimia tribale sulla quale riposava il suo potere.
A differenza di Tunisia ed Egitto, la Libia di cui più del 90% del territorio é desertico, non é in effetti uno Stato ma un conglomerato di più di 150 tribù divise in sotto-tribù e in clan. Questi gruppi hanno delle alleanze tradizionali e mutevoli nel seno delle tre regioni che compongono il paese, ossia la Tripolitania con la città di Tripoli che s'affaccia verso Tunisi, la Cirenaica la cui capitale é Bengasi e che é rivolta verso il Cairo e la regione di Fezzan, la cui principale città é Sebba e che si protende verso il bacino del Ciad e l'ansa del Niger.
Dall'indipendenza della Libia del 1951 fino al colpo di Stato che portò il colonnello Gheddafi al potere nel 1969, la Libia fu una monarchia diretta dalle tribù cirenaiche. Membro d'una piccola tribù di cammellieri beduini, il colonnello Gheddafi fu portato al potere da una giunta militare multi-tribale ma nella quale dominavano le due principali tribù della Libia, quella dei Warfallah di Cirenaica e quella dei Megahra di Tripolitania. La maggior parte delle tribù di Cirenaica rimaneva però attaccata alla monarchia e così il colonnello Gheddafi si produsse in una grande mossa politica sposando una giovane donna del clan dei Firkeche, membro questo della tribù reale dei Barasa, ciò che gli assicurò l'adesione della ribelle Cirenaica.
Orbene, oggi é tutto il suo sistema d'alleanza colla Cirenaica che é volato in pezzi. La data cruciale dello smembramento tribale del sistema Gheddafi è il 1993 quando un colpo di Stato dei Warfallah fu annegato nel sangue. Gli odi furono in seguito smorzati tanto forte fu il terrore imposto dal regime ma le tribù di Cirenaica non attendevano che un'occasione per rivoltarsi e questa s'é presentata nel mese di febbraio del 2011. Esse si sono così impadronite della regione sfoggiando la bandiera dell'antica monarchia.
Gheddafi ha certamente perduto la Cirenaica, come i turchi e gl'italiani prima di lui, ma gli resta la Tripolitania ed il Fezzan. In queste due regioni il regime aveva ugualmente costituito delle sottili alleanze tribali. Nel momento in cui queste righe sono scritte, ossia il 27 febbraio 2011, certe tribù hanno lasciato il campo di Gheddafi ma le grandi solidarietà restano seppur vacillanti.
A corto termine, il principale pericolo che minaccia il colonnello Gheddafi non è la Cirenaica separata da più di 1.000 chilometri di deserto da Tripoli; neppure é il surreale esercito libico e ancor meno i volontari che si vedono sfilare nelle vie di Bengasi o di Tobruk. Tutto è in effetti sospeso al filo delle scelte che faranno i capi della tribù guerriera del Megahra che domina in Tripolitania. A lungo alleata a quella di Gheddafi, i Khadidja, essa fornì un tempo il numero due del regime, nella persona del comandante Abdeslam Jalloud prima della sua caduta in disgrazia del 1993 allorchè fu sospettato d'aver intrattenuto dei legami coi putschisti Warfallah. Se i Megahra restano leali o anche assumono una posizione di neutralità, Gheddafi potrà mantenersi ancora per un certo periodo al potere su una parte del paese. In caso contrario, si troverà allora davvero in difficoltà e sarà costretto a ripiegarsi verso la sua sola tribù, la quale non schiera che 150.000 membri.
Se i Meghara abbandonassero Gheddafi ciò vorrebbe dire ch'essi hanno intenzione d'impadronirsi del potere e la Libia sarebbe tagliata in due, Tripolitania e Cirenaica venendosi a trovare dominate dalle alleanze tribali costituite intorno ai Wafallah e ai Meghara. La questione che si porrebbe allora sarebbe quella della sopravvivenza dello Stato Libico.
Questi due insiemi si combatteranno o si divideranno il potere in un quadro federale o confederale? Lo ignoriamo ma il pericolo é di veder apparire una situazione di guerre tribali e di clan come in Somalia. Esse potrebbero essere seguite dall'esplosione in più regioni, ciò che aprirebbe uno spazio insperato per AQMI - Al Qaeda del Magreb Islamico - che troverebbe terreno fertile in mezzo al caos e, in più, nel sud del paese, una dissidenza della popolazione toubou che avrebbe delle ripercussioni nel Ciad, ed iniziative tuareg alle quali potrebbero appoggiarsi l'irredentismo tuareg del Mali e del Niger; senza parlare, naturalmente, delle conseguenze sulle politiche petrolifere che deriverebbero da un simile conflitto.
Traduzione e diffusione autorizzate.
Tratto dal sito www.realpolitik.tv
Nessuno rimpiangerà il satrapo libico responsabile di molti attentati, d'innumerevoli crimini e della destabilizzazione d'intere regioni dell'Africa. Ciò detto lasciamo il dato emozionale ai cultori del superficiale e il deliquio ai giornalisti per interessarci della realtà. La fine di Gheddafi, che rischia d'avere conseguenze di cui noi siamo ben lontani dal misurarne l'ampiezza, è in effetti assai meno legata ad un'aspirazione democratica popolare piuttosto che alla manifestazione dell'esplosione dell'alchimia tribale sulla quale riposava il suo potere.
A differenza di Tunisia ed Egitto, la Libia di cui più del 90% del territorio é desertico, non é in effetti uno Stato ma un conglomerato di più di 150 tribù divise in sotto-tribù e in clan. Questi gruppi hanno delle alleanze tradizionali e mutevoli nel seno delle tre regioni che compongono il paese, ossia la Tripolitania con la città di Tripoli che s'affaccia verso Tunisi, la Cirenaica la cui capitale é Bengasi e che é rivolta verso il Cairo e la regione di Fezzan, la cui principale città é Sebba e che si protende verso il bacino del Ciad e l'ansa del Niger.
Dall'indipendenza della Libia del 1951 fino al colpo di Stato che portò il colonnello Gheddafi al potere nel 1969, la Libia fu una monarchia diretta dalle tribù cirenaiche. Membro d'una piccola tribù di cammellieri beduini, il colonnello Gheddafi fu portato al potere da una giunta militare multi-tribale ma nella quale dominavano le due principali tribù della Libia, quella dei Warfallah di Cirenaica e quella dei Megahra di Tripolitania. La maggior parte delle tribù di Cirenaica rimaneva però attaccata alla monarchia e così il colonnello Gheddafi si produsse in una grande mossa politica sposando una giovane donna del clan dei Firkeche, membro questo della tribù reale dei Barasa, ciò che gli assicurò l'adesione della ribelle Cirenaica.
Orbene, oggi é tutto il suo sistema d'alleanza colla Cirenaica che é volato in pezzi. La data cruciale dello smembramento tribale del sistema Gheddafi è il 1993 quando un colpo di Stato dei Warfallah fu annegato nel sangue. Gli odi furono in seguito smorzati tanto forte fu il terrore imposto dal regime ma le tribù di Cirenaica non attendevano che un'occasione per rivoltarsi e questa s'é presentata nel mese di febbraio del 2011. Esse si sono così impadronite della regione sfoggiando la bandiera dell'antica monarchia.
Gheddafi ha certamente perduto la Cirenaica, come i turchi e gl'italiani prima di lui, ma gli resta la Tripolitania ed il Fezzan. In queste due regioni il regime aveva ugualmente costituito delle sottili alleanze tribali. Nel momento in cui queste righe sono scritte, ossia il 27 febbraio 2011, certe tribù hanno lasciato il campo di Gheddafi ma le grandi solidarietà restano seppur vacillanti.
A corto termine, il principale pericolo che minaccia il colonnello Gheddafi non è la Cirenaica separata da più di 1.000 chilometri di deserto da Tripoli; neppure é il surreale esercito libico e ancor meno i volontari che si vedono sfilare nelle vie di Bengasi o di Tobruk. Tutto è in effetti sospeso al filo delle scelte che faranno i capi della tribù guerriera del Megahra che domina in Tripolitania. A lungo alleata a quella di Gheddafi, i Khadidja, essa fornì un tempo il numero due del regime, nella persona del comandante Abdeslam Jalloud prima della sua caduta in disgrazia del 1993 allorchè fu sospettato d'aver intrattenuto dei legami coi putschisti Warfallah. Se i Megahra restano leali o anche assumono una posizione di neutralità, Gheddafi potrà mantenersi ancora per un certo periodo al potere su una parte del paese. In caso contrario, si troverà allora davvero in difficoltà e sarà costretto a ripiegarsi verso la sua sola tribù, la quale non schiera che 150.000 membri.
Se i Meghara abbandonassero Gheddafi ciò vorrebbe dire ch'essi hanno intenzione d'impadronirsi del potere e la Libia sarebbe tagliata in due, Tripolitania e Cirenaica venendosi a trovare dominate dalle alleanze tribali costituite intorno ai Wafallah e ai Meghara. La questione che si porrebbe allora sarebbe quella della sopravvivenza dello Stato Libico.
Questi due insiemi si combatteranno o si divideranno il potere in un quadro federale o confederale? Lo ignoriamo ma il pericolo é di veder apparire una situazione di guerre tribali e di clan come in Somalia. Esse potrebbero essere seguite dall'esplosione in più regioni, ciò che aprirebbe uno spazio insperato per AQMI - Al Qaeda del Magreb Islamico - che troverebbe terreno fertile in mezzo al caos e, in più, nel sud del paese, una dissidenza della popolazione toubou che avrebbe delle ripercussioni nel Ciad, ed iniziative tuareg alle quali potrebbero appoggiarsi l'irredentismo tuareg del Mali e del Niger; senza parlare, naturalmente, delle conseguenze sulle politiche petrolifere che deriverebbero da un simile conflitto.
martedì 15 febbraio 2011
ITALIA ED EUROPA ASSENTI INGIUSTIFICATE
Il ministro Maroni ha bacchettato le istituzioni europee colpevoli d'aver lasciata l'Italia sola a gestire l'emergenza dei profughi della crisi sudmediterranea.
Gli sbarchi di tunisini ed algerini, giá arrivati oltre il numero di quasi seimila nello spazio d'un mese consentono una proiezione di circa ottantamila nuovi arrivi nel giro d'un anno, una vera e propria "calamitá" umanitaria.
Maroni ha ragione ed ha torto.
Ha torto quando autoassolve il proprio ministero; un governo che si rispetti deve essere in grado d'analizzare gli eventi, prevederne le conseguenze ed apprestare tutte le misure necessarie a scongiurarne gli effetti piú pericolosi.
Sono ormai due mesi che Tunisia ed Algeria, e non solo loro, sono infiammate da pesanti disordini e non ci voleva certo un esperto uscito dalla War Academy di West Point per capire che quelli potevano costituire una buona ragione (o forse sarebbe meglio parlare di buon pretesto, ma l'effetto non cambia) per esodi e fughe "verso la libertà".
Abbiamo un alleato - almeno così ci viene presentato - Gheddafi, a cui abbiamo promesso soldi ed aiuti affinché la Libia funga in qualche modo da guardiacoste delle rive nordafricane, per frenare la partenza d'indesiderati clandestini verso le nostre spiagge.
Un governo previdente avrebbe dovuto, alle prime avvisaglie della crisi tunisina, predisporre piani di dirottamento ed accoglienza dei fuggitivi verso le coste libiche e gestire là, lontano da casa nostra, la situazione.
Sarebbe bastata una minima volontá politica, unita a buoni canali informativi e a qualche motovedetta piazzata al largo delle coste tunisine per tenere alla larga la prospettiva, prevedibile ed imminente, della calamitá umanitaria.
Il confine lo si comincia a difendere oltre il confine.
Ma la volontá e la competenza, al pari del coraggio come diceva Don Abbondio, se non le si hanno non ce le si puó dare e Maroni, a cui non puó essere addebitato tutto il peso di questa situazione, fa il fuoco colla legna che si ritrova.
Il nostro ministro dell'Interno ha peró ragione nell'accusare le istituzioni europee di totale indifferenza per quanto l'Italia potrá andare a subire nei prossimi mesi.
Se il nostro paese subisce le conseguenze d'un vero e proprio deficit di credibilitá sul piano internazionale, che il ridente satrapo di Arcore ha contribuito in maniera decisiva a creare colla sua congenita mancanza di serietà, ció che rende l'Italia, perlomeno come peso diplomatico-politico, un paese a livello di terzo mondo, l'Europa ha lei stessa voluto imboccare la strada d'un basso se non nullo profilo di politica estera.
Prima potenza industriale ed economica del mondo, con un grado di progresso sociale senza eguali, l'Europa sembra aver rinunciato ad assumere un ruolo geopolitico di rilievo in questo mondo ormai sempre pìú multipolare.
Non ci rinunciano, beninteso, Gran Bretagna (per quanto di europeo essa abbia ben poco), Francia e Germania, queste ultime non a caso avendo stretto sempre di piú importanti contatti, economici e militari, colla Russia.
Ma lo fanno loro, non l'Europa; forti della loro secolare esperienza politica hanno ben capito che questa mastodontica realtá é come un bue; forte, resistente e (economicamente) trainante ma senza gli attributi.
Questo enorme spazio socio-economico, (con tutti i suoi enormi difetti, sia chiaro) é forte, ricco, civilmente e socialmente progredito (perlomeno se paragonato al resto del mondo) ma ha perso in agilitá a causa d'una burocrazia ossessiva e parassitaria che gli ha succhiato ció che sempre aveva posseduto: la volontá, la capacitá di darsi un destino, il senso della propria esistenza.
Non piú capi di Stato ma burocrati, non piú politici ma banchieri, non piú strateghi ma funzionari.
Senza i primi, infatti, sono i secondi a comandare.
L'Europa ha insomma perduto quello che Aymeric Chauprade chiama l' "orizzonte di guerra"; che non significa volere la guerra, auspicare o praticare politiche d'aggressione, tenere atteggiamenti bellicosi; nossignore, significa mantenere come ultima opzione, ed essere disposti ad adottarla ove il caso l'imponga, l'uso della forza sapendo che i propri interlocutori ne hanno piena consapevolezza.
Un "orizzonte di guerra" ce l'hanno gli Stati Uniti e i loro alleati anglosassoni, ce l'ha la Russia, ce l'ha la Cina, ce l'ha Israele, ce l'ha l'India, ce l'hanno molte nazioni dell'area islamica.
Mentre L'Europa, quando ha mandato in giro i propri soldati (e il punto qui non é se era giusto o sbagliato), l'ha fatto nascondendosi sotto le gonne dello zio Sam, strillando che erano "missioni di pace".
Che se ne fa del suo acciaio, della sua produzione industriale, del suo sviluppo tecnologico, della sua laboriositá, del suo progresso sociale, dei suoi cervelli, della sua bimillenaria civiltá se, accanto a tutte queste belle cose non é capace, quando occorre, di sbattere i pugni sul tavolo per farsi rispettare? E di farlo soprattutto in prima persona?
Potrebbe essere forte, agile e incutere timore come un toro ma qui abbiamo solo un bue, ubbidiente e massiccio ma soprattutto appesantito, rassegnato e catatonico.
Gli sbarchi di tunisini ed algerini, giá arrivati oltre il numero di quasi seimila nello spazio d'un mese consentono una proiezione di circa ottantamila nuovi arrivi nel giro d'un anno, una vera e propria "calamitá" umanitaria.
Maroni ha ragione ed ha torto.
Ha torto quando autoassolve il proprio ministero; un governo che si rispetti deve essere in grado d'analizzare gli eventi, prevederne le conseguenze ed apprestare tutte le misure necessarie a scongiurarne gli effetti piú pericolosi.
Sono ormai due mesi che Tunisia ed Algeria, e non solo loro, sono infiammate da pesanti disordini e non ci voleva certo un esperto uscito dalla War Academy di West Point per capire che quelli potevano costituire una buona ragione (o forse sarebbe meglio parlare di buon pretesto, ma l'effetto non cambia) per esodi e fughe "verso la libertà".
Abbiamo un alleato - almeno così ci viene presentato - Gheddafi, a cui abbiamo promesso soldi ed aiuti affinché la Libia funga in qualche modo da guardiacoste delle rive nordafricane, per frenare la partenza d'indesiderati clandestini verso le nostre spiagge.
Un governo previdente avrebbe dovuto, alle prime avvisaglie della crisi tunisina, predisporre piani di dirottamento ed accoglienza dei fuggitivi verso le coste libiche e gestire là, lontano da casa nostra, la situazione.
Sarebbe bastata una minima volontá politica, unita a buoni canali informativi e a qualche motovedetta piazzata al largo delle coste tunisine per tenere alla larga la prospettiva, prevedibile ed imminente, della calamitá umanitaria.
Il confine lo si comincia a difendere oltre il confine.
Ma la volontá e la competenza, al pari del coraggio come diceva Don Abbondio, se non le si hanno non ce le si puó dare e Maroni, a cui non puó essere addebitato tutto il peso di questa situazione, fa il fuoco colla legna che si ritrova.
Il nostro ministro dell'Interno ha peró ragione nell'accusare le istituzioni europee di totale indifferenza per quanto l'Italia potrá andare a subire nei prossimi mesi.
Se il nostro paese subisce le conseguenze d'un vero e proprio deficit di credibilitá sul piano internazionale, che il ridente satrapo di Arcore ha contribuito in maniera decisiva a creare colla sua congenita mancanza di serietà, ció che rende l'Italia, perlomeno come peso diplomatico-politico, un paese a livello di terzo mondo, l'Europa ha lei stessa voluto imboccare la strada d'un basso se non nullo profilo di politica estera.
Prima potenza industriale ed economica del mondo, con un grado di progresso sociale senza eguali, l'Europa sembra aver rinunciato ad assumere un ruolo geopolitico di rilievo in questo mondo ormai sempre pìú multipolare.
Non ci rinunciano, beninteso, Gran Bretagna (per quanto di europeo essa abbia ben poco), Francia e Germania, queste ultime non a caso avendo stretto sempre di piú importanti contatti, economici e militari, colla Russia.
Ma lo fanno loro, non l'Europa; forti della loro secolare esperienza politica hanno ben capito che questa mastodontica realtá é come un bue; forte, resistente e (economicamente) trainante ma senza gli attributi.
Questo enorme spazio socio-economico, (con tutti i suoi enormi difetti, sia chiaro) é forte, ricco, civilmente e socialmente progredito (perlomeno se paragonato al resto del mondo) ma ha perso in agilitá a causa d'una burocrazia ossessiva e parassitaria che gli ha succhiato ció che sempre aveva posseduto: la volontá, la capacitá di darsi un destino, il senso della propria esistenza.
Non piú capi di Stato ma burocrati, non piú politici ma banchieri, non piú strateghi ma funzionari.
Senza i primi, infatti, sono i secondi a comandare.
L'Europa ha insomma perduto quello che Aymeric Chauprade chiama l' "orizzonte di guerra"; che non significa volere la guerra, auspicare o praticare politiche d'aggressione, tenere atteggiamenti bellicosi; nossignore, significa mantenere come ultima opzione, ed essere disposti ad adottarla ove il caso l'imponga, l'uso della forza sapendo che i propri interlocutori ne hanno piena consapevolezza.
Un "orizzonte di guerra" ce l'hanno gli Stati Uniti e i loro alleati anglosassoni, ce l'ha la Russia, ce l'ha la Cina, ce l'ha Israele, ce l'ha l'India, ce l'hanno molte nazioni dell'area islamica.
Mentre L'Europa, quando ha mandato in giro i propri soldati (e il punto qui non é se era giusto o sbagliato), l'ha fatto nascondendosi sotto le gonne dello zio Sam, strillando che erano "missioni di pace".
Che se ne fa del suo acciaio, della sua produzione industriale, del suo sviluppo tecnologico, della sua laboriositá, del suo progresso sociale, dei suoi cervelli, della sua bimillenaria civiltá se, accanto a tutte queste belle cose non é capace, quando occorre, di sbattere i pugni sul tavolo per farsi rispettare? E di farlo soprattutto in prima persona?
Potrebbe essere forte, agile e incutere timore come un toro ma qui abbiamo solo un bue, ubbidiente e massiccio ma soprattutto appesantito, rassegnato e catatonico.
lunedì 14 febbraio 2011
L'OLOCAUSTO DELL'ARIA. DRESDA 13-14 FEBBRAIO 1945
Si era ultimamente udita la vergognosa panzana di qualche imbecille secondo cui il criminale bombardamento di Dresda avrebbe costituito una sorta di rappresaglia conseguente alla scoperta degli orrori del campo di concentramento di Auschwitz, all'arrivo delle truppe sovietiche il 27 gennaio.
Panzana, perché la strategia terroristica inglese prima e angloamericana poi era giá iniziata fin dalla salita al potere di Winston Churchill, il 10 maggio 1940.
Fino a quel momento nessuno dei contendenti aveva attaccato "espressamente" la popolazione civile; la notte dell'11 maggio 1940 trentasei bombardieri inglesi iniziarono la strage di civili portandosi sopra München-Gladbach, in Westfalia. Gli attacchi tedeschi contro Londra non solo furono di quattro mesi successivi (7 settembre 1940) al primo attacco inglese ma furono preceduti dall' avvertimento tedesco, dopo il sesto bombardamento subìto da Berlino, che in caso di nuovi attacchi contro la popolazione civile sarebbe scattata la reazione.
Ben prima dell'apertura dei cancelli del campo di Auschwitz la RAF s'era adoperata con sadica dedizione a scatenare la propria furia sulla cittá d'Amburgo dove, a partire dalla notte del 24 luglio fino al 2 agosto del 1943, furono scaricate ottantamila bombe dirompenti, ottantamila al fosforo liquido e cinquemila bidoni di fosforo liquido; metá delle case della cittá furono distrutte; 50.000 le vittime immediate degli attacchi, nella stragrande maggioranza bruciati vivi, 125.000 i feriti ed ustionati di cui 50.000 deceduti nei giorni successivi.
Vergognosa, poiché solo una dev'essere la tragedia da ricordare (indovinate quale), mentre tutte le altre o non debbono costituire motivo per "rimanere ostaggi del passato" (Napolitano dixit) o, comunque, possono e/o debbono trovare una esigenza di "contestualizzazione" storica (la lotta contro la barbarie nazi/fascista, la reazione, l'esasperazione, la democrazia etc etc etc).
La campagna di annientamento del territorio e della popolazione tedesca continuó trionfante nei mesi successivi; in quella stessa estate Bochum, Dusseldorf, Remscheid, Darmstadt, Strasburgo, Brema, Kassel, Francoforte, Mannheim, Stoccarda, Monaco, Norimberga, Aquisgrana, Hagen, Münster furono piú volte visitate dai bombardieri del maresciallo Harris, il macellaio di fiducia di Sua Maestá.
Dal 18 novembre di quell'anno fino al marzo del 1944 Berlino fu continuamente devastata da attacchi terroristici e Lipsia subì un durissimo bombardamento il 3 dicembre 1943.
Una frenesia distruttrice, una libidine di odio e di volontá d'annientamento, meritevoli d'una indagine psichiatrica, s'impadronirono del boia Harris e del suo degno compare statunitense Spatz.
Piú la Germania s'indeboliva di fronte alla coalizione avversaria, piú la ferocia aumentava d'intensitá.
Alla fine del 1944 furono bombardate la Friburgo tedesca e, forse per non sbagliarsi, anche quella svizzera; Colonia, Duisburg, Essen, Düsseldorf, Ulm, Stoccarda, Karlsruhe, Heilbronn, Ludwigshaven, Saarbrücken, Norimberga, Monaco, Bonn, Coblenza, Brema, Wilhelmshaven, Braunschweig, Osnabrück, Münster, Giessen, Düren negli ultimi mesi del 1944 furono annientate da tonnellate di bombe scagliate dai "liberators" democratici.
Dresda era un bersaglio appetibile; era popolata da centinaia di migliaia di profughi fuggiti da est all'arrivo dell'Armata Rossa.
Così scrive Piero Buscaroli: "Churchill aveva fretta, stava preparandosi a partire per Malta prima e poi per Yalta e voleva fare un figurone con Stalin. Era convinto che una carneficina di gente così poco entusiasta d'essere liberata dal suo esercito non potesse che fargli piacere. Convocò il segretario di Stato dell'aria, Sir Archibald Sinclair, e gli domandò se non si 'sentisse una voglia matta di rompere le ossa a tutti quei profughi'.
Per via gerarchica, dal capo di stato maggiore Sir Charles Portal, al suo vice Sir Norman Bottomley, l'ordine raggiunse Arthur Travers Harris, che trovò Dresda l'obbiettivo ideale. Lui e il suo socio americano James Doolittle avevano appena saputo che ai 630.000 abitanti di Dresda si era aggiunti mezzo milione di rifugiati".
Con l'aiuto dei loro soci d'affari statunitensi, la RAF uccise, in quattordici ore da cento a duecentomila civili innocenti; ma potrebbero essere anche di piú secondo la Croce Rossa internazionale di Ginevra. Il calcolo era reso impossibile dell'incenerimento di decine di migliaia di vittime e dalla presenza massiccia e non registrata di centinaia di migliaia di profughi tedeschi provenienti dall'est.
Grazie ai bidoni di fosforo e alle 650.000 bombe e spezzoni incendiari, il fuoco divenne rogo, la morte agonia, la distruzione incenerimento. Tutte le decine di migliaia di persone impregnate dal fosforo rovesciato a torrenti sulle case, sulle strade, in ogni angolo della cittá, persino all'interno dei rifugi erano diventate torce viventi
Dresda era cittá aperta, destinata all'accoglienza dei profughi e non era stata apprestata alcuna difesa. Gl'incendi arrostivano l'aria che, bruciando, provocava uragani di vento infuocato a duecento chilometri all'ora e alla temperatura di mille gradi.
Varie ondate di attacchi terroristici annientarono case, colonne di soccorso, ambulanze, pompieri. La cittá era piena di corpi appiccicati sull'asfalto, bruciati, carbonizzati, triturati, masse irriconoscibili, miseri mucchi di cenere, ossa e grasso.
Le fiamme si scorgevano sino a 200 chilometri di distanza mentre le ondate successive di caccia cercarono di terminare con cura il precedente lavoro dei bombardieri andando a mitragliare i gruppi di persone in fuga dalla cittá; bersaglio dei caccia statunitensi fu la folla che stava attraversando il giardino zoologico "Così trovò la morte la nostra ultima giraffa" raccontó il guardiano.
Dresda brució per sette giorni interi e la ricerca dei cadaveri duró piú d'un mese; non bastarono le fosse comuni a garantire sepoltura alle vittime; si dovettero allestire enormi pire al centro della cittá dove venivano accatastati migliaia di cadaveri informi che bruciarono per settimane e settimane.
Ad ereditare la devastazione provocata dai loro criminali utili idioti alleati occidentali arrivó l'Armata Rossa che poté così impadronirsi delle decine di migliaia di ori e preziosi trovati addosso ai morti e che la pignola burocrazia tedesca aveva minuziosamente inventariato.
Arthur Travers Harris ottenne il titolo di "Sir" nel 1953; di fronte alle accuse che provenivano anche dal suo paese, questo solerte macellaio rispose che la strategia terroristica dei bombardamenti era stata decisa dal governo e che lui s'era limitato ad obbedire agli ordini che provenivano dal ministero.
Le stesse parole che tanti sottufficiali e ufficiali della Wehrmacht opposero invano ai tribunali che li giudicarono per atti molto meno atroci ed osceni di quelli compiuti dai gangster volanti angloamericani.
fonti: Fernando Ritter "Fascismo e antifascismo, Milano, 1992; Piero Buscaroli "Dalla parte dei vinti", Milano 2010.
Panzana, perché la strategia terroristica inglese prima e angloamericana poi era giá iniziata fin dalla salita al potere di Winston Churchill, il 10 maggio 1940.
Fino a quel momento nessuno dei contendenti aveva attaccato "espressamente" la popolazione civile; la notte dell'11 maggio 1940 trentasei bombardieri inglesi iniziarono la strage di civili portandosi sopra München-Gladbach, in Westfalia. Gli attacchi tedeschi contro Londra non solo furono di quattro mesi successivi (7 settembre 1940) al primo attacco inglese ma furono preceduti dall' avvertimento tedesco, dopo il sesto bombardamento subìto da Berlino, che in caso di nuovi attacchi contro la popolazione civile sarebbe scattata la reazione.
Ben prima dell'apertura dei cancelli del campo di Auschwitz la RAF s'era adoperata con sadica dedizione a scatenare la propria furia sulla cittá d'Amburgo dove, a partire dalla notte del 24 luglio fino al 2 agosto del 1943, furono scaricate ottantamila bombe dirompenti, ottantamila al fosforo liquido e cinquemila bidoni di fosforo liquido; metá delle case della cittá furono distrutte; 50.000 le vittime immediate degli attacchi, nella stragrande maggioranza bruciati vivi, 125.000 i feriti ed ustionati di cui 50.000 deceduti nei giorni successivi.
Vergognosa, poiché solo una dev'essere la tragedia da ricordare (indovinate quale), mentre tutte le altre o non debbono costituire motivo per "rimanere ostaggi del passato" (Napolitano dixit) o, comunque, possono e/o debbono trovare una esigenza di "contestualizzazione" storica (la lotta contro la barbarie nazi/fascista, la reazione, l'esasperazione, la democrazia etc etc etc).
La campagna di annientamento del territorio e della popolazione tedesca continuó trionfante nei mesi successivi; in quella stessa estate Bochum, Dusseldorf, Remscheid, Darmstadt, Strasburgo, Brema, Kassel, Francoforte, Mannheim, Stoccarda, Monaco, Norimberga, Aquisgrana, Hagen, Münster furono piú volte visitate dai bombardieri del maresciallo Harris, il macellaio di fiducia di Sua Maestá.
Dal 18 novembre di quell'anno fino al marzo del 1944 Berlino fu continuamente devastata da attacchi terroristici e Lipsia subì un durissimo bombardamento il 3 dicembre 1943.
Una frenesia distruttrice, una libidine di odio e di volontá d'annientamento, meritevoli d'una indagine psichiatrica, s'impadronirono del boia Harris e del suo degno compare statunitense Spatz.
Piú la Germania s'indeboliva di fronte alla coalizione avversaria, piú la ferocia aumentava d'intensitá.
Alla fine del 1944 furono bombardate la Friburgo tedesca e, forse per non sbagliarsi, anche quella svizzera; Colonia, Duisburg, Essen, Düsseldorf, Ulm, Stoccarda, Karlsruhe, Heilbronn, Ludwigshaven, Saarbrücken, Norimberga, Monaco, Bonn, Coblenza, Brema, Wilhelmshaven, Braunschweig, Osnabrück, Münster, Giessen, Düren negli ultimi mesi del 1944 furono annientate da tonnellate di bombe scagliate dai "liberators" democratici.
Dresda era un bersaglio appetibile; era popolata da centinaia di migliaia di profughi fuggiti da est all'arrivo dell'Armata Rossa.
Così scrive Piero Buscaroli: "Churchill aveva fretta, stava preparandosi a partire per Malta prima e poi per Yalta e voleva fare un figurone con Stalin. Era convinto che una carneficina di gente così poco entusiasta d'essere liberata dal suo esercito non potesse che fargli piacere. Convocò il segretario di Stato dell'aria, Sir Archibald Sinclair, e gli domandò se non si 'sentisse una voglia matta di rompere le ossa a tutti quei profughi'.
Per via gerarchica, dal capo di stato maggiore Sir Charles Portal, al suo vice Sir Norman Bottomley, l'ordine raggiunse Arthur Travers Harris, che trovò Dresda l'obbiettivo ideale. Lui e il suo socio americano James Doolittle avevano appena saputo che ai 630.000 abitanti di Dresda si era aggiunti mezzo milione di rifugiati".
Con l'aiuto dei loro soci d'affari statunitensi, la RAF uccise, in quattordici ore da cento a duecentomila civili innocenti; ma potrebbero essere anche di piú secondo la Croce Rossa internazionale di Ginevra. Il calcolo era reso impossibile dell'incenerimento di decine di migliaia di vittime e dalla presenza massiccia e non registrata di centinaia di migliaia di profughi tedeschi provenienti dall'est.
Grazie ai bidoni di fosforo e alle 650.000 bombe e spezzoni incendiari, il fuoco divenne rogo, la morte agonia, la distruzione incenerimento. Tutte le decine di migliaia di persone impregnate dal fosforo rovesciato a torrenti sulle case, sulle strade, in ogni angolo della cittá, persino all'interno dei rifugi erano diventate torce viventi
Dresda era cittá aperta, destinata all'accoglienza dei profughi e non era stata apprestata alcuna difesa. Gl'incendi arrostivano l'aria che, bruciando, provocava uragani di vento infuocato a duecento chilometri all'ora e alla temperatura di mille gradi.
Varie ondate di attacchi terroristici annientarono case, colonne di soccorso, ambulanze, pompieri. La cittá era piena di corpi appiccicati sull'asfalto, bruciati, carbonizzati, triturati, masse irriconoscibili, miseri mucchi di cenere, ossa e grasso.
Le fiamme si scorgevano sino a 200 chilometri di distanza mentre le ondate successive di caccia cercarono di terminare con cura il precedente lavoro dei bombardieri andando a mitragliare i gruppi di persone in fuga dalla cittá; bersaglio dei caccia statunitensi fu la folla che stava attraversando il giardino zoologico "Così trovò la morte la nostra ultima giraffa" raccontó il guardiano.
Dresda brució per sette giorni interi e la ricerca dei cadaveri duró piú d'un mese; non bastarono le fosse comuni a garantire sepoltura alle vittime; si dovettero allestire enormi pire al centro della cittá dove venivano accatastati migliaia di cadaveri informi che bruciarono per settimane e settimane.
Ad ereditare la devastazione provocata dai loro criminali utili idioti alleati occidentali arrivó l'Armata Rossa che poté così impadronirsi delle decine di migliaia di ori e preziosi trovati addosso ai morti e che la pignola burocrazia tedesca aveva minuziosamente inventariato.
Arthur Travers Harris ottenne il titolo di "Sir" nel 1953; di fronte alle accuse che provenivano anche dal suo paese, questo solerte macellaio rispose che la strategia terroristica dei bombardamenti era stata decisa dal governo e che lui s'era limitato ad obbedire agli ordini che provenivano dal ministero.
Le stesse parole che tanti sottufficiali e ufficiali della Wehrmacht opposero invano ai tribunali che li giudicarono per atti molto meno atroci ed osceni di quelli compiuti dai gangster volanti angloamericani.
fonti: Fernando Ritter "Fascismo e antifascismo, Milano, 1992; Piero Buscaroli "Dalla parte dei vinti", Milano 2010.
giovedì 10 febbraio 2011
SCURDAMMUCE O'PASSATO...
Il presidente Napolitano, nella pubblica commemorazione di oggi, dedicata alle vittime delle foibe, ha voluto precisare che "è giusto coltivare la memoria ma non bisogna rimanere ostaggi del passato, nè in Italia, nè in Croazia, nè in Slovenia".
Questa precisazione indica il grado di ipocrisia e di doppiezza morale di cui è infarcito il massimo rappresentante delle nostre istituzioni.
Ricordiamo le foibe peró non troppo; coltiviamo la memoria dei nostri italiani caduti in quelle terre ma senza esagerare.
Peccato peró che gli "eventi laceranti del passato" di cui non bisogna essere "ostaggi" ancora pesano sul presente: decine di migliaia di famiglie istriane e giuliano-dalmate, scappate in Italia dopo la guerra per non dover subire la miseria comunista furono poi espropriate dal governo titino di tutti i loro averi, case, officine, terreni.
E reclamano, invano, da sessant'anni il riconoscimento dei loro sacrosanti diritti: un indennizzo per il furto subìto; ma l'unica risposta della repubblica antifascista é stata la concessione di pensioni di guerra ai partigiani titini - che combatterono dalla parte giusta, ovviamente - mentre i militi della Repubblica Sociale - che difesero col sangue i confini orientali e quindi erano dalla parte sbagliata, ossia quella opposta rispetto al presidente Napolitano ed ai suoi amici, camerieri degli ex padroni sovietici - dopo la fine del conflitto si videro conferire le medaglie della fame, della disoccupazione, della disperazione quando andò bene, quella della persecuzione e della vendetta quando andò male; mentre i profughi scappati dalla furia slava vivevano in miseria dispersi in tutta l'Italia.
Mi fanno ridere quelli che dicono - ed in special modo quelli della parte nostra: basta nostalgismi, basta guardare indietro, conta solo il futuro.
Ragionano come Napolitano che dice così perché del suo passato ha di che ben vergognarsi.
E Slovenia e Croazia ringraziano perché di pagar dazio non ci pensano minimamente.
E, comunque, chi mai potrebbe volere vendette? Se anche uno le cercasse con chi se la potrebbe prendere se non con qualche rottame scampato alle statistiche della durata media della vita.
Non vendetta ma giustizia sì! giustizia vera, quella che non si prescrive mai e che impone, come diceva una massima del diritto "suum cuique tribuere", a ciascuno il proprio.
Non si possono resuscitare i morti, nè processare - oggi men che meno - i responsabili delle stragi (ci provò una quindicina d'anni fa un onesto e coraggioso pubblico ministero romano lasciato solo dalle istituzioni che non volevano grane); peró chiedere ed ottenere che chi s'é appropriato di cose altrui ne restituisca il corrispondente valore, quello sì; o anche questo significherebbe essere "ostaggio del passato"?
L'italietta nostra, timorosa imbelle ed insipiente, ebbe un' ottima occasione per regolare onestamente i conti ancora in sospeso: nel 2004 la Slovenia entró nella comunitá europea; al nostro governo sarebbe bastato opporre un consenso condizionato al riconoscimento delle ragioni economiche dei nostri esuli; sarebbe stato un atto di giustizia per i suoi figli derubati e un gesto di legittima espressione di sovranitá.
Sarebbe bastato farsi garantire dal governo sloveno che dalla sua accettazione - indispensabile per entrare nell'unione europea - dei principî propri dello stato di diritto doveva derivare anche la conseguente accettazione dell'obbligazione risarcitoria verso gl'italiani espropriati, per porre riparo ad una situazione d'oggettiva ingiustizia, contraria alle regole fondamentali d'uno stato di diritto.
L'Italia si guardò bene dal farlo e si guarderá bene dal farlo quando sará il turno della Croazia.
Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, scurdammuce u'passato...
Ma perché Napolitano non canta questa bella tarantella anche ad Israele e alle comunitá ebraiche che ancora percepiscono i risarcimenti di guerra?
Questa precisazione indica il grado di ipocrisia e di doppiezza morale di cui è infarcito il massimo rappresentante delle nostre istituzioni.
Ricordiamo le foibe peró non troppo; coltiviamo la memoria dei nostri italiani caduti in quelle terre ma senza esagerare.
Peccato peró che gli "eventi laceranti del passato" di cui non bisogna essere "ostaggi" ancora pesano sul presente: decine di migliaia di famiglie istriane e giuliano-dalmate, scappate in Italia dopo la guerra per non dover subire la miseria comunista furono poi espropriate dal governo titino di tutti i loro averi, case, officine, terreni.
E reclamano, invano, da sessant'anni il riconoscimento dei loro sacrosanti diritti: un indennizzo per il furto subìto; ma l'unica risposta della repubblica antifascista é stata la concessione di pensioni di guerra ai partigiani titini - che combatterono dalla parte giusta, ovviamente - mentre i militi della Repubblica Sociale - che difesero col sangue i confini orientali e quindi erano dalla parte sbagliata, ossia quella opposta rispetto al presidente Napolitano ed ai suoi amici, camerieri degli ex padroni sovietici - dopo la fine del conflitto si videro conferire le medaglie della fame, della disoccupazione, della disperazione quando andò bene, quella della persecuzione e della vendetta quando andò male; mentre i profughi scappati dalla furia slava vivevano in miseria dispersi in tutta l'Italia.
Mi fanno ridere quelli che dicono - ed in special modo quelli della parte nostra: basta nostalgismi, basta guardare indietro, conta solo il futuro.
Ragionano come Napolitano che dice così perché del suo passato ha di che ben vergognarsi.
E Slovenia e Croazia ringraziano perché di pagar dazio non ci pensano minimamente.
E, comunque, chi mai potrebbe volere vendette? Se anche uno le cercasse con chi se la potrebbe prendere se non con qualche rottame scampato alle statistiche della durata media della vita.
Non vendetta ma giustizia sì! giustizia vera, quella che non si prescrive mai e che impone, come diceva una massima del diritto "suum cuique tribuere", a ciascuno il proprio.
Non si possono resuscitare i morti, nè processare - oggi men che meno - i responsabili delle stragi (ci provò una quindicina d'anni fa un onesto e coraggioso pubblico ministero romano lasciato solo dalle istituzioni che non volevano grane); peró chiedere ed ottenere che chi s'é appropriato di cose altrui ne restituisca il corrispondente valore, quello sì; o anche questo significherebbe essere "ostaggio del passato"?
L'italietta nostra, timorosa imbelle ed insipiente, ebbe un' ottima occasione per regolare onestamente i conti ancora in sospeso: nel 2004 la Slovenia entró nella comunitá europea; al nostro governo sarebbe bastato opporre un consenso condizionato al riconoscimento delle ragioni economiche dei nostri esuli; sarebbe stato un atto di giustizia per i suoi figli derubati e un gesto di legittima espressione di sovranitá.
Sarebbe bastato farsi garantire dal governo sloveno che dalla sua accettazione - indispensabile per entrare nell'unione europea - dei principî propri dello stato di diritto doveva derivare anche la conseguente accettazione dell'obbligazione risarcitoria verso gl'italiani espropriati, per porre riparo ad una situazione d'oggettiva ingiustizia, contraria alle regole fondamentali d'uno stato di diritto.
L'Italia si guardò bene dal farlo e si guarderá bene dal farlo quando sará il turno della Croazia.
Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, scurdammuce u'passato...
Ma perché Napolitano non canta questa bella tarantella anche ad Israele e alle comunitá ebraiche che ancora percepiscono i risarcimenti di guerra?
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